20 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 20:01:12

Cronaca News

La transizione green per lo stabilimento ex Ilva


L'ex Ilva di Taranto

Si può trasformare l’Ilva in una fabbrica green? Secondo un gruppo di ex tecnici e dirigenti del siderurgico (Roberto Pensa, Biagio De Marzo, Michele Conte, Filippo Catapano) la risposta è affermativa. La soluzione è nell’acciaieria completamente elettrica.

Il progetto è stato illustrato nei giorni scorsi, oggi proviamo ad approfondire questo tema. Primo aspetto: la impraticabilità a ricorrere alla tecnologia a idrogeno, almeno a stretto giro: «In Italia e anche in Europa – scrivono i tecnici ex Ilva – sono annunciati raggruppamenti d’imprese per lo sviluppo di ambiziosi progetti anche di lungo termine in quanto collegati a necessità di sperimentazione e/o d’impianti pilota. Al momento non si prevedono tempi brevi per positive soluzioni applicabili su scala industriale. In più, secondo il rapporto pubblicato da The Economist del 27 febbraio 2021, “le aree dell’economia più costose da decarbonizzare tendono ad essere il trasporto (aerei e navi), l’industria pesante (acciaio e cemento) e l’agricoltura (mucche che eruttano metano).

In questi casi non esistono ancora alternative pulite, economiche e scalabili”. Ciò non significa, però, che nel frattempo non si possano compiere alcuni passi in avanti nella direzione della decarbonizzazione della siderurgia in Italia e in particolare a Taranto. Tra l’altro la siderurgia italiana è già tra quelle che opera già per l’80% della produzione totale con acciaierie elettriche che trasformano rottame di ferro in acciaio di qualità, in fabbriche gestite da gruppi privati. Molte di queste acciaierie elettriche, ubicate nel Nord d’Italia, utilizzano anche ghise solide o materiali preridotti (DRI – Direct Reduced Iron) acquistati sui mercati internazionali».

Qualche scenario si apre con la compartecipazione dello Stato nella transizione ecologica dello stabilimento: «La transizione ecologica della fabbrica di Taranto, ultimo degli impianti a ciclo integrale rimasto in Italia dopo la chiusura di Piombino e Trieste, verso un assetto ambientalmente sostenibile è fortemente richiesta soprattutto dal territorio. La transizione ecologica comporta la trasformazione della fabbrica con complessi e costosi investimenti e con implicazioni gestionali che richiederanno la presenza dello Stato non solo nei capitali necessari ma anche in una serie di azioni di sostegno governativo per assicurarne il funzionamento e la sostenibilità. Difficilmente un gruppo privato sarebbe in condizioni di operare questa trasformazione. Un primo aspetto è inerente alla disponibilità di gas naturale e al suo prezzo di vendita; così come altrettanto importante è il prezzo per l’energia elettrica da impiegare perché il nostro è un Paese che non possiede energia nucleare, ha insufficienti “rinnovabili” ed è importatore di gas metano.

Un altro sostegno governativo importante riguarda la materia prima per alimentare i forni elettrici con tre opzioni possibili anche combinate tra loro: a) ricorso al mercato; b) produzione diretta in impianti costruiti all’estero; c) produzione in loco (sito Taranto). Il sostegno governativo riguarda non solo la garanzia e la stabilità delle forniture da Paesi esteri, ma soprattutto la politica nazionale che dovrà tenere conto di tutto il comparto siderurgico che si avvia a diventare totalmente dipendente dal rottame ferroso o dai “preridotti”, divenuti prodotti strategici nazionali. Delle diverse opzioni per la materia prima diremo più avanti». Ma vediamo qual è la situazione dello stabilimento tarantino e quali sono le condizioni per arrivare ad avere una fabbrica sostenibile dal punto di vista ambientale.

«Nel transitorio della trasformazione la sostenibilità tecnico-economica e occupazionale dell’ex ILVA – affermano Pensa, Conte, De Marzo e Catapano – sarebbe assicurata solo se fossero tenuti in regolare funzionamento gli impianti dell’“area a caldo”, quasi completamente adeguati alle normative e alle migliori tecnologie con consistenti investimenti. Cokerie, agglomerati e altoforni dovranno, dunque, mantenere le produzioni su livelli adeguati alle migliori tecnologie adottate, nel rispetto dei parametri dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Questo è un presupposto per la progettualità tecnica della transizione ecologica essendone il punto di partenza. Di fatto così è stato nella indicazione dell’assetto industriale dello stabilimento incluso nell’accordo INVITALIA – AMI del 10/12/2020. Esso sviluppa le principali attività secondo un preciso programma di attuazione per realizzare, però, un assetto “ibrido” introducendo, accanto agli altiforni, un’acciaieria elettrica che dovrebbe essere operativa già nella metà del 2024. In quest’ultimo periodo, però, la situazione cittadina è fortemente peggiorata e l’avversione nei confronti dell’acciaieria di Taranto ha raggiunto livelli incredibili a causa di: a) imprevedibili, clamorosi e abnormi interventi della magistratura penale (arringhe pesantissime dei pubblici ministeri nel processo “Ambiente svenduto”) e della magistratura amministrativa (sentenza del TAR di Lecce che imporrebbe, di fatto, la chiusura dello stabilimento ex Ilva); b) recise posizioni anti ex Ilva del sindaco di Taranto e del presidente della regione Puglia; c) crisi di liquidità di Arcelor Mittal che sta mettendo in ginocchio il mondo dell’appalto e dell’indotto; d) martellante campagna mediatica di rappresentanti del mondo ambientalista e sanitario con un profluvio di petizioni, appelli e comunicati per la chiusura dello stabilimento.

Tutto questo ha indotto a ripensare la strategia dell’acciaieria “ibrida” ». Ecco allora la prospettazione di una acciaieria completamente elettrica. Lineamenti per “La transizione ecologica della siderurgia di Taranto”. «Lo studio rileva che il piano industriale già tracciato da Invitalia-AMI prevede complessi e difficili investimenti per realizzare un assetto “ibrido” introducendo, accanto agli altiforni, un’acciaieria elettrica che dovrebbe essere operativa già nella metà del 2024, come già indicato. Se dal punto di vista tecnico la soluzione “ibrida” pianificata, è sufficiente per il funzionamento della fabbrica, le considerazioni prima espresse sull’avversione anti fabbrica fanno pensare, invece, che il piano non può fermarsi con quest’assetto che, pur migliorando la situazione, tornerebbe a creare criticità ambientali e sanitarie e stato di conflitto.

Quello presente, invece, è un momento in cui, per evitare un tragico insuccesso e perdita di denaro pubblico, occorre dare a Taranto quello che Taranto chiede, cioè “una produzione pulita di acciaio”. Solo così le azioni progettate potranno essere una reale occasione di rilancio condivisa. Il progetto Invitalia- AMI, ineccepibile per la ripresa produttiva, deve adeguare rapidamente il suo sviluppo verso la totale produzione solo con acciaierie elettriche. Il piano avrà necessariamente bisogno di una successiva evoluzione con la realizzazione di una seconda acciaieria elettrica per poi uscire, gradualmente, dall’assetto “ibrido” abbandonando il ciclo dell’altoforno. In particolare non richiederà più il rilevante investimento per la ricostruzione dell’Altoforno 5. In questo modo Taranto sarebbe tra le prime siderurgie in Europa a operare questa scelta per raggiungere gli obiettivi di una completa decarbonizzazione e l’abbattimento totale degli inquinanti legati al ciclo integrale: la nuova fabbrica ridimensionata, razionalizzata e modernizzata con i nuovi processi, dove la trasformazione diretta in coils avviene con ridottissimi consumi energetici consentirà produzioni con un elevato mix qualitativo di acciai, con minori necessità di personale per la manutenzione e la gestione fortemente semplificata. Le attività devono comprendere anche una razionalizzazione e integrazione degli impianti con la bonifica delle aree dismesse con il recupero del rottame. Da considerare che durante questo percorso e a seguire, la fabbrica resterà “viva” per consentire quindi più agevolmente la bonifica delle ampie aree dismesse, con notevole sviluppo di lavoro per il territorio.

Molte aree si renderanno disponibili per impieghi diversi e nuove opportunità di sviluppo ». «Si ritiene – si legge nella proposta progettuale – che la svolta dell’acciaieria da “ibrida” a “tutta elettrica” sia ineluttabile e foriera di un freno alle ossessive campagne mediatiche per la chiusura di una fabbrica che invece è strategica, d’interesse nazionale e con più di ottomila addetti oltre l’imponente indotto. La conversione della fabbrica, per la sua complessità realizzativa, necessita di diversi anni; trattasi, infatti, di un difficile piano di medio/lungo termine che potrà completarsi entro il 2030 in linea con gli impegni di decarbonizzazione dell’accordo di Parigi. E’ certa la sua fattibilità poiché le tecnologie degli impianti indicati sono disponibili e in Italia sono presenti primarie società d’ingegneria con le esperienze necessarie. Se nel frattempo il crescente interesse e l’avanzare di ricerche e sperimentazioni per l’utilizzo dell’idrogeno nella siderurgia renderanno disponibili nuovi processi e tecnologie, si potrà completare la decarbonizzazione della fabbrica, inclusa totalmente la necessaria energia elettrica. Gli impianti che si andranno a realizzare sono compatibili per un futuro utilizzo di gas idrogeno, da utilizzare insieme al metano, quando si renderà disponibile nelle quantità necessarie. Va chiarito che il beneficio di questo passaggio è principalmente per un ulteriore abbattimento delle emissioni di anidride carbonica considerata non inquinante ma responsabile dell’effetto serra. Naturalmente anche questo percorso presenta delle criticità: «l’assetto con sole acciaierie elettriche avrà bisogno di consistenti volumi di preridotto e/o di rottame ferroso come materia prima da trasformare in acciaio.

Essi saranno da reperire anche su mercati internazionali e questa è certamente una delle principali criticità da studiare attentamente. Le varie opzioni possibili, come già detto, sono: ricorso al mercato per l’acquisto sia di rottame ferroso sia di preridotto con accordi di lungo termine. Questa soluzione può presentare criticità sulla disponibilità e prezzi nei momenti di alta richiesta; produzione in impianti decentrati costruiti all’estero dove i costi di produzione possono essere contenuti in un paese dove il gas metano ha un basso costo (come già realizzato da Voest- Alpine); produzione parziale in loco (sito di Taranto) con costruzione degli impianti occorrenti da alimentare a metano. Come già detto, quest’assetto richiederà elevati quantitativi di energia elettrica come quelli di gas metano, con costi che avranno un’incidenza basilare sul costo dell’acciaio prodotto in quanto l’acciaieria “tutta elettrica” sarà priva dei gas siderurgici prodotti da cokerie/altiforni/acciaierie BOF, quelli che oggi consentono l’autoproduzione dell’energia elettrica a costi competitivi. Con azione di Governo, e compatibilmente con i vincoli Europei, occorrerà definire prezzi sostenibili di energia elettrica. Le precondizioni e gli impegni governativi per l’attuazione del piano prospettato: «sarà effettuata la Valutazione di Impatto Sanitario con le linee guida della VIS ISTISAN 19.9 connessa con le emissioni nocive dello stabilimento.

Tale “paracadute” è ritenuto determinante ai fini della pacificazione cittadina; Regione e Città saranno coinvolte sulla definizione della strategia industriale e dell’assetto impiantistico nelle varie fasi e prenderanno atto che la “decarbonizzazione” totale della siderurgia è un obiettivo a lungo termine, in quanto “per l’industria pesante (acciaio e cemento) non esistono ancora alternative pulite, economiche e scalabili” (Report Economist di febbraio 2021); la città potrà essere coinvolta sulla gestione aziendale (Società Benefit), favorendo ulteriormente la pacificazione cittadina; dovrà definirsi un nuovo piano industriale tra INVITALIA e Arcelor Mittal Italia; si dovrà costituire la nuova società pubblicoprivata; gli investimenti sono consistenti ma dovranno essere necessariamente affrontati e seguiti con volontà politica e stabilità del percorso con un’azione decisa di sostegno da parte dello Stato. Conclusioni. «La caratteristica autentica della proposta è che nasce dal territorio, elaborata in piena coscienza e competenza specifica da tecnici che hanno conosciuto direttamente, in tanti ruoli, la siderurgia tarantina pienamente connessa con quelle nazionale e internazionale. La visione che essi prospettano traguarda contemporaneamente alla “pacificazione” nella città e alla confermata strategicità nazionale dell’acciaieria tarantina, consapevoli che occorrono altre personalità e professionalità per trasformare la loro idea/sogno in un piano industriale completo e sostenibile».

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