23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 17:54:14

Cronaca News

Sante Notarnicola, una vita irripetibile

foto di Sante Notarnicola, il bandito poeta
Sante Notarnicola, il bandito poeta

Era nato a Castellaneta. La sua è, davvero, una storia che merita di essere raccontata, specie ora che non c’è più. Sante Notarnicola è morto a 82 anni a Bologna. Bandito e poeta, lo hanno definito: ma è stato molto di più. Rapinatore di banche, comunista, anarchico, sedicente prigioniero politico, scrittore, oste. Luci e ombre. Era il braccio destro di un’altra figura al confine tra la storia e la leggenda dai toni oscuri, Pietro Cavallero.

“La vita del bandito Notarnicola è un impressionante affresco del Novecento, uno spaccato dei suoi conflitti e un esempio, controverso quanto si vuole eppure cristallino, di come anche nei momenti più bui, dentro una cella umida in mezzo al niente di un carcere speciale, grazie al fatto di sentirsi comunisti ci si possa immaginare come parte del motore della storia” ha scritto Il Manifesto in occasione della sua scomparsa, lunedì, “il giorno dopo l’inizio della primavera”. “Io mi preoccupavo solo per il detenuto. Per il giudice vi siete preoccupati voi”: nel 1976, nel carcere di Favignana dov’era detenuto, Notarnicola – dopo aver mediato per far liberare il giudice di sorveglianza che era stato preso in ostaggio da un altro recluso – rispondeva così al procuratore di Trapani, che voleva ringraziarlo, un certo Giovanni Falcone. Incroci di vite e di storie. Come quello con Primo Levi.

“La tua dedica mi ha toccato, e te ne ringrazio, ma non posso accettare l’equiparazione del carcere coi lager” scriveva nel 1979 l’autore di Se questo è un uomo a Notarnicola, valutando le poesie che questi gli aveva inviato, definite “belle, quasi tutte; alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, e che perciò la poesia costa cara. L’altra, quella non sofferta, di cui ho piene le tasche, è gratis”. Ma no, non si poteva paragonare – come faceva il castellanetano – l’esperienza carceraria all’orrore dei campi di sterminio nazisti.

Notarnicola non ha mai rinnegato quello che ha fatto: “Ho semplicemente seguito un minimo di coerenza”, come ha detto nel corso di una vecchia intervista. Ha raccontato di sé, ha ricordato l’Ansa, nei suo scritti o da dietro il bancone del suo pub bolognese, in quella città che dopo il carcere, dagli anni ‘90, lo aveva adottato. Davanti a una birra, studenti e militanti lo incalzavano e lui snocciolava aneddoti e pezzi di vita vissuta. “Per me essere comunisti è l’unico modo di essere uomini”, diceva nel 1972. Aveva incrociato anche il Covid, superandolo, ma poi una volta tornato a casa si è arreso alle complicanze di un’influenza. Nato a Castellaneta, Notarnicola ha trascorso alcuni anni in un Istituto per l’Infanzia abbandonata, prima di trasferirsi a Torino per raggiungere la madre, nel frattempo emigrata. Iniziò a frequentare gruppi di operai e di ex partigiani e con loro militò prima nella Fgci, poi nel Pci, fino a quando nel ‘59 non iniziò con alcuni compagni una serie di espropri, organizzando rapine in banche e gioiellerie per raccogliere denaro a favore dei movimenti di liberazione nei Paesi che erano sotto il giogo coloniale.

Nel 1967 venne arrestato insieme a Cavallero dopo una latitanza di otto giorni e condannato all’ergastolo per l’ultimo colpo, la rapina al Banco di Napoli a Milano. A terra dopo una terribile sparatoria rimasero quattro morti. La vicenda che ha ispirato il film di Carlo Lizzani “Banditi a Milano”. Notarnicola partecipò alla stagione delle rivolte negli Istituti penitenziari, che segnarono la storia carceraria italiana per tutto il periodo antecedente e successivo alla legge Gozzini. In cella si battè per i diritti dei detenuti e cominciò a scrivere. Inizia un’altra vita. L’evasione impossibile, anno 1972, editore Feltrinelli, è il suo primo libro: “Oggi guardo indietro, a quei tempi, e misuro il distacco, la strada percorsa e sento che senza quell’esperienza forse non sarei finito in galera, ma sento pure che se non fossi diventato comunista, l’intera mia vita non avrebbe avuto senso”.

Nel novembre ‘76, con altri quattro detenuti, tentò di evadere dal carcere di Favignana attraverso un tunnel sotterraneo che venne però scoperto dagli agenti. La sua mitologia lo vuole brigatista, visto che il suo fu il primo nome della lista di prigionieri politici che le Br chiederanno di liberare in cambio della vita di Aldo Moro, nel ’78, ma in realtà Notarnicola le Brigate Rosse le avrebbe conosciute solo in carcere. Dal ‘95, in regime di semilibertà, comincia a gestisceil suo pub, il “Mutenye”, dedicandosi a numerosi progetti sociali e culturali. Dal 21 gennaio 2000 è libero. Nel 2014 durante la presentazione della sua antologia L’anima e il muro al centro sociale bolognese Vag61, il giornale online Zic raccoglie le sue parole, rivolte ai tanti giovani che lo ascoltavano: “Ragazzi, oggi il lavoro non ve lo dà proprio nessuno. E non solo il lavoro, anche un minimo di vita decente. Questo diventa un carcere. E non a caso i compagni che lottano, nelle manifestazioni e non solo, cominciano ad essere parecchi dentro. E’ su questo che voglio attirare l’attenzione dei giovani”.

 

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