16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

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Dante e l’Unità d’Italia. Commemorazioni del Poeta in Cile… cent’anni fa

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Il manifesto delle celebrazioni di Dante nel 1921

Nel 1921 ricorreva il VI centenario della morte di Dante Alighieri. Firenze, Ravenna e Roma, le tre città italiane che hanno dato al Sommo Poeta rispettivamente i natali, l’ospitalità assoluta durante l’esilio e l’ideale politico e religioso, decisero di tributargli in quell’occasione solenni onoranze. In quell’anno per l’Italia, uscita da poco vittoriosa dalla Grande Guerra, ma scossa da conflitti sociali e politici di notevole portata, le celebrazioni dantesche furono particolarmente significative.

Esse consacrarono definitivamente il poeta a simbolo dell’italianità, proseguendo nel solco della tradizione sorta sin dall’inizio dell’Ottocento. In quel periodo infatti il nuovo clima politico e culturale, successivo alla rivoluzione francese e alla nascita dei nazionalismi, contribuì a costruire il mito di Dante come “poeta vate” dell’Italia, pronta a risorgere e a battersi per la propria indipendenza. Nel 1921 inoltre erano trascorsi sessant’anni dalla costituzione dell’Unità Nazionale, particolare non trascurabile che offrì agli italiani l’opportunità di solennizzare due eventi molto significativi per il Paese.

Tale occasione non sfuggì neppure ad un tarantino illustre, Enrico Piccione, classe 1863, il più autorevole divulgatore della cultura italiana in America latina che, allo scopo di rendere omaggio alla figura di Dante e all’Italia da poco unificata, realizzò un’iniziativa editoriale, sottoforma di “numero unico”, del giornale intitolato: “Dante Alighieri. Il VI Centenario della sua morte. 1321 – 14 settembre – 1921”, pubblicato in Santiago del Cile. Enrico Piccione, dopo gli studi di giurisprudenza a Napoli ed un periodo trascorso a Roma dove aveva assunto posizioni di rilievo nel panorama culturale italiano, nel 1895 fu inviato dal Ministero della pubblica Istruzione in America latina per studiare l’ordinamento scolastico delle Repubbliche sudamericane. Si stabilì quindi in Cile dove rimase fino al 1927, fondando numerose società culturali e diventando promotore di importanti iniziative tanto da essere considerato l’apostolo dell’italianità in Sudamerica.

Conservò sempre rapporti con l’avvocato e studioso tarantino Pasquale Imperatrice al quale consegnò una raccolta di giornali e documenti, di cui fa parte anche il numero unico sulle celebrazioni dantesche, raccolta oggi custodita nell’Archivio di Stato di Taranto. In questo giornale sono pubblicati veri e propri saggi sulla figura e le opere del poeta fiorentino, firmati da eminenti storici, letterati e politici, alcuni già scomparsi nel 1921, altri ancora in vita: per citarne solo alcuni, Benedetto Croce, Giosuè Carducci, Luigi Settembrini, Aurelio Saffi e Giovanni Bovio. Osservando il giornale è evidente la volontà di esaltare il ricordo del Sommo Poeta e dell’Italia, tributandogli omaggio sin dai riferimenti contenuti nella copertina. L’immagine posta al centro di quest’ultima, dopo il titolo, infatti, mostra un particolare scultoreo dell’Ara votiva, posta al centro dell’Altare della Patria in Roma, simbolo dell’Unità nazionale.

Al di sotto della stessa è presente un’epigrafe alla “Patria Italia” e al sommo Poeta, scritta dallo stesso Enrico Piccione, ed intitolata “Amor Patrio” che qui riportiamo “Patria!… Oh patria, Italia!… Dolcissimo nome e intensissimo e delicatissimo affetto di madre,/ che gelosamente conserva le tradizioni degli avi e zelantemente forma i nuovi ideali nella mente e nel cuore/ dei suoi figli amati… Tu, o Dante Alighieri, nel tempo tuo tristissimo di contrasti intellettivi e di dis/cordie civili, tu con il potere della tua alta coscienza la flagellasti per risollevarla a sua grandezza giam/ mai perduta, tu profondamente l’amasti negli studii e negli officii politici e nell’esilio, tu la glorificasti in/ tutte le sue sublimi virtù, e ad Essa tu desti scienza ed arte e lingua; tu, tra la mente pagana di Vir/gilio e lo spirito cristiano di Beatrice, tu fosti il pensiero moderno, che da Italia si espanse e si fece uni/versale; a te, oggi, l’Italia ed il mondo civile rendono devoto omaggio, e presso la tua tomba in Ravenna/ giurano amore e concordia sull’Evangelo dei Doveri e dei Diritti per le Patrie e per l’Umanità. Enrico Piccione”. Dei 23 articoli che seguono ne citeremo solo alcuni. In quello introduttivo, “L’Italia. Natura-Pensiero-Storia”, Enrico Piccione tratteggia le bellezze naturali della Penisola, i paesaggi lussureggianti, le rade, i porti, le città e descrive l’evoluzione storica, i progressi nelle scienze, nelle arti e nelle industrie. Isidoro Del Lungo ripercorre la vita di Dante, in Patria e “nell’esilio errabondo”, mentre gli scritti degli altri autori si soffermano sul significato delle opere del poeta.

Luigi Settembrini definisce la “Divina Commedia” il “poema della libertà”, dove per libertà si intende il principio “informatore della vita italiana” che «informava l’arte, anzi si spiegava tutta quanta nell’arte e le dava forza e grandezza». Ne “Il Purgatorio secondo Francesco De Sanctis”, lo scrittore contrasta l’opinione comune dei critici dell’epoca secondo la quale il Purgatorio, essendo meno letto e studiato “sottostà per bellezza all’Inferno”.

Contrario ad ogni paragone tra le due cantiche, egli spiega il significato del Purgatorio, sostenendo che «Maravigliarsi dunque che nel Purgatorio non si trovino le stesse bellezze dell’Inferno è come maravigliarsi che il Purgatorio sia Purgatorio e non Inferno». Continuando a sfogliare il giornale, di grande interesse risultano gli scritti che accostano la figura di Dante a Mazzini e a Goethe. Aurelio Saffi dimostra quanto Giuseppe Mazzini abbia tratto ispirazione dal pensiero del poeta fiorentino, sviluppandolo e portandolo a compimento. Il Mazzini, scrive Saffi, aveva ben compreso il pensiero dantesco e, alludendo ai libri della Monarchia e del Convivio, era convinto che gli italiani, dallo studio delle opere dantesche, avrebbero ricavato oltre «all’idea di Nazione consacrata dal più potente Genio d’Italia», anche altre verità che sono state rivendicate da pensatori stranieri di epoca successiva. Molto suggestivo è l’accostamento di Dante a Goethe nello scritto di Giulio Bertoni secondo il quale Dante è stato «il più alto poeta dell’umanità al quale nessun altro può essere avvicinato, salvo forse, per alcuni rispetti Goethe che, a distanza di tanto tempo, riprese a cantare allegoricamente la purificazione e sublimazione dell’uomo». Proseguendo con le sue argomentazioni Bertoni individua le affinità ma anche le enormi differenze tra i due poeti. Come Dante, il Faust di Goethe, “malato di sensualità”, riesce a salvarsi dai vizi del mondo, conquistando la virtù ed allontanando il potere del demonio. Per entrambi «il senso, abbandonato a se medesimo, è corruzione, è furia, è follia» ed anche per Goethe il mistero dell’al di là è impenetrabile per l’uomo; tuttavia, il poeta tedesco è lontano dal mondo di Dante; il Rinascimento e la Riforma che hanno portato alla conquista della libertà di coscienza e al «il trionfo della civiltà nuova dopo la gran lotta contro il medioevo e contro la falsa scienza», hanno scavato un grande solco tra i due poeti per cui anche le figure femminili presenti in entrambe le opere, non sono paragonabili.

La missione di Beatrice nella Commedia è più alta di quella di Margherita in Faust: la donna di Dante è “scienza divina”, “luce dell’intelletto” oltre che “sospiro d’amore”, quella di Faust è solo uno strumento necessario per la salvezza del protagonista. Infine è impossibile non soffermarsi sul profondo giudizio espresso sul “poeta divino”, dal “più grande genio moderno”: Napoleone. Scrivendo nella tragica solitudine di S. Elena, egli sostiene l’unicità di Dante che, a differenza di altri poeti, “sdegnò di prendere ispirazione da altri”. Da solo, volle “creare” e, «tracciato un quadro lo ha riempito con la superiorità di uno spirito sublime», suscitando in chi legge sensazioni che sanno destare soltanto “le somme vette dell’arte”. Napoleone sottolinea la severità e durezza con la quale il poeta denuncia i vizi del suo tempo e la dura sorte che ha dovuto subire con l’esilio. Egli, pur scagliandosi contro i suoi oppressori, ha sempre giustificato Firenze che resterà sempre “la sua dolce patria cara al suo cuore”. «Per la mia Francia diletta, sento gelosia perché non ha posto al mondo un rivale di Dante perché questo colosso non abbia avuto emulo tra noi. No, alcuna fama può lottare contro la sua». Riallacciandoci al profilo tracciato da Napoleone concludiamo con il pensiero di Francesco Chiesa secondo il quale, Dante è l’uomo che, se talvolta colpisce con la freddezza del giustiziere, non cessa per questo di essere profondamente umano e pertanto Universale ed Eterno, «colui che oggi il mondo intero onora di un culto mille volte sacro e solenne», giudizio che ancora noi oggi sentiamo di condividere.

Maria Alfonzetti
Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano Comitato di Taranto

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