24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

News Politica

Il credito potrà salvare il Sud con il rating umano

foto di Soldi
Soldi

La drammatica storia di questi giorni pone, ancora una volta, alla comune attenzione la situazione economica del nostro Paese, la validità del modello europeo e la condizione, non trascurabile, delle imprese del Mezzogiorno. Sostenere l’Italia in momenti di “stress sanitario” da Coronavirus e di “incertezza economica” come questo, avrebbe voluto e previsto una condizione dei conti del Paese ben differente. Pertanto non deve meravigliare il continuo appello del governo italiano a provvedimenti e sostegni di carattere Europeo che, naturalmente, lasciano perplessi, sulle modalità e le finalità, i paesi definiti più “virtuosi”.

Sperare che paesi come Germania e Olanda condividano la politica del debito pubblico percorsa da nazioni come la Spagna e l’Italia è soltanto un’ingenua illusione. Peraltro, pensare che il Mezzogiorno sia stato colpito meno violentemente dal Covid-19 può essere solo una prospettiva di breve periodo in quanto la pandemia farà vedere i suoi velenosi effetti soltanto quando sembrerà che la scienza abbia vinto la sua sfida. Ciò perchè la crisi economica che ne deriverà sarà subdola e violenta, aggredendo la parte del Paese meno strutturata, con un’economia più debole, spesso formata dal sommerso ed ancora troppo ancorata e legata all’unica industria che non ha avuto bisogno di investimenti, o almeno non solo, di carattere pubblico: quella turistica.

Quindi saranno le imprese del Sud ad essere maggiormente colpite da uno degli effetti della globalizzazione, spesso positiva ma qualche volta portatrice di angosce, di buio, di morte. A sostegno di qualsiasi strategia di rilancio, o meglio di ricostruzione, lo specifico ed indispensabile ruolo che, in tale sistema, “l’imprenditoria bancaria” deve, a mio avviso, ricoprire e sviluppare, appare pertanto inseparabile dall’affrancamento da regole sempre più stringenti e vincolanti per le nostre banche. Regole probabilmente adatte a “pianure lontane” e con economie diverse dalle esigenze di paesi diversamente costruiti o più semplicemente dalle “nostre coste”. Bisogna che le banche possano essere ispirate da un rinnovato obbiettivo di miglioramento del territorio che, per il tramite di un nuovo modello di servizio, sia presente nelle comunità quale strumento di sostegno, di sviluppo, di energia attraverso una “finanza per lo sviluppo” piuttosto che una “finanza per la finanza”. Bisogna che esse, affrancate dalle asfissianti regole sul patrimonio o sugli NPL, tornino a dialogare con le persone ponendole al centro del processo e non ai margini, valorizzando i progetti piuttosto che le garanzie, seguendo le caratteristiche dei territori piuttosto che i “rating” ostaggio di improbabili algoritmi.

Occorre che il sistema creditizio italiano si liberi dalla morsa di imperativi che obbligano alla “taglia unica”, cancellando quella “biodiversità bancaria” che ha consentito in passato, ormai lontano, di farsi attrarre dal perseguimento diffuso della “fiducia e speranza” quali tessuto connettivo delle aree più bisognose di essere raggiunte da processi di coesione ed inclusione sociale. Non può essere una soluzione l’omologazione ad un modello che vuole centri decisionali lontani dai territori, filosofie che inneggino alla “massimizzazione del profitto” grazie alla presenza di azionisti, più sempre stranieri, che nulla hanno a cuore se non il rendimento del proprio capitale investito. È necessario, invece, che le banche sostengano la ripresa attraverso un modello operativo che riscopra “arti antiche” quali l’ascolto, la disponibilità, la centralità della persona, la fiducia, che affatto sono antitetiche all’efficienza, alla redditività alla qualità degli attivi. Occorre quindi lo sviluppo e l’indispensabile sostegno anticiclico che le “banche di territorio” possono continuare a dare, nella consapevolezza che il credito è una forma di “democrazia economica” che si alimenta attraverso un vero e proprio “rating umano” che nel tempo ha dimostrato di essere “resiliente” alle crisi e più aderente ad un modello eterogeneo di economia nazionale.

Penso, inoltre, a “capitali pazienti” che hanno come obiettivo la rinascita di territori, come il Mezzogiorno, da sempre abbandonati a politiche di sviluppo superficiali e mai sistemiche, nell’illusione che l’Italia possa essere centrale all’Europa anche senza l’indispensabile ruolo che i giovani del Sud possano ricoprire nei propri territori, illudendoli che ai giorni d’oggi la “globalizzazione” sia cosa diversa dall’antica pratica dell’emigrazione. Il nostro Paese, e il Mezzogiorno in particolare, è composto per il 99% da piccolissime, piccole e medie imprese che chiedono di potersi emancipare da un sistema creditizio condizionato da una Vigilanza Europea che applica regole omologanti e rispondenti a requisiti che valorizzano la capacità creditizia soltanto delle grandi imprese. Non è certo possibile continuare ad usare un unico “rating” per imprese che hanno bilanci certificati e per piccoli artigiani che naturalmente hanno numeri e bilanci di ben altro contenuto.

Eppure queste piccolissime imprese sono quelle che alimentano con i loro risultati ed i propri utili i consumi che spesso sono ad incrementare i profitti dei grandi gruppi. Peraltro non credo affatto, come qualcuno diversamente sostiene, che la ripresa si otterrà per effetto della rincorsa delle grandi industrie, spesso straniere, giustificando quindi, ulteriori e generosi sostegni, grazie ai quali, poi, a ruota , verrebbe trainato il resto della popolazione. Penso, invece, che sarà l’esercito silenzioso, sempre meno, delle piccolissime imprese, degli artigiani, dei commercianti, dei coltivatori diretti, delle start-up, delle famiglie a sostenere il ritmo ed a guidare i tempi della ripresa alimentando l’occupazione, risvegliando i consumi, grazie ai quali le grandi imprese potranno riprendere a camminare. Quindi ai piccoli, all’economia reale dei territori, al Mezzogiorno che il credito deve guardare con rinnovato e, stavolta, adeguato interesse. Mettendo da parte l’infondato pregiudizio che “efficienza creditizia” sia un modello realizzabile solo cedendo alla dittatura dei social, schiacciati dagli algoritmi, schiavi del rating, ostaggio della digitalizzazione. Tutti strumenti indispensabili, percarità, ma al servizio dell’uomo che rimane, e così deve restare, unico protagonista della scena economica e quindi umana.

A tal riguardo occorre considerare che il Credito Cooperativo al Sud esprime 70 “Banche di Comunità” che, grazie a circa 700 sportelli, assieme sviluppano numeri importanti a favore dei propri territori, 14 miliardi di euro di finanziamenti, 22 miliardi di raccolta e circa 3 miliardi di Patrimonio. Banche locali “sostenibili”, efficienti e performanti, che ascoltano la gente, raccolgono ed investono sullo stesso territorio, applicando il modello del “credito a Km zero” di cui tanto l’Italia ha bisogno, stritolata dalle formule e dagli algoritmi. Sempre per la gente, bisognerà pensare ad una politica di sviluppo del Mezzogiorno che passi per una regia unica di tutte le regioni meridionali, non disomogenea, che preveda investimenti pubblici, infrastrutture, nel rispetto dei territori, ma senza falsi pregiudizi, finalizzata a creare omogeneità con il resto del paese, ma soprattutto ispirata ad un concetto di “uguaglianza di opportunità”, che ad onta della Costituzione, in Italia è solo un’illusione, un’utopia. Bisognerà farsi guidare da una politica economica finanziata da una “fiscalità sostenibile” per investire nella scuola, nella cultura, nella sanità, nell’edilizia primaria e secondaria, nello sviluppo di un “welfare responsabile”.

Solo così si potrà sconfiggere la criminalità organizzata, che della “disorganizzazione statale” si nutre, sottraendo “manodopera” all’illegalità e restituendo dignità a territori trasudanti di storia, volenterosi, ansiosi di poter dare un futuro, finalmente, degno di questo nome ai propri figli. I quali, sicuramente, dovranno formarsi al tempio dell’innovazione, in giro per il mondo ma che, sono sicuro, in presenza di opportunità reali potranno tornare ad arricchire i rispettivi territori del proprio ingegno, della loro cultura d’impresa, del loro amore. Solo così avremo un’Italia competitiva, pronta ad affrontare il terzo millennio e finalmente unita.

Amedeo MANZO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche