22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 16:13:38

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Canto VIII del Paradiso: Dante incontra gli spiriti amanti

Un principio molto valido sulla varietà esistenziale di una società, nelle diverse epoche della storia dell’umanità, è quello che Dante illustra nell’VIII canto del Paradiso (cielo di Venere) secondo il quale nella realtà della vita quotidiana, per essere “cive” l’uomo deve vivere in una società dove ciascuno deve adempiere “diversi offici” (v. 119). È un concetto che possiamo definire “sociologico” e che sarà nel tempo dell’illuminismo e del primo Ottocento non solo italiano, ma europeo, soprattutto con Comte, una legge fondamentale riguardante tutte le azioni umane, non solo sotto il profilo metodologico, ma anche in quello reale o meglio pragmatico. Da Comte verrà poi tutta una letteratura che rafforzerà quel suo concetto che ci farà meglio intendere i caratteri originari del vivere moderno.

E quel concetto diverrà un sistema e porterà la sua voce nuova in più campi della società, dall’industria al magistero della scuola come entità educativa e anche nelle relazioni tra vita sociale laica e vita religiosa. Ma già nel canto VIII della terza cantica, Dante, per bocca di Carlo Martello, parlando della dottrina degli influssi astrali, attraverso i quali si attuano sulla terra i decreti divini, della Provvidenza cioè, aveva ammonito i padri, soprattutto, a seguire i propri figli e a considerare le loro inclinazioni, le loro attitudini e a non forzarle o piegarle alla loro volontà e a creare invece nei figli una personalità individuale che evidenzi la loro virtù, la loro indole adatte ad una particolare missione.

Perciò, dice Dante, la “Provvidenza” non distingue le diverse case, non tiene conto dell’ambiente, che sia esso povero, ricco o regale, ma crea, sovente, proprio nei figli, una inclinazione diversa da quella paterna perché la società deve essere varia e svolgere “offici diversi”. “La circular natura, ch’è sugello a la cera mortal, fa ben sua arte, ma non distingue l’un dall’altro ostello”. (vv. 127-129). Non può la natura dei figli sempre ricalcare quella dei padri ed è per questo che la Divina Provvidenza, per mezzo degli influssi celesti, interviene perché l’ordine degli “umani offici” possa essere vario, determinato nel modo che la stessa vita dell’uomo abbia la capacità e la forza nel procedere e nell’intendere lo stesso “modus vivendi” nelle più diverse attitudini. “Natura generata il suo cammino simil farebbe sempre a generanti, se non vincesse il proveder divino” (vv.133-135). Dunque è compito dei genitori, seguire, assecondare l’intento operativo dei figli nelle loro diverse inclinazioni. La tesi di Dante deriva dalla sua concezione del libero arbitrio che Dio concede all’uomo perché possa operare e realizzare bene il suo compito con l’aiuto della sua inclinazione naturale maturata attraverso gli studi scelti durante la sua vita. Questo concetto ci riporta ad Aristotele che lo aveva espresso nella “Politica” (I,2) e poi Dante lo aveva ripreso nel suo “Convivio” VI, VI (1-2). Adesso il poeta lo ripropone solennemente per voce di Carlo Martello. È importante che i genitori non ostacolino la volontà operativa dei figli specie se essa è volta al miglioramento della sua personalità e al bene della società.

Ma: “dunque esser diverse / convien di vostri effetti le radici”. Cioè nella diversità dei vari “compiti sociali” è il progresso della stessa umanità. Un esempio storico? Se, in quel capitolo dei “Promessi Sposi” il padre, per egoismo di utilità familiare, non avesse costretto la figlia Gertrude alla monacazione, non avremmo avuto la “Monaca di Monza”. Ma è anche dovere di un padre dare l’esempio di onestà e rettitudine personale perché il figlio non disvii dal giusto cammino. Ma, ciò, sempre attraverso il dialogo e la comprensione. La gente, dice il nostro poeta, sarebbe più buona e il mondo migliore se ci fossero meno egoismi, meno soprusi, meno sviamenti fin dall’origine naturale dei figli, sempre che essi abbiano una visione onesta ed operosa per il bene dell’altrui vita e della propria mettendo, al bando ogni forma di odio e aprendo il proprio cuore all’amore. Oggi, nella società dei consumi e delle scoperte mediatiche, viviamo un’esistenza caratterizzata da povertà, guerre scatenate da feroci dittatori che costringono diverse migliaia di migranti ad abbandonare la loro terra alla ricerca di ospitalità attraverso sofferenze e gravi pericoli per la loro stessa vita.

Un mondo, oggi, che arriva sulla Luna e su Marte, ma che ha perso il senso etico e religioso della vita. Quale sarà l’esito finale? “Ai posteri l’ardua sentenza”. Per dirla col Manzoni.

Titina Laserra

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