22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

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La conoscenza umana nel “Convivio” dantesco

foto di Bozza del Convivio
Bozza del Convivio

«Per quanto poco rappresentati nel repertorio della prosa volgare duetrecentesca, i testi di argomento scientifico-filosofico o latamente enciclopedici, a cui generalmente si ascrive, non senza opportune e motivate cautele, anche il Convivio dantesco, costituiscono un nucleo compatto e ben rappresentativo della cultura laica dell’epoca. Vi prevalgono, come è noto, rispetto alle opere originali, i volgarizzamenti derivati dal latino […] ma anche quando non sia esplicita una dipendenza diretta da uno o più ipotesti, come nel caso della Composizione del mondo colle sue cascioni di Restoro d’Arezzo o del Convivio di Dante, il debito verso la trattatistica mediolatina è massiccio e palese» (Mazzucchi, 2003).

L’uso abbondante dell’ipotassi multipla, i rapporti sintattici gerarchizzati, l’argomentazione ispirata dalla logica sillogistica, l’organizzazione testuale di tipo esplicativodimostrativo, costrutti con coerenza discorsiva, l’uso frequente di enunciati introdotti da «cioè» e di parole con evidente funzione coesiva, consentono la trasmissione di contenuti scientifici mediante il ricorso al presente indicativo e le costruzioni passive e impersonali che, come afferma M. L. Altieri Biagi, sottraggono questi testi «al dinamismo dei tempi e alle modulazioni affettive dei modi verbali» (Altieri Biagi, 1990). Il Convivio è l’opera dantesca che ha provocato accese discussioni tra gli studiosi soprattutto perché su di essa si è ricostruito il pensiero del Poeta, le coordinate dottrinali, alla luce della crisi culturale, religiosa e politica che avrebbe trovato più lucida espressione nella Commedia.

È con il Convivio che si ha il passaggio dalla fase esistenziale e poetica della Vita Nuova alla riflessione filosofica, linguistica, etica, politica dei trattati teorici (lo stesso Convivio, il De vulgari eloquentia e la Monarchia). Nel I trattato del Convivio Dante dichiara il suo scopo e illustra la struttura generale dell’opera, giustificandone il titolo e spiegando le ragioni della scelta della metafora del cibo e del banchetto. Il Convivio, un’opera che può ritenersi l’esito ultimo della produzione dantesca giovanile e, al tempo stesso, che prelude a successive sperimentazioni letterarie, com’è noto, vede la luce durante i primi anni dell’esilio del sommo poeta (Barbero 2020). In verità, le liriche del Convivio, del quale ne costituiscono la struttura portante e i nuclei tematici attorno ai quali sviluppare gli argomenti da trattare, erano state composte a Firenze molto prima dell’esilio senza, però, alcun commento che sarà inserito più in là, ovvero intorno al 1304-1307 (Wladyslaw Wos,1968). Secondo quanto lo stesso Dante ci dice le liriche commentate avrebbero dovute essere quattordici (cfr. I, I, 14).

Ciascuna di esse sarebbe stata commentata e preceduta da un proemio. È molto probabile che Dante avesse pensato ad una partizione ternaria dell’opera, non ci è dato sapere, tuttavia, come avrebbe raggiunto il numero di quindici liriche. Vero è che il Convivio è rimasto incompiuto e contempla solo quattro trattati: il Proemio e poi di seguito il commento alle canzoni: Voi, che ‘ntendendo; Amor, che ne la mente; Le dolci rime. Il numero quindici ritorna, però, nella suddivisione dei capitoli: quindici capitoli per il secondo trattato, quindici per il terzo, e quindici più quindici per il quarto. Non vi è dubbio che il Convivio, pur con le differenze di contenuto e d’impegno maturate nel suo autore con lo scorrere del tempo, è in linea di continuità con lo spirito che aveva ispirato la Vita Nuova. Nel Convivio rispetto alla Vita Nuova, però, c’è una maggiore consapevolezza intellettuale, ciò è avvalorato dal ricorso ad auctores come Boezio e Agostino (I, II, 13), il primo perché ebbe la necessità storica di difendere la propria innocenza contro ogni detrattore, il secondo in quanto con la propria esperienza di vita ha insegnato la via della vera felicità (Tateo, 1978; SarteschiI 2002).

È noto che il Convivio muove da una tesi Aristotelica (Metaph. A. 980a21) riportata da Dante «tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere» (C. I, I, 1). Ciò non rappresenta una novità perché era molto ricorrente nelle introduzioni alle opere a carattere filosofico intorno alla metà del XIII secolo, in particolar modo presso la Facoltà delle arti di Parigi (Lafleur, 1988). L’obiettivo che Dante si pone con il Convivio è di far ravvivare l’amore per il sapere in coloro che si sono persi dietro le attività pratiche (C. I, I, 9-11). La frase aristotelica posta all’inizio è un a priori fondamentale per tutto ciò che segue: il desiderio di sapere è universale, è di tutti, a meno che non ci siano impedimenti fisici. Tutti gli uomini in potenza possono raggiungere l’atto che si configura come perfezione, ovvero l’intelletto può realizzare nella conoscenza il desiderio naturale di sapere. È questo l’intento pedagogico dantesco avvalorato dall’uso del volgare al posto del latino.

Riccardo Pagano

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