15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Aprile 2021 alle 16:13:34

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Cesare Brandi, incantevole compagno di strada

foto di Cesare Brandi
Cesare Brandi

Per Silvana Editoriale da ieri in libreria uno straordinario volume nel nostro panorama letterario, Scritti su Cesare Brandi 1946-2017. Un incantevole compagno di strada. Le pagine eminenti sul grande scrittore senese, che giustamente Buzzati chiamò “un pozzo di erudizione”. Si completa così un tracciato su questo vero umanista moderno. Il curatore, Vittorio Brandi-Rubiu, lo ha ripartito in cinque sezioni: Lo scrittore, Il filosofo dell’arte, La forma del saggio, Il teorico del restauro, Il critico e lo storico dell’arte. Nel suo saggio introduttivo (A passo d’uomo attraverso la storia) Giuseppe Appella scrive: “Cosa ha spinto Vittorio Rubiu a progettare un libro che raccogliesse i saggi, le prefazioni, gli articoli, spesso occasionali, scritti su Brandi dal 1946 al 2017 se non la necessità di ampliare il dibattito a una più larga cerchia di lettori e far risaltare, una volta per tutte, quanto ha argomentato Geno Pampaloni che nel 1990, nella prefazione a Città del deserto, pubblicato dagli Editori Riuniti, è tornato ad affermare perentoriamente che le pagine dello scrittore senese conservano una vitale freschezza più forte della datazione?” e poco più in là continua

“(…) L’impresa di Brandi, ‘incantevole compagno di strada’, viene ripercorsa nelle pagine di questo libro che attraverso il suo scrittore, il filosofo dell’arte, la forma del saggio, il teorico del restauro, il critico e lo storico dell’arte, in un arco temporale che copre ben settantuno anni, riunisce contributi capaci di sviluppare una sorta di colloquio, postumo, di esplorare linee egemoni e canoni novecenteschi, fatti essenziali e dissertazioni di estetica, non escluse forme innovative tali da delineare un profilo del Maestro i cui esiti straordinari hanno tracciato un solco indelebile nella stessa storia della letteratura”. La conclusione del suo saggio la condividiamo in pieno. Parafrasando quello che si disse per Longhi. Di fronte a questo suo antico allievo, Maestro di assoluta statura, “non possiamo non dirci brandiani”.

“Un’antologia ragionata degli scritti non di Brandi, ma su Brandi”: in lui, “contro ogni conformismo accademico, è viva l’esigenza di una totalità.” Cosicché al vertice di tutti i suoi vari interessi ci sia il suo “essere scrittore” (Vittorio Brandi-Rubiu). Come riferire con pienezza un testo così ricco, con una sessantina di autorevoli personalità proposte nel volume? Abbiamo scelto una strada che ci pare utile: se fra gli autori troviamo da Arbasino ad Argan, ad Abbagnano, da Bo a Buzzati a Borghini, da Carandente a Croce, da Benedetti a d’Angelo, da Montale a Gio Ponti, da Sgarbi a Strinati, a Sargentini a Siciliano, da Urbani a Zevi, ed altri pregevoli? E inoltre come sono numerosi gli autori così le distanze nel tempo: dal primo scritto del 1946 all’ultimo del 2017. Proponiamo qui quattro incipit. E la scelta è indirizzata ad argomenti o situazioni dal sapore di Puglia. Riproponendoci di tornare su questo bel libro. Benedetto Croce, Carmine o della Pittura, 1946.

“Questo libro è da raccomandare agli studiosi della teoria dell’arte così per le molte cose giuste e calzanti che dice come per lo spirito che l’anima. Non che contenga concetti o avviamenti fondamentalmente nuovi in qella teoria, perché esso si muove (né poteva essere altrimenti) nella cerchia segnata e coltivata dal lavoro italiano di estetica, continuo e intenso nell’ultimo mezzo secolo, e lavora su quei concetti; e lo stesso spirito animatore, che è quello del carattere, come si suol dire, ‘ideale’, e meglio si direbbe ‘astorico’ dell’arte, è di tutta questa estetica … Per altro, il Brandi non ripete, ma riporta e riespone a modo suo quei concetti e quelle critiche acquisite, e così li ripresenta rinfrescati. Forse avrebbe fatto meglio a scegliere altro modo letterario di esposizione che non sia il dialogo, perché il suo, dialogo non è, consistendo in una lunga trattazione dottrinale, che un ‘Carmine’ di rado e con poca forza interrompe o commenta, posta in bocca ad un personaggio che egli denomina ‘Eftimio’(e che sarà, se ben intendo, un ‘Euthimos’ alla greca, cioè un uomo di animo generoso, il che ben gli converrebbe). (…)”.

LEONE PICCIONI. IL VIAGGIO IN CINA DI CESARE BRANDI (1982)
“La Cina non è la luna, ma è qualcosa di lontano come la luna che però si vede, nelle notti serene, distinta e nitida, ma come assente: la Cina sta in un tempo perduto, che si trova nel nostro come una specie estinta, eppure viva, astante, giovanissima… Una campagna immensa, lavorata come un orto, strigliata da pettini amorosi, primitivi erpici tirati dai cavalli, e spessissimo piena di gente, coi larghi cappelli di paglia, uomini e donne in calzoni, accovacciati per terra, a trarre erbacce, dove tutto sembra già setacciato, tirato a lucido. Un uomo in piedi, con un foglio, dava i voti, chi aveva lavorato di più, chi aveva fatto meglio. Da trasecolare, ora che nessuno vuol più lavorare in campagna con le mani, ora che senza trattori e senza una meccanizzazione sempre più sofisticata non si mangerebbe più un tozzo di pane… Come i soldati, tutti vestiti, uomini e donne, allo stesso modo, poveri ma non miseri, poveri ma decentissimi, senza una macchia, uno strappo, una toppa; e in un’aria di giovinezza perenne, come di bambini cresciuti troppo, coi calzoni che gli fuggono dalle scarpe, ma con il sorriso in mostra come un oggetto di abbigliamento. Vicini e lontani al tempo stesso, quasi paralizzati dalla timidezza’. Ecco, già, in queste poche note, il tocco maestro dello scrittore che senza indugi, e con piglio sintetico, ma sciolto e liberissimo, ti mette a contatto con gli oggetti della sua descrizione, e ti tiene insieme a sé nell’osservazione delle cose. In viaggio. È questo l’ultimo Cesare Brandi, viaggiatore, l’ultimo Brandi scrittore di viaggi così come da poco ci è venuto accanto con il suo Diario cinese (Einaudi) fresco fresco di stampa, apparso all’inizio del mese di febbraio.”

ALDO PERRONE, INCIPIT DELL’OMAGGIO DI TARANTO A CESARE BRANDI, 1982.
(Del “nostro” Aldo Perrone troviamo anche, nel libro, la prefazione al Martina Franca di Brandi, ripubblicato nel 1987). “Nella sua instancabile attività di critico e storico dell’arte, di letterato e di saggista, di giornalista ed operatore culturale d’eccezione, di teorico dell’arte e del restauro, di scrittore sempre in giro per l’Italia e pel mondo, insomma di moderno umanista, Cesare Brandi ha trovato il tempo d’offrire non pochi doni alla nostra città. Alla Taranto che il Premio Taranto del compianto Antonio Rizzo aveva destato alla cultura e all’arte del nostro tempo, tracciando quella linea di luce che, dal dopogerra ad oggi, pur tra tante difficoltà, riesce a sopravvivere. Occorre qui ricordare almeno le occasioni più salienti. Il Premio per un monumento a Giovanni Paisiello, che laureò Nino Franchina con una meravigliosa spirale astratta che si impose di poco su uno smalto altrettanto astratto di Leoncillo (poi il sindaco comunista ‘suicidò’ il concorso – del quale pure era presidente – per ordini romani perché vigeva ancora il veto contro l’arte ‘degenerata’).

Quindi il Pellegrino di Puglia, che per Taranto fu conforto delle ragioni della ragione, colpita a morte dalla distruzione del campanile normanno del Duomo di San Cataldo, sostituito con quello che ‘sembra elaborato nel cartone, sembra fatto per burla’. Il Pellegrino rimise qui il mondo nel verso giusto, incoraggiò la città inventandole (da invenire) la bellezza del suo sito e del centro storico – maledicendo il risanamento del piccone del duce, le ‘brasinerie’ ed i moderni palazzinari – il valore di quegli affascinanti monumenti che sono i pluricentenari boschi di ulivi, ricchi di anni per quanto frondosi e contorti, belli come altri boschi da incantesimi e come favolosi villaggi di bianche casupole, o nascoste dimenticate rovine di antichità addormentate nella campagna. (…)

UMBERTO ECO, LE DUE VIE, 1966.
“La prima caratteristica de Le due vie di Cesare Brandi è una coraggiosa inattualità. Ho detto ‘coraggiosa’ e quindi ‘consapevole’: in un momento storico in cui si procede alla traduzione sistematica di ogni fenomeno culturale in un sistema di segni, Cesare Brandi scrive una serie di saggi di estetica in cui si rivendica una ‘essenza’ dell’arte non riducibile alla comunicazione. Ma nel far questo egli prende in esame, con molta acutezza e comprensione, proprio quelle teorie di cui potrebbe fare a meno (se la sua inattualità fosse inconsapevole). Assistiamo così, in questo libro dedicato a sfatare l’idea che l’arte sia solo ‘messaggio comunicativo’, ad un esame ricco e dettagliato delle estetiche della comunicazione ( (dalla teoria dell’informazione alla semiologia) in modo tale che la prospettiva comunicativa si dialettizza e s’integra alla prospettiva fenomenologica da cui parte l’autore. Di questo libro, che da una serie di pagine teoretiche passa poi ad una discussione di molti problemi contemporanei (la fotografia, le poetiche dell’avanguardia, l’opera aperta, gli oggetti della civiltà di massa, eccetera) vorremmo toccare però solo il punto centrale; il più arduo ma il più attuale e provocatorio. Due vie di accesso all’opera d’arte, il senso di una polarità che ha attraversato in modi diversi la discussione estetica di tutti i tempi, mimesi e catarsi, forma e contenuto, punto di vista dell’autore e dello spettatore … Brandi riconduce questa tensione a un’opposizione fondamentale che dominerebbe la realtà stessa dell’opera d’arte: possiamo considerare l’opera nella sua essenza (in sé e per sé nella sua struttura) oppure nel momento in cui essa viene recepita in una coscienza. (…)”.

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