13 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 15:33:31

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Cesare Giulio Viola, l’arte di saper narrare come giornalista e oratore

foto di Cesare Giulio Viola
Cesare Giulio Viola

Cesare Giulio Viola fu personaggio poliedrico: romanziere, poeta, drammaturgo teatrale, novelliere, oratore; mancava ai suoi interessi la figura del giornalista perché non solo fu tenace collaboratore di alcune testate illustri della Roma del suo tempo, ma non trascurò la pugliese “Gazzetta del Mezzogiorno” alla quale indirizzò non pochi interessi di cultura come l’ampio estratto della sua conferenza su Bernard Shaw (aprile del 1928).

Su Cesare Giulio Viola c’è, al di là dello studio dello Scorrano su “Il polso nel presente”, un ritratto di Luigi Maria Personè, scrittore leccese trapiantato a Firenze. Fu pubblicato nel quotidiano barese nel 1928. Personè, con una scrittura fluida, serena, discorsiva, ma anche ironicamente realistica ci offre uno spaccato ampio e giornalisticamente ben condotto sulla personalità del Viola in tutta la sua più varia “persona”; dal narratore al drammaturgo o come egli si definì “operaio del teatro”. L’articolista – saggista coglie assai bene toni e momenti psicologici e creativi e li sa presentare al lettore con l’efficacia di una narrazione intessuta tra la storia culturale italiana dell’epoca venti e trenta del Novecento e i riflessi di quella, soprattutto, dal teatro pirandelliano, ma non trascura anche il giornalista ed il narratore di novelle. Ed infatti quello che maggiormente colpisce dell’opera di Cesare Giulio Viola è l’arte di saper narrare in maniera equilibrata e precisa ma al tempo stesso ironica e quasi sorniona proprio l’aspetto, attraverso articoli e presentazione di lavori di suoi amici e persino di un lavoro sulle qualità del vino pugliese che furono molto apprezzate dalla stampa italiana e non solo italiana. Uno dei racconti più notevoli, non solo per l’amore natio verso la sua città, ma per l’uso del vivere in quella città detta antica è “L’occhio di bove” che ha una sua stesura tra il racconto e il bozzetto ed è ambientato nella Taranto vecchia nel principio del Novecento e la trama si svolge nella casa di due anziane sorelle e signorine. Scrive Viola: “tra l’odor di incenso il sommesso brusio di preghiera”.

Il tempo del racconto è quello caro di Viola, delle lampade a petrolio; e la lampada a petrolio diventerà motivo dominante della sua opera maggiore “Pater”. Ma non possiamo trascurare un altro intervento che sembra un ironico bozzetto, ma è lucida immagine dell’Italia tra Ottocento e Novecento dal titolo “Dopo il diluvio”. E il diluvio è la seconda guerra mondiale che ha portato, oltre che la sconfitta, all’Italia, miseria e morte. È una rassegna direi storica, fisiologica antropologica, morale, etica e religiosa nonché politica di quella che fu la famiglia italiana fra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. Quattro generazioni: quella del nonno, del padre, del nostro scrittore e l’ultima, del figlio. Una famiglia ricca di tanti personaggi con le loro vicende nel diverso andar del tempo: dal nonno quasi barbuto e fornito di poderosi mustacchi, al padre Luigi con la barba che va scomparendo ma non i baffi all’Umberto e molti capelli taglianti a spazzola come aveva il re buono. Quella di suo padre è la generazione degli avvocati, dei medici, dei professori di lettere, cioè quella che formò la nostra borghesia.

È la generazione che ha mandato a casa Francesco Crispi, che ha visto la riforma scolastica di Giovanni Gentile, che ha letto l’ “Estetica” di Benedetto Croce, ma è tuttavia sempre la generazione carducciana. E non mancano le donne che leggevano Daniele Cortis e poi anche Antonio Fogazzaro e, di nascosto, “Il piacere” di Gabriele D’Annunzio. Poi venne la sua generazione che fu quella del fascismo; fu la generazione dell’impero ma anche dell’atroce sconfitta della seconda guerra mondiale. Fu una generazione nella quale il padre, la madre e il figlio andavano in divisa ed erano tutti all’ordine di un comando che era fuori dalla famiglia. E poi l’ultima generazione, quella dei figli nati dal padre che è quella della quale la storia italiana, dopo la sconfitta, prende l’atmosfera della rinascita con De Gasperi, con Einaudi, con il grande Enrico De Nicola e con la battagliera sinistra. Ma non possiamo trascurare l’oratore e il giornalista Viola; il primo a proposito di Bernard Shaw, l’altro a proposito dell’avvocato Russo che lasciò un grande ricordo per la sua brillante professione, per essere stato il condottiero della rivista “L’eloquenza”, per la memoria dei suoi cittadini. Ma su Shaw, che fu primamente un’orazione tenuta a Bari con voce, scrive il Personè, calda ed avvincente, Viola ha lasciato per la Gazzetta del Mezzogiorno, nell’aprile del 1928 un lungo articolo presentato in paragrafi sul senso della vita, sulla visione drammatica, sul bene e sul male, sul personaggio del cuore, sulla macerazione spirituale, sulla primavera del mondo. Viola si sentì legato alla voce mordente ed ironica dello scrittore Shaw e, per alcuni aspetti, la sua conversazione tradusse il suo stesso stato d’animo, ma del giornalista Viola c’è tanto altro da dire e da scrivere e ciò sarà motivo di un prossimo intervento.

Paolo De Stefano

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