20 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 20:01:12

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L’epifania di una poetessa fino all’incontro con Pierri

foto di Alda Merini
Alda Merini

Di lei conoscevo le lunghe, interminabili, costosissime telefonate, dopo le quali Michele, che avevo collocato in una suprema sfera, immune così ai beni terreni come alle lusinghe femminili, tornava nel suo studio, dove mi sentivo parcheggiato, in attesa di sorte migliore. Ogni volta, era visibilmente emozionato e ci metteva del tempo a far decantare il vortice di emozioni in cui l’aveva indotto l’interlocutrice telefonica, ancora per me sconosciuta, ed a cui, nelle settimane successive, il “dottore” – così lo chiamavo – diede un volto ed un nome: Alda Merini, la poetessa dei navigli, che andava ormai affermandosi fra le voci più autentiche del secondo Novecento.

Del rilievo che, piano piano, assumeva nella vita di Pierri mi accorgevo, con la semplice verifica del piccolo sacrificio cui mi sottoponevo, attendendo la fine, spesso almeno oraria, degli amabili conversari dei due poeti, smemorati per tutto il tempo del mondo ed intenti a scambiarsi emozioni e visioni che formavano la trama della prima conoscenza reciproca. A pensarci ora, nemmeno la frequente visita di uno dei suoi figli, abitanti in città (Lucio, Pucci…) allontanava per più di qualche minuto Michele dal giovane professore, che, sicuramente, aveva poco o nulla da offrire, ma tanto da ap(prendere) da quell’insolita, rinascimentale figura di intellettuale a 360°, che univa competenze rare da sommare in una stessa persona: scientifiche, di un chirurgo eccezionale, ed umanistiche, di un interlocutore di assoluto interesse per docenti universitari e critici letterari.

Era stata un’enfant prodige, la Merini, ma al liceo Manzoni, per il quale provò l’esame di ammissione, fu respinta proprio in Italiano e per questa sua indegnità si ritrovò a frequentare l’istruzione professionale. A soli quindici anni, avendo cominciato a lavorare presso uno studio notarile, prese a scrivere dapprima a mano, ricopiandoli, poi con la macchina da scrivere, i suoi primi versi. “Non avete veduto quand’è notte / le vergognose stelle / avanzare la luce e ritirarla?… / Così, timidamente la parola / varca la soglia del suo labbro al silenzio costumato”. Per essere versi quasi d’esordio, già palesavano un irrefrenabile istinto poetico, quello stesso che la condusse ad una frequentazione stabile di chi, più anziano di almeno trent’anni, la guardava incuriosito, all’epoca dei primi incontri con Spagnoletti, nella cui casa si ritrovavano a conversare di letteratura, proprio mentre la si faceva…, Maria Corti, Giorgio Manganelli, David Maria Turoldo, Luciano Erba… Era Mario Luzi nel 1949 a scrivere allo stesso Spagnoletti: “E la Merini allora? Misterioso tipo, quello… Non saprei per ora dire di più. La sua forza sta lì, mi pare”. Insieme con i primi sintomi psichiatrici che le fecero conoscere gli allora luminari della psicanalisi (Musatti, Fornari), cominciò a coltivare amori sconvenienti per l’età degli amati e per la collocazione che gli stessi avevano nel mondo dell’intellettualità emergente negli anni del dopoguerra: Manganelli e, a seguire, Quasimodo, che, ancora giovanetta, aveva voluto conoscerla, facendole visita a casa, come ricordava il fratello.

Misteriosa l’apparizione di una nota critica su “Paragone-Letteratura” del 1953 da parte di Pier Paolo Pasolini, dedicata contemporaneamente proprio a lei e a Michele, accomunati da una linea orfica ideale. Caratteristica dominante, fin da allora, della sua lirica la simbiosi di erotico e mistico, che facevano tutt’uno con l’esplosione di un corpo ed un’anima che tutto davano e tutto prendevano. Giunse così il suo primo volume di versi, La presenza di Orfeo presso Schwartz (poi ripubblicate da Scheiwiller nel 1993). Lo stesso Luzi, rivolto a Spagnoletti, ne scrisse: “L’ho letto… e mi ha fatto anche una forte e ansiosa espressione. È un libro molto suggestivo e in alcuni punti veramente convincente”. Andò sposa a Ettore Carniti nel 1954 ed andava ingenuamente fiera di essere, perciò stesso, zia del Segretario generale della Cisl: fu, infatti, una delle prime cose che mi disse di se stessa.

Maria Corti, con l’avvedutezza del letterato di valore, che palesava ormai chiaramente anche in sede critica, ne riscontra immediatamente i due aspetti prevalenti: il potere profetico dei suoi versi più estatici e contemplativi, l’impossibilità di liberarsi dell’angoscia, quella che chiamò “l’impotenza a una soluzione razionale, quasi i primi segnali della stessa, futura follia. Gli anni successivi videro la famiglia crescere, perché, oltre la più grande, Emanuela, nacque un’altra figlia, che la imprigionavano in un ruolo di madre e di moglie, che non era proprio quello più sentito da lei, che aveva voglia di emergere per affermare la sua presenza nella poesia contemporanea, che non riusciva a trovare una composizione con la condizione di madre e di moglie. Fu quello anche un periodo di delusioni provocate dal non felice riscontro che le sue opere in prosa e quelle poetiche ricevevano da editori, sia maggiori sia minori. Nel 1965, cominciò il calvario manicomiale, che durò, con alterne vicende, fino al 1978 ed allontanò la Merini dalle figlie, anche le altre due che sarebbero nate ed avrebbero passato l’infanzia, presso istituzioni deputate e/o parenti con possibilità economica di allevarle. “Il manicomio era saturo di fortissimi odori. Molta gente orinava e defecava per terra. Dappertutto era il finimondo. Gente che si strappava i capelli, gente che si lacerava le vesti o cantava sconce canzoni”.

Fu allora che Alda vide l’Inferno, quel luogo in cui, se non si soccombe definitivamente, si esaurisce molta di quella carica vitale di cui essa era provveduta da giovinetta. Fra elettroshock ed altre pseudoterapie da campi di concentramento, l’abisso fu interamente esplorato, ma le bollette telefoniche – lo ricordava Emanuela – furono “graziate” dalla direzione della Sip, evidentemente già edotta dalla singolarità del personaggio, che ormai era diventata tale, a tal punto da permettersi di pagare diversi tipi di prestazioni o beni di consumo con poesie sfornate al momento… Intorno al 1980, compose la Terra Santa che la Corti giudica il suo capolavoro al tempo in cui l’editoria, diventata impresa, industria culturale, badava più alla tiratura ed ai grandi numeri: quelli già striminziti, persino per gli “Ossi di seppia” di Montale nel 1923, avari ugualmente per la poetessa cinquantenne negli anni 80.

Angelo Carrieri

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