19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 07:17:57

foto di Primo Levi
Primo Levi

Una pagina toccante di Primo Levi, tratta dal romanzo “Se questo è un uomo”, è quella in cui lo scrittore torinese, recluso nel lager di Auschwitz, racconta dell’incontro con un giovane compagno di prigionia, Jean, uno studente alsaziano, soprannominato Pikolo (scritto con la K, forse piccolo, una specie di ‘attendente del kapò’). Costui era incaricato dai tedeschi di piccoli servigi all’interno del campo, fra cui il trasporto e la consegna del rancio ai compagni. Siccome il rancio da ritirare si trovava ad un Km. di distanza e pesava almeno cinquanta chili, per reggere le stanghe del carretto aveva la possibilità di farsi aiutare da qualcuno, ogni giorno una persona diversa.

E un giorno chiamò a collaborare Primo, che non conosceva, e durante il percorso Jean, quando scoprì che Primo era italiano, gli confessò che l’estate precedente aveva trascorso le vacanze in Liguria e che desiderava ardentemente imparare l’italiano. Primo non si fece pregare e per cominciare non gli venne in mente niente di meglio di Dante e la Commedia. Una bella scommessa! Dante chiamato in causa per insegnare la lingua italiana, in un contesto tra l’altro poco propizio e edificante. Il canto prescelto è quello di Ulisse, il XXVI dell’Inferno, uno dei canti più noti e celebrati, dedicato ai consiglieri fraudolenti: “Lo maggior corno della fiamma antica…” Naturalmente, lo scrittore prima di entrare in argomento si sente in dovere di introdurre dei preliminari: chi è Dante, cos’è la Commedia, la struttura dell’Inferno, cosa rappresentano Virgilio e Beatrice, la legge del contrappasso. Si mette a declamare i versi danteschi e prova a tradurli in francese.

Preso da insoddisfazione, non può non esclamare: “Povero Dante! Povero francese!” “Indi, la cima in qua e in là menando / Come fosse la lingua che parlasse / Mise fuori la voce e disse: Quando…” Primo a questo punto è colto da amnesia: “E dopo Quando? Il nulla. Un buco nella memoria. “Prima che sì Enea la nomasse”. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: “…la pièta / Del vecchio padre, né il debito amore / Che doveva Penelope far lieta…” sarà poi esatto? “Ma misi me per l’alto mare aperto”. Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, è un impulso che noi conosciamo bene. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero, diretto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane. “Mare aperto”, “mare aperto”, so che rima con “diserto”: “quella / Compagna picciola dalla quale non fui diserto, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio.

Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi: “…acciò che l’uom più oltre non si metta”. Commenta Levi: “si metta”, dovevo venire in lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “e mise me”. Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia un’osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda. Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca: “Considerate la vostra semenza: / Fatti non foste a viver come bruti, / Ma per seguir virtute e canoscenza”. Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Levi continua a declamare e a tradurre, sia pure tra vuoti di memoria e qualche resa approssimativa, e i versi di tanto in tanto, come quando si parla della “montagna bruna per la distanza”, lo richiamano ai suoi amati monti e alla sua Torino, ma la tensione conoscitiva ed emotiva è sempre grande. Il padre Dante è capace di parlare a tutti, di fare questi miracoli…e di coinvolgere gli uomini sotto ogni latitudine, anche quella di un lager, colmo di sofferenza e di dolore. Questa pagina di Primo Levi è una pagina che non si può facilmente dimenticare, ma ci stimola a leggere il Poeta con la debita attenzione e sensibilità, senza farci prendere dalla smania di correre e di tradire i giusti tempi della Poesia.

Alberto Altamura

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