16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 15:43:58

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Il latino, lingua morta che non ancora muore

foto di Marco Tullio Cicerone
Marco Tullio Cicerone

Caro direttore la chiamano e l’hanno chiamata “lingua morta” ma strano a dirsi è viva quella lingua morta che è poi la madre della nostra lingua dantesca e manzoniana ed ha come suo progenitore il greco a cominciare proprio dalla parola pandemia che noi usiamo ogni minuto e che è una struttura linguistica greco latina.

Caro lettore, siamo tutti latinisti e proprio l’altro giorno il presidente del Consiglio Draghi ha parlato di un riferimento al posto della lingua inglese per la quale siamo tutti abbondantemente pressati, di ritornare alla lingua italiana che è un bene culturale di millenni e che non ha riscontro in altri linguaggi della stessa epoca e della stessa struttura linguistica. Possiamo ben dire che noi, senza volerlo, parliamo latino nelle frasi anche dialettali a cominciare dal dialetto tarantino. Eppure lo scontro culturale avvenne quando dalla scuola media inferiore, per la lingua dialettale si mise da parte la lingua latina, che noi, un tempo avevamo studiato sui testi di Cornelio Nepote, sul Vangelo e su Catullo. Caro direttore l’altro giorno ho incontrato nella nostra “via sacra” che è via D’Aquino il caro Orazio, che mi è venuto incontro e mi ha detto: “Amicae, quo vadis?” ed io un po’ confuso di trovarmi dinanzi a tanto illustre personaggio non posso che dirgli “Vado in una “libreria” per acquistare un libro la cui origine è nel latino “liber” che vuol dire libero di leggere, di scegliere, di commentare. Il titolo del libro lo ho in pectore”.

Orazio: “sono stato anche presso il mio Galeso che allo “status quo” è un corso d’acqua “pro mea memoria” profanato e imbarbarito. A lui ho risposto: “obtorto collo” che quel modesto fiume d’acqua è stato celebrato da tutti i grandi poeti latini e anche Orazio presso le sue acque allora limpide voleva chiudere la vita. D’altra parte quando poco dopo il grande poeta latino mi disse che voleva lasciare la città per ritornare presso la sua “Venusia” mi disse che avrebbe obliterato il biglietto e quell’obliterato è tipicamente tutto latino.

Ma perché noi ancora usiamo l’espressione inglese Ok quando latinamente possiamo dire “Bene atque bene”? Tuttavia per coloro i quali sono come diceva Orazio i probiviri della città nulla si concede a chi per secoli ha trascurato proprio presso il Galeso cantato anche dal Pascoli, la bellezza e l’armonia di quel breve corso d’acqua. Orazio sparisce al mio sogno cittadino. Ma ricordiamo, anche oggi nel pieno di una evoluzione scientifica immane, che la stessa parola “virus” che in latino vuol dire veleno è il nemico che ci assedia quotidianamente.

Ma nel latino c’è anche quel concetto di cultura della comunicazione che tradotto in inglese è “cancel culture” e non si sa che il cancel è parola latina come culture. Nel latino è la civiltà di un popolo ed è la stessa civiltà della chiesa cattolica che ha come sua lingua ufficiale di Stato la lingua di Cicerone, di Agostino e di Tommaso. Io rimango nel pensiero tutto personale e a me dico: e se tornasse Cicerone sfogliato, letto e studiato da tutta la giurisprudenza italiana e oltre? Lui non avrebbe bisogno di un’ “aula magna” ma “de visu” ci direbbe “mala tempora currunt”. E aggiungerebbe col tempo che non passa per le cose grandi e sacre ma per le cose inique e futili coloro che pensano ad un linguaggio corretto “non praevalebunt”. Ed io non saprei dire che umilmente “transeat”. Messo fuori dalla porta ogni ora torna dalla finestra.

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