15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Aprile 2021 alle 16:13:34

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Dante: “Noi fummo tutti già per forza morti”


Dante Alighieri

Il canto V del Purgatorio (ma siamo ancora nell’antipurgatorio) è, come noto, il canto dei negligenti che morirono di morte violenta; è il canto di figure immortali tanto nella poesia di Dante quanto nella nostra, o almeno di chi ha letto ed ama ancora Dante.

Nella scuola Dante è retrocesso. Vergogna! Tre figure compongono, in vero, un grandioso e memorabile trittico ove il dramma nasce dal racconto della morte subita e che acquista forza ed efficacia man mano che il protagonista della vicenda, o storico fatto, rievoca gli ultimi istanti tristi, ma ineluttabili, della sua vita, con estremo sentire del suo patire o subire e attraverso un “confiteor“ solenne della sua morte in termini umani e redenta nell’ultimo istante del suo ultimo sospiro. È il canto, come noto, di Iacopo Del Cassero, di Bonconte da Montefeltro e di Pia Dei Tolomei. Negligenti tutti e tre e redenti, in estremo di vita, perché “la bontà divina è così grande e vicina all’uomo pentito, che religiosamente considera e perdona”. Il punto fermo del canto è in un endecasillabo. I maggiori codici danteschi, compreso quello della “Crusca”, 1595, portano “Noi fummo tutti già per forza morti”.

Altri codici, minori, ma non meno necessari all’interpretazione dell’intero canto, portano il verso “Noi fummo tutti giù per forza morti”. Il problema, che non è estetico, ma filologico e, di conseguenza, interpretativo: ed è se quel “già” è tale o è “giù” e nel caso cambierebbe il senso del verso. Noi, dicono i negligenti, fummo in terra (giù) finiti, e fummo salvati dalla “Grazia” di Dio; se è invece “già” cambierebbe il senso e lo stesso andamento del canto. Sembra poco, ma è tanto. Noi siamo finiti in vita per violenza altrui; non siamo morti per un atroce non desiderato destino o fato. Comunque i tre grandi protagonisti del quinto canto sono Iacopo, che irrompe con parole che si rivestono di carne e d’ossa. Una morte, la sua, oltre il “dritto“ ovvero il diritto voluto dal signore di Ferrara da un arbitrio umano contro ogni virtù dell’umana esistenza. Iacopo è un “vinto“ ma è di fronte a Dio un’anima convertita e redenta. La legge “umana“ di quel signore ferrarese fu spregevole e disonorevole, e fu quella legge che tolse dalla vita Jacopo fra la palude e il bosco. Il passo su Jacopo è fra i più musicali della “narratio“ ed è tutto nelle movenze strutturali delle parole, che sono suoni lugubri e funesti. Segue il grandioso squarcio poetico relativo alla conversione di Bonconte da Montefeltro presso Campaldino (11 giugno 1289).

Ci fu lo scontro al quale anche Dante partecipò, ma tra gli avversari di Buonconte, peccatore per altri peccati in vita. Ma sul punto estremo della vita Buonconte si pente dal suo peccare e si rivolge a “Maria”, la madre di Dio, e ne cerca il perdono”. “Quivi perdei la vista e la parola: nel nome di Maria finii, e quivi caddi, e rimase la mia carne sola”. E su quel morto si getta come falco il diavolo infernale gridando che quell’anima è sua. Ma l’altro, l’angelo di Dio, interviene. “Tu te ne porti di costui l’etterno”, grida il diavolo: “per una lacrimetta che’l mi toglie: ma io farò dell’altro altro povero”. Vince l’angelo di Dio; il corpo rimane al diavolo che tra pioggia e palude, lo distrugge con amara e dolente violenza. Dalla tragedia alla elegia, soave, delicata, gentile. Sono i pochi versi dedicati a Pia dei Tolomei. Anche Pia, crede nella preghiera dei viventi in grazia di Dio, e con delicatezza e gentilezza prega Dante di volerla ricordare, come gli altri si sono rivolti al “Signor dell’universo”.

Ma già sa che è in Purgatorio. Ricordati di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma Silenzio e solitudine: dalla Maremma al Cielo di Dio. È morta per forza altrui, per inganno vile. “Noi fummo tutti già (o giù) per forza morti”. aEpigrafe solenne ed epicedio austero. Morti sì, per forza dell’uomo violento, ma redenti, perché pentiti, da quel Dio che “volentier perdona”. Giustizia divina e pietà divina. E il canto si chiude come una solenne preghiera.

Paolo De Stefano
Presidente onorario Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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