18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

Cronaca News

Morto Riccardo Modeo, il boss degli anni ‘80-’90

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La strage della barberia

Lo ha stroncato un male incurabile. Dopo più o meno trent’anni vissuti sempre in cella e sul groppone quattro ergastoli più una condanna ad altri trent’anni per l’omicidio Galeone. Un episodio chiave, quest’ultimo, della guerra di mala che sconvolse Taranto a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Riccardo Modeo è morto lunedì 14 marzo, aveva 63 anni. Era stato il boss indiscusso del clan del quale avevano fatto parte anche i suoi due fratelli Gianfranco e Claudio.

Destini diversi: Claudio è deceduto sei anni fa, nel carcere di Secondigliano; Gianfranco, invece, intraprese la strada della collaborazione con la giustizia e oggi è un libero cittadino. Riccardo Modeo, che era detenuto a Campobasso, è morto dopo una breve permanenza nel reparto oncologico dell’ospedale Moscati. Il suo avvocato Maria Letizia Serra era riuscita a ottenere per lui la detenzione domiciliare per le sue gravi condizioni di salute. Da alcuni giorni era stato trasferito a casa di una sorella. Era un clan potente, quello dei tre fratelli Modeo. Con amicizie influenti in Calabria e in Sicilia. Un clan che in quegli anni segnati da sangue e violenza seminava terrore e contese il primato del controllo sul territorio all’altro dei fratelli Modeo, Antonio, detto il Messicano.

Un soprannome dovuto pare alla sua partecipazione come comparsa in uno degli spaghetti-western che furoreggiavano negli anni ’70. Il “messicano” – che sarà ucciso a Bisceglie nell’agosto del 1990 dal boss tranese Salvatore Annacondia – ha la vocazione per il crimine d’impresa: con una sua ditta di gestione di materiali ferrosi riesce ad ottenere lauti appalti all’interno dello stabilimento siderurgico, allora Italsider, proprietà pubblica. Sembra non particolarmente interessato al traffico di droga e questo sarebbe stato uno dei motivi di contrasto con gli altri tre fratelli. La faida tra le due fazioni contrapposte segnò tragicamente la storia di Taranto tra il 1989 e il 1991: oltre cento morti ammazzati. Non solo uomini dei clan, ma anche vite innocenti completamente estranee a quella guerra combattuta a colpi di Kalashnikov. Vittime innocenti come la piccola Valentina, appena 6 anni. Uccisa perché quando i killer entrarono in azione era fra le braccia del padre, vero obiettivo dell’agguato. O come Angelo Carbotti, freddato nella sua auto nell’ospedale Santissima Annunziata perché aveva prestato soccorso alla sorella di uno dei boss dell’epoca.

La sua colpa fu quella di essere stato scambiato per un soldato del clan avverso a quello dei Modeo. Una guerra, quella tra i due clan Modeo, esplosa quando erano ormai saltati gli equilibri della vecchia mala tarantina, quella vecchio stampo di don Ciccio Basile e Vito Masi. Il primo, dedito soprattutto all’usura e al traffico di reperti archeologici, ucciso nel settembre del 1988; l’altro ammazzato a maggio dell’anno successivo, pochi mesi prima dell’uccisione di Costantino Turco, l’omicidio che di fatto scatena la brutale scia di sangue. Turco viene assassinato a Torricella: è lui a fare le spese per i contrasti sorti nella gestione delle estorsioni. Ma questo è solo il primo atto della tragica sequenza di omicidi. L’odio tra le due fazioni raggiunge subito l’apice e ha come scenario bellico il rione Tamburi e come vittime designate i genitori dei boss. La sera del 21 agosto viene freddato Paolo De Vitis, padre di Salvatore, alleato di Antonio Modeo.

L’uomo è dietro al suo banco di frutta quando viene trafitto da una raffica di proiettili. La risposta non si fa attendere e arriva appena ventiquattro ore dopo: un commando fa fuoco su Cosima Ceci, mamma di Riccardo, Gianfranco e Claudio Modeo. La donna morirà dopo alcuni giorni di agonia. Ormai è scontro aperto, senza regole né codici di onore da rispettare. L’escalation è da brividi, la città è sconvolta da questa improvvisa e rabbiosa esplosione di violenza, anche magistratura e forze dell’ordine restano sorpresi da quella impetuosa ondata di sangue e morte.

La sera del 31 agosto di quel terribile 1989, il commerciante di carni Marino Pulito, boss pulsanese affiliato al clan dei tre fratelli Modeo, si presenta al bunker di Montescaglioso dove sono nascosti Riccardo e Gianfranco Modeo: «Compare, tutto è fatto. Quello è morto». “Quello” è Michele Galeone, autista di Antonio Modeo. Viene ucciso sulla strada tra Statte e Crtispiano mentre è in compagnia del figlio a bordo della sua Fiat Uno. In quella caldissima estate Galeone stava facendo incetta di auto di grossa cilindrata. Bolidi che sarebbero stati utilizzati «per fare la guerra a Riccardo». Ci vorranno due anni per porre fine a quella sanguinosa faida, poi ricostruita minuziosamente – grazie anche alla legislazione sui collaboratori di giustizia – nel maxi processo Ellesponto, il grande processo alla mala tarantina. Due anni costellati da episodi particolarmente cruenti e di notevole astuzia criminale, come l’uccisione di Cosimo Lippo nella sua casa dove era detenuto agli arresti domiciliari. Un omicidio compiuto da un commando di sicari travestiti da poliziotti che bussano alla porta fingendo un controllo di routine. Un piano escogitato proprio da Marino Pulito, che poi diventerà collaboratore di giustizia.

L’ultimo drammatico episodio è quello della strage della barberia, in via Garibaldi, Città Vecchia. È l’1 ottobre 1991: anche in questo caso un commando di fuoco entra e spara all’impazzata in una sala da barba. Restano uccise quattro persone estranee a quella guerra. I killer avevano altri obiettivi: Cosimo Cianciaruso e Antonio Martera, che avevano lasciato la barberia poco prima di quella tragica irruzione. Quella strage fu il colpo di coda del sodalizio dei fratelli Modeo, nel frattempo già catturati nel nascondiglio bunker di Montescaglioso. Da allora sono trascorsi trent’anni, quei trent’anni che Riccardo Modeo ha vissuto interamente in carcere ad espiare le sue colpe. Oggi, a distanza di così lungo tempo, si può anche provare a definire i confini dell’azione criminale esercitata dai Modeo in quegli anni. Non fu un gruppo chiuso nei confini provinciali. Tutt’altro.

Le verità emerse nel processo Ellesponto insieme ad alcune recenti testimonianze rese proprio da Gianfranco Modeo e da Marino Pulito nell’ambito del processo sulla ‘ndrangheta stragista in corso a Reggio Calabria aiutano a capire meglio forza e influenza di questo clan. «Avevamo competenza su Taranto e provincia e rapporti con la famiglia Bellocco di Rosarno, con i Morabito di Africo Nuovo. A Milano con la famiglia Fidanzati. Riccardo ebbe modo di favorire la famiglia Pullarà, che era collegata ai Corleonesi. Eravamo una famiglia riconosciuta a livello nazionale»: parole di Gianfranco Modeo, chiamato a testimoniare in quel processo. E fuori Taranto la fama criminale dei Modeo doveva essere così riconosciuta da spingere le grandi famiglie mafiose a chiederne la collaborazione per realizzare la strategia delle stragi che più tardi raggiunse il suo culmine con l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino. «Si dovevano fare attentati in Italia. Era stato chiesto a tutti i gruppi di fare questi lavori ognuno nei propri territori per creare scompiglio. L’iniziativa arrivava da gente di Catania. Ma la strategia non fu attuata perché i palermitani posero il veto».

Vicende torbide nelIe quali spuntava anche il nome di Licio Gelli che intreccerà il suo nome a quello dei Modeo anche per altre vicende. I Modeo, stando a quanto dichiarato da Gianfranco Modeo nel processo a Reggio Calabria, si tennero però alla larga da quest’altra spirale di terrore, rifiutando il coinvolgimento che sarebbe stato chiesto da Morabito per uccidere il giudice Ilda Boccassini. Ma la stagione delle stragi andò avanti comunque.

«Non possiamo più tornare indietro», avrebbe confidato in carcere Bernardo Brusca allo stesso Gianfranco Modeo. Contatti e rivelazioni che dimostrano quanto fosse tenuto in considerazione in ambito criminale il clan del quale era a capo Riccardo Modeo. Un clan capace di arrivare a stabilire contatti anche con Licio Gelli, il maestro venerabile della famigerata Loggia P2. Gelli accolse in una stanza dell’Excelsior, a Roma, Marino Pulito e Vincenzo Serraino, un funzionario dell’Archivio di Stato che fece da tramite tra il boss di Pulsano e il maestro venerabile. A Gelli, Pulito chiese di intercedere per ottenere la revisione del processo a carico dei tre fratelli condannati per l’omicidio Marotta. Qui l’episodio si tinge di giallo, a metà fra realtà e fiction. Gelli infatti in presenza di Pulito e Serraino fece la fantomatica telefonata ad un certo Giulio, lasciando credere che si trattasse di Andreotti. Non si appurerà mai se davvero all’altro capo del telefono ci fosse il più volte presidente del consiglio. Gelli garantisce comunque il suo intervento per aiutare i Modeo assicurando di poter contare sull’appoggio di Andreotti. In cambio chiede a Pulito di adoperarsi per raggranellare voti in favore della Lega che Gelli voleva presentare alle elezioni. Uno scambio politico-mafioso, insomma. «Tuttavia – dirà Pulito al processo in corso a Reggio Calabria – alla fine non credo si sia fatto più nulla, perché sono stato arrestato e non ho saputo più nulla».

E chissà se dopo trent’anni si riuscirà finalmente a scrivere la parola fine su quelle oscure vicende.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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