21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 08:05:48

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Le dimissioni di Zingaretti: il vero perché


Nicola Zingaretti

Il fatto politico più devastante di queste ultime settimane sono state le dimissioni di Zingaretti per alcuni aspetti inspiegabili tant’è che molti ancora se ne domandano il perché. Il segretario del PD ha testualmente dichiarato “Mi vergogno di questo partito nel quale non si parla d’altro che di spartizione di poltrone”. La dichiarazione di Zingaretti, oltre ad essere una ingenerosa e grave caduta di stile per un segretario che parla di “vergogna” nei confronti di un partito che lo ha eletto, è un modo per sfuggire alle proprie responsabilità.

Dare infatti la colpa alle correnti che si occupano solo di spartizione di poltrone è una scusa puerile e banale che nasconde le vere ragioni che lo hanno spinto a gettare la spugna. Le vere ragioni delle dimissioni del segretario del PD risiedono nel completo fallimento della linea politica che Zingaretti ha adottato fin da quando è stato eletto. Capisco che non è facile ammettere di aver fallito ma nascondere la polvere sotto il tappeto è peggio. L’idea che Zingaretti si sia dimesso a causa dell’imperversare delle correnti nel PD è una boutade che non sta in piedi e questo lo capiscono anche i bambini. Le correnti nel PD ci sono sempre state fin da quando si chiamava PCI anche se ipocritamente allora venivano nascoste sotto il tappeto del centralismo democratico. Nella storia dei partiti mai nessun segretario di nessun partito si è dimesso a causa delle correnti.

Questo non è avvenuto neanche nella DC e PSI partiti correntizi per antonomasia. La verità è che Zingaretti si è dimesso perchè da quando è segretario non ne ha azzeccata una. Ma vediamoli questi fallimenti in ordine di tempo. Il primo. Quando Salvini apre la crisi del governo giallo verde Zingaretti si allinea sulle posizioni di coloro che vogliono le elezioni anticipate. C’è qualcuno che giura su una telefonata tra Zingaretti e Salvini che concordano su questa linea tant’è che il leghista, sulla base delle assicurazioni di Zingaretti che “mai il PD sarebbe andato ad un governo con i 5 stelle”, apre baldanzosamente la crisi del Conte uno. Salvini era sicuro del fatto che non si sarebbe costituito nessun governo per la impossibile coabitazione tra PD, Renzi e 5 stelle e che quindi la porta per le elezioni anticipate era spalancata come da assicurazioni in tal senso proprio del segretario del PD. Grave errore di Zingaretti che fa il gioco di Salvini con il rischio di regalare il Paese all’uomo del Papeete che aveva chiesto “i pieni poteri”. Se non ci fosse stato il colpo d’ala di Renzi che, scompigliando le carte, mandando all’aria i piani di Salvini e spiazzando tutti si dichiara disponibile ad un governo PD 5 stelle LEU, oggi l’uomo del Papeete sarebbe Presidente del Consiglio di un governo insieme a Meloni e a Berlusconi e probabilmente quest’ultimo si starebbe preparando a salire le scale del Quirinale.

Il tutto benedetto dall’autorevolezza democratica della legittimazione popolare decretata dalle elezioni. Sventato il pericolo si va al nuovo governo giallo rosso. Secondo grave errore di Zingaretti che sceglie di legarsi manie piedi al Movimento 5 stelle come scelta strategica consigliata dal nuovo guru della sinistra italiana, Bettini. Zingaretti, su suo consiglio, sceglie di accasarsi con un movimento ambiguo e inaffidabile come i 5 stelle e si impicca al governo Conte al grido “o Conte o morte”. Questo ha significato legare il PD al fallimento del governo Conte, fare karakiri con Conte, e affondare con esso facendo correre ancora una volta al Paese il rischio di andare a nuove elezioni e regalare il governo a Salvini. Un generale, qualsiasi generale, nella preparazione dei suoi piani strategici in vista di una battaglia si predispone anche un piano B da adottare nel caso di fallimento.

Zingaretti va alla battaglia per difendere Conte senza un piano B e si acconcia alla sua difesa fino all’olocausto cioè fino a farsi complice nel trasformare il Parlamento in un vergognoso mercato delle vacche nel quale Mastella, Tabacci e Ciampolillo (nuovi prestigiosi acquisti a sostegno del governo) diventano persone serie, responsabili e perfino patrioti. Fallita l’operazione sopravvivenza di Conte il PD resta in mutande con il cerino delle elezioni anticipate in mano e stavolta, se non interviene l’intuizione di Mattarella che incarica Draghi, ancora una volta a Zingaretti non resta altra scelta che indicare il ricorso alle urne reclamato a gran voce da Salvini e Meloni. Ma perché questa difesa ad oltranza di Conte fino all’autoannientamento? Perché Zingaretti è prigioniero della linea dell’alleanza strategica con il Movimento 5 stelle con cui si lega mani e piedi fino a fare del PD lo scendiletto e lo zerbino di Grillo con ciò sperando di rimediare qualche comune alle prossime elezioni amministrative. Grazie alla crisi di governo aperta da Renzi nasce il governo Draghi. Un segretario lungimirante e ben consigliato avrebbe dovuto affrettarsi a mettere il cappello su Draghi dichiarandosi entusiasta della indicazione del Presidente della Repubblica e dettando la linea al nuovo governo. E invece, siccome il nuovo governo è frutto dell’iniziativa politica dell’odiato nemico cioè di Renzi, Draghi viene accolto da Zingaretti e dal PD in maniera tiepida fra incertezze, tanti se e molti ma.

Il PD di Zingaretti appare ancora orfano di Conte ed entra nel governo Draghi controvoglia, senza convinzione e quasi costretto dalle circostanze che altri hanno determinato. Il PD non riesce a sentire il governo Draghi come suo tant’è che nel partito cominciano i distinguo, i mugugni sotto traccia e le prese di distanza anche se mai esplicitate ufficialmente. Insomma il PD non mostra di avere grande entusiasmo per Draghi e questo lo avvertono tutti subito. Ancora una volta se il PD fosse riuscito a superare l’odio per il suo peggior nemico e non avesse considerato un peccato originale per il governo Draghi essere il frutto di una crisi determinata da Renzi avrebbe messo il cappello sul nuovo governo, ne avrebbe tratto tutti i vantaggi politici, giocherebbe la partita da protagonista, con ben altro ruolo e con una maggiore visibilità e non come un partito capitato nel governo per caso come un cane in chiesa. E infine il capolavoro dei capolavori di Zingaretti: la promozione di un mediocre come Giuseppe Conte al ruolo di leader e federatore del centro sinistra.

Conte, secondo il Bettini e Zingaretti pensiero, avrebbe dovuto essere il federatore della sinistra, quello che avrebbe dovuto sollevare il PD dalla palude, il leader maximo, il Romano Prodi della situazione che avrebbe dovuto segnare la rinascita di un nuovo centro sinistra. Invece Giuseppi, appena lasciato il governo è si tornato in campo ma anziché giocare il ruolo di leader di coalizione cioè al di sopra delle parti rispetto a PD e 5 stelle cosa fa? Accetta l’invito di Grillo a fare il leader del Movimento 5 stelle lasciando Zingaretti e il PD con un palmo di naso e passando armi e bagagli alla concorrenza. Al solo annuncio che Conte sarebbe stato il leader dei 5 stelle le quotazioni dei 5 stelle sono schizzate al di sopra del 20% e il PD vede erodere proprio da Conte il suo elettorato scendendo nei sondaggi di 5 punti. Sostenendo fino alla morte Giuseppe Conte Zingaretti e il PD si sono allevati una serpe in seno che li ucciderà entrambi. Zingaretti è la prima vittima, la seconda, il PD, sarà cannibalizzata alle prossime elezioni. Proprio un bel capolavoro! Conte, che doveva essere nell’idea di Zingaretti il federatore del centrosinistra, quello che avrebbe risollevato le sorti del PD, è diventato il suo competitor principale. Con questi fallimenti alle spalle Zingaretti ha fatto l’unica cosa che doveva fare, dimettersi e con lui avrebbe dovuto dimettersi quell’altro scienziato di Bettini suo consigliere politico che a mio parere è uno spin doctor buono appena per un condominio. Ma sulla torta dei fallimenti di Zingaretti la ciliegina ce l’ha messa quel diavolo di un Beppe Grillo quando tra il serio e il faceto e con l’ironia che intinge la penna nel veleno come sanno fare solo i grandi comici (e di Grillo tutto si può dire tranne che non sia un grande comico) ha dichiarato “Se il PD è in difficoltà vengo io a fare il segretario “elevato” del PD. Al danno del fallimento di Zingaretti si aggiunge la beffa di un comico, leader di un altro partito, che fa dell’ironia e si prende gioco di un partito che fu grande e che ora è ridotto alle pezze.

Mario Guadagnolo

1 Commento
  1. Vincenzo 1 mese ago
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    Gira e rigira il Prof. Guadagnolo sempre in prima linea a dire una parola ostile nei confronti del PD o ex PCI.. Parla di tutto e nel suo discorrere non perde mai di glorificare l’ex RENZI (grazie a Renzi ecc.). Non riesce mai a nascondere la sua avversione verso i suoi ex Compagni (eppure erano suoi alleati Assessore nella Giunta di sinistra). Le sue riflessioni sono sempre le stesse. Ma mai dice le cose come stanno. Scrive del PCI che aveva le correnti e che si nascondeva nel “centralismo democratico” e non spiega mai cos’era e cioè le due o tre correnti discutevano un problema e dopo la votazione TUTTI votavano per la decisione presa democraticamente e nessuno obiettava o discuteva contro fuori dal partito. Oggi, dall’avvento di Renzi, tutti si sentono in diritto di dire e fare tutto e il diverso di tutto. Poi arriva nel Partito e la prima cosa da fare era quella di mettere la museruola ai vecchi compagni con la scusa di rottamarli perché inservibili (non pensando mai che i vecchi sono i tenutari della storia e nelle tribù e tra gli aborigeni gli stessi sono trattati , riveriti e ascoltati). Ma invece il rottamatore pensò bene di disfarsene (perché davano fastidio) perché doveva ringiovanire il Partito ma nel contempo accoglieva nel partito, tanto da farli eleggere nel Parlamento, i vari nonni e bisnonni trai quali Casini, Bonini /quest’ultima grande girovaga dei partiti. Ma poi mi domando e chiedo: il Prof. Guadagnolo fa la predica a Zingaretti per essersi accordato con i 5S. e aver tradito un ipotetico accordo con Salvini sulle elezioni. Proprio lui che la sera prima di essere eletto Sindaco di Taranto con l’accordo del PCI tanto che festeggiò l’accordo con pizza e birra in un locale di Via Cagliari unitamente ai comunisti e la notte, dopo aver brindato (a birra) per l’accordo raggiunto, si accordò con la destra tanto che il giorno dopo fu eletto sindaco con la DC e destre. Evviva.

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