23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 12:23:14

Cronaca News

«Il caso Ilva è una vergogna mondiale»

foto di Marco Vitale
Marco Vitale

Il suo è un atto d’accusa, ma soprattutto un pressante invito a cambiare passo e strada sulla vertenza Ilva. Marco Vitale, economista d’impresa, docente universitario, consulente di gruppi aziendali internazionali, già assessore al Comune di Milano, titolare di importanti incarichi governativi ed ex presidente del terminal container di Gioia Tauro, boccia su tutta la linea la gestione del dossier sul quale da quasi dieci anni si è impantanata la politica italiana, con un prezzo altissimo pagato dalla città di Taranto che si è sfaldata in fazioni contrapposte. L’occasione del suo intervento sul caso della più grande fabbrica europea di acciaio è la proposta avanzata da ex tecnici del siderurgico per trasformare il ciclo produttivo da integrale a carbone a completamente elettrico.

In una lettera inviata all’ingegner Biagio De Marzo, uno dei formulatori della proposta di trasformazione elettrica dello stabilimento ora gestito da Arcelor Mittal, il professor Vitale parte da «alcune premesse inequivocabili». Eccole: «Il modo con cui il dossier Ilva Taranto è stato gestito è una vergogna mondiale, un delitto contro Dio e contro gli uomini; le sofferenze inflitte da tanta incapacità e disonestà alla città di Taranto e ai suoi cittadini hanno superato ogni limite e ogni sopportazione; andando avanti così non si va da nessuna parte». «Da queste premesse – prosegue Vitale nella sua lettera a De Marzo – discende che bisogna cambiare strada in modo radicale. Perciò la Vostra proposta raccoglie la mia più convinta adesione. Essa è, allo stato, l’unica prospettiva ragionevole e utile per il complesso siderurgico che non può non essere ridimensionato, razionalizzato e radicalmente risanato, per la città, per i suoi cittadini, per la filiera siderurgica nazionale, per l’Italia. Ed avete fatto benissimo a indirizzarvi direttamente a Draghi, unica persona seria della banda governativa».

«Per essere il più possibile concreto – aggiunge l’economista – vi illustro cosa farei io se fossi al posto di Draghi e avessi i suoi poteri: Svilupperei in dettaglio il piano dell’acciaieria tutta elettrica. Farei tutto il possibile per liberarmi di Arcelor Mittal. Farei causa per danni a tutti i gestori, commissari, professionisti che hanno gestito il dossier Ilva negli ultimi 10 anni, con al primo posto quelli che hanno negoziato l’accordo con Arcelor Mittal. Cercherei un accordo con un paio di acciaieri elettrici italiani solidi, competenti, per bene e insieme a loro e con la partecipazione di CdP (Cassa Depositi e Prestiti, ndr) avvierei la rifondazione di Ilva come spunto per razionalizzare l’intera siderurgia italiana, dando vita ad un consorzio siderurgico privato-pubblico capace di resistere ai tempi durissimi che abbiamo davanti». Vitale fa inoltre sapere che avrà colloqui con acciaieri elettrici per approfondire le possibilità offerte da questa tecnologia. La proposta formulata dal gruppo di tecnici (oltre a De Marzo, ci sono Michele Conte, Filippo Catapano e l’ingegner Roberto Pensa) supera lo stesso assetto ibrido previsto dall’accordo Invitalia-Arcelor Mittal, che prevede, accanto agli altiforni, un’acciaieria elettrica che dovrebbe essere operativa già nella metà del 2024, con una capacità produttiva di 7 milioni di tonnellate/anno, di cui 2,5 milioni con il ciclo elettrico, fino a raggiungere la quota di 8 milioni di tonnellate nel 2025. Il piano Invitalia prevede anche il rifacimento di AFO/5.

Ma per il gruppo degli ex tecnici Ilva questa soluzione non è sufficiente per abbattere radicalmente l’impatto ambientale e sanitario e soprattutto non servirebbe a superare i conflitti sociali che la crisi Ilva ha fatto esplodere in questi anni. Da qui la proposta di passare a soluzioni decisamente più radicali per una produzione di acciaio pulita che, secondo questa proposta, potrà realizzarsi adeguando l’assetto impiantistico alla totale produzione con acciaierie elettriche. Come? Attraverso la realizzazione di una seconda acciaieria elettrica. «L’ubicazione degli impianti di Taranto in prossimità della città – hanno scritto i quattro tecnici – fa sìi che occorra programmare una transizione tecnologica senza ulteriori compromessi: dopo oltre 60 anni il ciclo dell’altoforno deve essere definitivamente abbandonato e occorre effettuare questo cambiamento con gli investimenti necessari per questa modernizzazione. La fabbrica di Taranto sarebbe tra le prime siderurgie in Europa a operare questa scelta».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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