16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

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Francesca Da Rimini, l’adultera di fango e di merletto

foto di Francesca da Rimini e Paolo
Francesca da Rimini e Paolo

La modernità di Dante Alighieri, figlio e partecipe indiscusso di schemi,modelli, sistemi della sua epoca, il Medioevo, è una vexata quaestio che si disveste della sua inutile ricerca di una risposta per spingerci a guardare con serena consapevolezza al miracolo della sua arte che ieri e oggi, unisce contemporaneità e universalità in un clima miracolosamente vario. Dante non è ancorato ai suoi tempi, è straordinariamente avanti e pertanto ci stupisce, ci incanta, ci affascina. Dante non cessa mai di sorprenderci, strabiliante la sua capacità geniale di coniugare la necessità descrittiva di una perfetta costruzione tecnica con una intima esigenza, perfettamente realizzata, di una resa sublime e naturale ,su base estremamente logica ,di collegamento tra struttura e poesia.

Nel nostro massimo poeta, peraltro, l’abilità espressiva, le regole dello stile espositivo vanno verso la realizzazione di momenti di compiutezza poetica come fossero frutto di istinto ingovernato e ingovernabile. Uno di questi quadri perfetti, forse il più noto della Divina Commedia è la storia di Paolo e Francesca, storia del Medioevo, ma incredibilmente moderna, non per niente è stato colto questo aspetto da numerosi commentatori ed estimatori di Dante. Voglio citare Marco Santagata che nella sua ultima fatica dice:” Francesca da Polenta e Paolo Malatesta sono i due primi personaggi moderni ad apparire nella Commedia e, probabilmente, sono anche i due più famosi dell’intero poema. Prima ancora dell’immortalità, Dante ha regalato loro la notorietà”.

La Divina Commedia è tecnica e cuore, abilità sistemica, guadagnata sul campo di una lunga, continua e accurata esercitazione, e profondo sentire. Dalla perfetta simbiosi di questi agenti nasce un momento altamente poetico, amato e ricordato da noi tutti, straordinario, perfetto. Sia esso nato, in pari misura da intuizione, da ispirazione, da una innata e divina capacità di gestire da maestro le sue storie, certo la perfezione del V dell’Inferno ci prende e ci trascina,anche noi travolti dalla “bufera “ dell’arte. Dante Alighieri va letto e celebrato per la magnifica eredità di bellezza che ci ha lasciato e noi siamo ancora più propensi a questo rito quest’anno in occasione della ricorrenza dei settecento anni dalla sua scomparsa. Dante vive e vivrà per sempre nella magia del suo genio, nella vivida forza della sua poesia, nella sua potenza descrittiva, nella sua passione di artista e di uomo, mal compreso e perseguitato in vita, ma miracolosamente destinato alla gloria del ricordo. Il suo percorso è disseminato di creature destinate ad arricchire generazioni e generazioni nutrite dalla sublimità di un’arte senza tempo.

Francesco De Sanctis, autore di un saggio lucido ed emozionante su Francesca, nella sua Storia della letteratura italiana sostiene che l’inferno degli incontinenti e dei violenti è il regno delle grandi figure poetiche, tra cui vi è Francesca eternamente unita al suo Paolo… E , a seguire, ritengo di dover riportare un giudizio che avvicina l’infelice vittima dell’ amore al suo autore in una immagine precisa della concretezza, della robustezza e della possibilità di riscoprire Dante di continuo.” Tutto è succo, tutto è cose: cose intere nella loro vivente unità, non decomposte dalla riflessione e dall’analisi. Per dirla con Dante , il suo mondo è un “volume non squadernato” E’ un mondo pensoso, ritirato in sé, poco comunicativo, come fronte annuvolata da pensiero in travaglio. In quelle profondità scavano i secoli, e vi trovano sempre nuove ispirazioni e nuovi pensieri. Là vive, involto e nodoso e pregno di misteri, quel mondo che sottoposto all’analisi,umanizzato e realizzato si chiama oggi “ letteratura moderna”.

Quale omaggio più sentito in occasione del settecentesimo che il riconoscimento di modernità a un autore lontano nel tempo, ma vivo e pulsante di energia e di forza creativa messa al servizio di figure immortali nello studio delle quali è bello e giusto lasciare un margine al mistero, al non detto? Non andiamo alla ricerca di una verità storica che possiamo solo immaginare, raggiungere mai. Dante delineando Francesca, volutamente suggerisce piuttosto che dire; il segreto dell’incantesimo del racconto sta nell’aura misteriosa che lo permea. Se vogliamo è una storia semplice, troppe ne accadevano all’epoca quali che fossero gli antefatti degli eventi. Beghe familiari, inganni malevoli e vergognosi, brutale violenza e spargimento di sangue a vendetta di un truce patto tradito, questa è e rimane comunque un’apoteosi di amore e morte. Probabilmente i fatti risalgono al I283, un Dante diciottenne deve aver ascoltato un racconto per poi descriverlo attraverso le parole accorate di una donna che tradisce ma è tradita e ci tiene a sottolineare che il suo assassino troverà pena ben più grave della loro, di quella di due amanti che vengono quasi compresi, non giustificati, ma compresi da Dante. Parole quali “i’ fui quasi smarrito”, nella prima parte del racconto fanno da collante, a metà precisa, del canto con la seconda in cui Francesca, dolente si racconta in presenza di un Paolo con cui vuole sottolineare la permanenza d’amore.

A proposito della considerazione dell’amore essa è dicotomica fin dalle anafore famosissime: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende , / prese costui della bella persona / che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’ offende./ Amor, ch’a nullo amato amar perdona,/ mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona./ Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense”. Dante ritiene di dover, nella concatenazione di queste parole, sottolineare la forza trascinante di un amore che è passione e colpa. La ripresa dei dettami di uno Stil novo che deve aver superato, pur nel ricordo della soavità di un momento letterario che ha contribuito a rappresentare, convive direi casualmente o a significarne la sconfitta, con la forza dirompente dell’amore – colpa. Qui la citazione letteraria c’entra poco o se non altro risulta poco funzionale all’assunto generale! Qui sono Paolo e Francesca a riempire di sè la scena e grondano lacrime e sangue.

E’ ancora una volta il De Sanctis a venirci incontro ricordandoci che leggere Dante significa liberarsi dei forse e dei perché: “ed accostiamoci a questa primogenita figliuola di Dante con non altro sentimento che quello dell’arte, e con non altro intento che di contemplare e di godere”. L’autore continua sostenendo l’inutilità di arrovellarsi sul percorso da cui la figura è nata e quanto abbia mutato della tradizione storica: ”Ciò che importa è questo. Che la Francesca, come Dante l’ha concepita, è viva e vera assai più che non ce la possa dare la storia”. Ma chi è questa Francesca storicamente? Nata a Ravenna, figlia di Guido da Polenta,signore della città sposò Gianciotto Malatesta, signore di Rimini “rustico uomo”, zoppo e deforme. Il matrimonio fu un atto politico, come tanti a quei tempi e oltre, stipulato e concluso per sancire la pace tra i due potentati. Sapegno nella significativa sintesi dei fatti, continua dicendo che innamoratasi Francesca di Paolo, fratello di Gianciotto, entrambi furono sorpresi e trucidati dal marito offeso. Queste le notizie, tramandate, peraltro, dagli antichi commentatori, note a Dante, nel tempo giunte a De Sanctis e di seguito, attraverso critici e commentatori fino a noi. Gli orpelli, come è noto, non mancarono: sempre Sapegno ricorda che dell’inganno notturno, dello scambio di persone, Gianciotto per Paolo, per alleggerire la colpa, Dante non fa menzione, anzi fa dichiarare a Francesca di essersi innamorata del bel Paolo dopo le nozze. Da un delitto efferato nasce un capolavoro.

Vale la pena di ricordare i versi tra i più famosi della Commedia dai quali traiamo, se vogliamo con uno stile asciutto ma profondo e dolente, lo snodarsi della vicenda. Da lei sappiamo della sua terra:”Siede la terra dove nata fui/ su la marina dove il Po discende / per aver pace cò seguaci sui.” A seguire le famose anafore sull’amore e l’epilogo , terribile nella sua immediatezza. Dopo uno scambio cortese tra Dante e Francesca, connotato da espressioni che il Pagliaro definisce delicate e musicali nei nessi “dolci sospiri e dubbiosi desiri”, il canto si avvia al clou”. Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse: soli eravamo e senza alcun sospetto. /Per più fiate li occhi ci sospinse/ quella lettura, e scolorocci il viso;/ ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/ esser baciato da cotanto amante,/ questi che mai da me non fia diviso,/la bocca mi baciò tutto tremante./ Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:/ quel giorno più non vi leggemmo avante”. In merito alla trascinante forza dell’amore qui espressa De Sanctis si chiede “Che cosa è questo? È gioia, è dolore? È gioia ed è dolore, è amore ed è peccato, è terra ed è inferno, è l’amarezza dell’amore che ha per dote l’inferno, è la voluttà dell’inferno che ha per soggiorno l’amore; è un sentimento complesso che non ha parola.

E’ la contraddizione, è il cuore né suoi misteri, è la vita nei suoi contrasti, è paradiso ed inferno, è angiolo e demonio, è l’uomo. “E’ pur vero che De Sanctis riconosce nella donna purità, verecondia, gentilezza, ma accanto alla leggiadria si annida la forza della colpa e dichiara:”Francesca non è il divino, ma l’umano e il terrestre, essere fragile, appassionato, capace di colpa e colpevole… le sue facoltà sono messe in movimento, con profondi contrasti che generano irresistibili emozioni. E questo è la vita”. “Francesca è rimasta il tipo onde sono uscite le più care creature della fantasia moderna: esseri delicati, in cui niente è che resiste e reagisca, fragili fiori a cui ogni lieve soffio è mortale……Ofelia, Giulietta … Francesca sono parenti…”. Francesca conquista il suo poeta :questa donna è colpevole e confessa, riconosce di essere stata bruttata dal fango della forza incontenibile della passione ma è anche creatura tenera e gentile, delicata come la levità di un merletto. Quello che Dante voleva ci rimanesse nel cuore e nel cuore ci rimane, è nelle espressioni: “…quei due che ‘nsieme vanno…” e “Quali colombe dal disio chiamate, / con l’ali alzate e ferme al dolce nido/ vegnon per l’aere dal voler portate…Ed è ancora De Sanctis a sostenere: ” Que’ due vanno insieme e si amano in eterno , non perché ei non sono dannati; … anzi perché sono dannati;… Francesca ha amato ed ama ed amerà e non può non amare…” Dante ha costruito un monumento all’amore: le creature poetiche sono impalpabili ed eteree, vivono di una luce sfolgorante, ci sostengono nella ricerca della straordinaria funzione dell’arte e della bellezza, che, sola può guidarci ad essere noi stessi superando le prove continue del nostro percorso esistenziale. E se accostassimo la sublime Francesca di Dante all’Inno alla Bellezza di Charles Baudelaire?

Vieni,o Bellezza, dal profondo cielo O sbuchi dall’abisso? Infernale e divino Versa insieme, la carità e il delitto Il tuo sguardo:…

Stefania Danese
Componente del direttivo del comitato di Taranto della Società Dante Alighieri

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