19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 07:17:57

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Dante Alighieri, il suo Dio e “Giustizia”

foto di Dante Alighieri
Dante Alighieri

In una recente edizione italiana (Hoepli editore, 1987) del volume di Robert L. Joh “Dante templare” pubblicato però a Vienna nel 1946, lo studioso inglese, in un capitolo molto denso del suo libro (il ventiquattresimo), ritiene che il famoso numero 515, che, in cifre romane, si esprime con la parola DXV, che per trasposizione di segni metaforicamente equivale a DVX (condottiero), altro non sia che il celebre Veltro del Canto I° dell’Inferno, cioè quel cane veloce e forte che doveva mettere in fuga la lupa (vizio dell’avarizia o della lussuria) e l’avrebbe dovuta far morire con “doglia”. Il “veltro” per Dante era certamente quell’Arrigo VII imperatore germanico- latino, che avrebbe finalmente messo a giustizia l’Italia, il giardino purtroppo dilaniato, dell’Impero.

Arrigo, dunque, era il supremo giudice in terra (non il Papa Bonifacio), colui che Dio aveva delegato in sua vece per riportare ordine e bene fra gli italiani divisi fra loro e con un Vaticano in Roma supremamente corrotto. Il problema della giustizia umana fu sempre per Dante – esule immerito – un problema di ordine assolutamente etico-morale, e, quindi, giuridico. Ma, al tempo stesso, era problema che aveva le sue più alte radici in Dio, somma ed assoluta giustizia. Il Dio di Dante, più che Charitas o Pietas e soprattutto Iustitia. “Giustizia mosse il mio alto fattore” è scritto sulla porta sconnessa che si apre ai peccatori e a Dante e al suo maestro Virgilio nell’Inferno. Preminente, dunque, era stato nella vita intellettuale e morale di Dante il problema della giustizia umana e di Dio; se lo era proposto e riproposto a più riprese per tutto il poema, a cominciare dal canto IV dell’Inferno, nei suoi aspetti più vari.

Siamo nel limbo e siamo ormai vicini al nobile castello, ove sono gli spiriti grandi non cristiani. Virgilio rivolge a Dante queste parole: tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi? or vo’ che sappi, innanzi che più andi, ch’ei non penano; e s’elli hanno mercedi, non basta, perché non ebbero battesimo. Ch’è porta della fede, che tu credi; (canto IV vv. 31- 36). E perché un uomo di alta moralità e di grandi benemerenze vissuto prima di Cristo, quindi, senza sua colpa non battezzato, deve essere dannato? Ov’è questa giustizia che ‘l condanna? Così nel XIX del Paradiso al verso 77. E continua Dante: “Ov’è la colpa sua, se ei non crede?” E sulle orme di San Paolo (Rom. IX, 20) “O homo, tu quis es, qui respondeas Deo?” Virgilio risponde a Dante con la celebre terzina: “Or chi tu se’, che vuo’ sedere a scranna, per giudicar di lungi mille miglia con la veduta corta d’una spanna?” E perché una persona obbligata con la violenza a sciogliere un voto sinceramente fatto e a cui rimane nello spirito fedele, deve godere di un grado di beatitudine minore? “Tu argomenti: ‘Se il buon voler dura la violenza altrui per qual ragione di meritar mi scema la misura?” (Par. IV vv. 19-21)

Perché, i bambini, tutti morti prima dell’età della ragione, e, quindi senza meriti o demeriti, debbono godere diversi gradi di beatitudini? Sono dubbi molto acerbi che Dante cerca di risolvere nel corso del suo viaggio ultraterreno. La questione della giustizia divina il poeta se l’era posta di frequente “di che facei question cotanto crebra” (Par. IXI, 69). E tuttavia quella superiore, giustizia gli era sembrata (e di fatto, anche per noi lo è ancora) al di là dell’umana comprensione, della logica razionale dell’uomo. Una giustizia non comprensibile, dunque, ma Vera, perché divina e, pertanto, Giusta. Ma la giustizia di Dio è sempre per Dante un atto di fede, un atto teologale, un “attender certo” di “premi o pene futuri”. Una giustizia che c’è, come c’è il fondo del mare, anche se l’uomo sovente non può vederlo. E tuttavia la giustizia umana deriva da quella di Dio, che, se si riflette in cielo sulle intelligenze angeliche, scende sugli uomini espressamente dal cielo di Giove, ove sono gli spiriti giusti. “O dolce stella, quali e quante gemme mi dimostrano che nostra giustizia effetto sia del ciel che tu ingemme” (Par. XVIII, vv. 115-117) E pochi versi prima l’immagine beatificata dell’aquila aveva espresso il famoso versetto biblico (Libro della Sapienza,1): “Diligite iustitiam… qui iudicatis terram”. Ma la giustizia terrena è degna di quella divina? E ne traduce l’alto “officio”? Dante non riesce a comprendere come spesso i giusti soffrano; non riesce ad intendere come governanti e papi, proprio coloro stessi a cui Dio ha affidato la guida degli uomini verso la giustizia, non adempiano il loro dovere.

Sì, Dio interverrà poi a ristabilire l’ordine delle cose, ma intanto, come mai Dio permette che codesti uomini continuino a tradire il suo messaggio di verità e di intendere onesto? Il problema della giustizia umana ha sempre angustiato Dante, che più volte ha espresso bibliche apostrofi contro uomini illustri, papi compresi. Solo nell’ultimo canto del Paradiso, prima di giungere alla visione totale e folgorante di Dio, Dante ha la sublime intuizione che è ai versi 88-89: “Sostanze ed accidenti e lor costume, quasi conflati insieme…” Sostanze (ciò che è eterno, il bene della vita), accidenti, (ciò che passa come tutte le cose effimere, come il male che non dura); intuizione che fa sciogliere finalmente il nodo al poeta. Il male, l’ingiustizia di cui gli uomini soffrono sono accidenti per eccellenza, ma l’accidente è completo con la sostanza, che per necessità logica e religiosa, altro non è che il bene. Se l’amore di Dio regge l’ordine del mondo, anche le ingiustizie di cui gli uomini sono testimoni e vittime nella vita terrena, (e vittima si ritenne anche lo stesso Dante!) non solo si dissolvono nella superiore giustizia oltremondana, ma anche si spiegano nell’economia generale del mondo dei viventi. In Dio e solo in Lui Dante finalmente placa la travagliata sete di umana giustizia. Anche il male e l’ingiustizia degli uomini hanno una loro “finalità”; e tuttavia ciò non toglie che l’anelito dell’uomo deve essere quello di migliorare se stesso, di realizzare, nell’equilibrio della vita etica, il giusto il più possibile oggettivo perché vichianamente le genti possano essere con i Tribunali “più pietose di se stesse e d’altrui”. O dobbiamo ancora dire col Manzoni che “le leggi nascono invecchiando?”

 

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