24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

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Echi di modelli narrativi medievali nella Commedia di Dante Alighieri

foto di Ritratto di Brunetto Latini nella Galleria di Firenze
Ritratto di Brunetto Latini nella Galleria di Firenze

Nella Divina commedia si riversa una mole enorme di materiali culturali cui la potente ispirazione di Dante conferisce unità e nuova vita. In questa trattazione, necessariamente sommaria, ci soffermeremo su due modelli narrativi cui quasi certamente il Poeta attinse e che sono estranei, almeno in parte, alla tradizione biblica, classica e patristica che costituisce l’impalcatura ideologica del Poema: sono i racconti allegorici di viaggi e le visioni d’oltretomba, narrazioni medievali che si avvalevano di luoghi comuni della fantasia, provenienti da varie sorgenti culturali e variamente combinati.

Nei viaggi allegorici, genere risalente ai primordi del monachesimo, il protagonista, che racconta in prima persona, immagina di compiere un viaggio durante il quale incontra personaggi simbolici in luoghi anch’essi simbolici, come ad esempio la selva; talora subisce un esame prima di passare a prove più ardue che si concludono con l’affermazione della virtù sul peccato. A volte il viaggio termina con l’accesso al Paradiso. Gli autori conferivano concretezza al racconto immaginando le soste, le… pause-pranzo, i pernottamenti.

Non di rado il viaggiatore era accompagnato da una o più guide, che si avvicendavano e che potevano essere anche personaggi storici. Oltre che dal mondo classico, che aveva cantato le peregrinazioni di Ulisse e di Enea, la letteratura di viaggi recepisce materiali anche da leggende dell’Europa settentrionale, dall’area celtica e in particolare dall’Irlanda dove, anche per la lontananza da Roma, erano molto diffusi i monasteri: leggende nate presso popoli particolarmente propensi a scrutare il mistero della vita ultraterrena rivestendola di tinte cupe. Leggende che poi talora confluirono nel ciclo brettone, ben noto a Dante. Celebri racconti odeporici furono La voie de Paradis di Rutebeuf, il Libro de vizi e delle virtudi di Bono Giamboni e l’Anticlaudianus di Alain de Lille. Buona diffusione conobbe in Italia il Tesoretto di Brunetto Latini, dove l’Autore narra di essersi smarrito, in preda alla tristezza per la sconfitta del suo partito, in una selva: lì incontra una donna maestosa, la Natura, che gli svela l’assetto dell’universo.

Si imbatte quindi in personaggi illustri che sono al servizio delle virtù cardinali ed anche di quelle cavalleresche: Cortesia, Larghezza, Leanza (Lealtà) e Prodezza. Dopo aver incontrato Ovidio che gli si offre come guida fa la confessione dei suoi peccati e sale all’Olimpo, dove incontra il celebre astronomo Tolomeo, con cui dialoga. Qui il poemetto si interrompe. Esso sarà stato noto a Dante, che fu discepolo di Brunetto Latini: il lettore avrà riconosciuto alcune situazioni presenti anche nella Commedia. Altro tipo di narrazione cui Dante potrebbe aver attinto è la visione, ossia la narrazione di un viaggio nel mondo del soprannaturale che il protagonista, di solito un monaco, afferma di aver compiuto, rapito in visione. A differenza del viaggio allegorico, che si dice aver avuto luogo col corpo e che può durare anche anni, la visione, del tutto spirituale, è di breve durata.

Il fine del narratore è persuadere ad una santa condotta di vita per meritare il Paradiso ed evitare i tormenti dell’Inferno. Questi sono rappresentati generalmente in modo truculento, come è evidente ad esempio in uno dei testi più noti in Italia, il De Babilonia civitate infernali, di Giacomino da Verona, frate francescano vissuto nel XIII secolo. Belzebù è il gran cuoco dell’Inferno, che offre come cibo a Satana i dannati, dopo averli infilzati con uno spiedo, ma Satana rimanda indietro in malo modo le pietanze ordinando che siano cotte…a puntino. Parimenti corposa e priva di risonanze spirituali è la visione del Paradiso: fiumi di perle, porte d’argento, oro a profusione; pranzi succulenti fanno da pendant ai tetri banchetti di Lucifero. In quell’età di ristrettezze e di ricorrenti carestie il tema del cibo era ben presente anche…nell’Aldilà.

Nei testi visionistici più antichi manca la distinzione tra Inferno e Purgatorio, ma nell’ Inferno vi è una zona nella quale le anime sono destinate ad un soggiorno temporaneo. La distinzione tra Inferno e Purgatorio sarà introdotta più tardi da Adamo di Eysensham, monaco britannico che raccontò una sua estasi avvenuta nel 1196. Parimenti manca il contrapasso, cioè la sofferenza in riscontro del peccato, che era stato teorizzato da San Gregorio Magno nei Dialogi e introdotto poi nella sua opera da Eysensham come espressione di giustizia: Il contrapasso (tra l’altro molto congeniale al sistema giudiziario dell’Età medievale) è una costante dell’Inferno e del Purgatorio di Dante, che da esso trarrà suggestivi effetti poetici. Tra i testi più noti della tradizione visionistica ricordiamo la Visione di Tnugdalo o Tundalo, del sec XII e Il celebre Purgatorio di San Patrizio, di area irlandese. In quest’ultimo il cavaliere Owen o Ivano, su invito di San Patrizio, attraverso un pozzo accede all’oltretomba e contempla in una valle l’inferno, poi una montagna sulla quale le anime giacciono immobili per poi essere investite da una violenta bufera ed infine contempla i beati sui prati ameni del Paradiso. Oggetto di discussione è la conoscenza da parte di Dante della Visione di Alberico da Montecassino (sec XII) e del Liber Gratiae specialis di Matilde di Hackenborn (1240-1298) , monaca e mistica sassone. Naturalmente erano frequenti le contaminazioni tra i motivi del viaggio allegorico e quelli della visione, come può rilevarsi ad esempio nella Navigazione di San Brandano, monaco irlandese del VI sec. , protagonista di un suggestivo testo latino del sec. IX-X, ove il Santo, imbarcato su una navicella con altri monaci, avvista l’isola dell’Inferno, abitato da Giuda e da bestie feroci, poi approda su un’isola dove incontra San Paolo, visita le isole Fortunate ed infine il Parsdiso terrestre.

Il viaggio, ricchissimo di vicende, dura sette anni ed è anche un viaggio di esplorazione … terrestre: il protagonista è caratterizzato quasi come un Ulisse cristiano. Un posto a sé occupa in questa produzione il Libro della Scala di cui è protagonista Maometto, che narra l’ascesa al cielo del Profeta, mediante una scala tempestata di perle e di pietre preziose, e poi la discesa nell’Inferno: il genere visionistico era presente anche in Oriente. Nel dantesco cielo di Saturno gli spiriti contemplativi si muovono lungo una scala d’oro la cui cima si perde in alto ed essa permette anche l’ascesa del Poeta (Par., XXI, 29-30 e XXII, 106 sgg.) . E non è certo l’unica coincidenza. Oggigiorno la conoscenza del Libro della Scala da parte di Dante è ritenuta molto probabile: il Poeta non visitò i paesi arabi e non ne conosceva la lingua, ma potrebbe aver avuto notizia del testo oltre che dalla tradizione cavalleresca anche da Brunetto Latini che soggiornò presso Alfonso X di Castiglia: in Spagna il testo arabo era conosciuto e ne circolavano diverse traduzioni. Dante afferma di compiere fisicamente il suo viaggio nel mondo ultraterreno, fondendo il modello del viaggio allegorico con quello della visione: ma si rifà anche al precedente pagano della discesa agli inferi di Enea e a quello cristiano della visione di San Paolo, che nella seconda lettera ai Corinzi parla di un uomo, cioè lui stesso che, rapito in visione, ha visitato il Terzo Cielo.

Quella lettera (12, 2-4) ispirò l’Apocalisse di San Paolo e la Visio Pauli, due testi apocrifi molto diffusi nel Medio Evo Enea e San Paolo sono citati nell’Inferno (II, vv. 13sgg.) e Dante afferma implicitamente di cumulare in sé la missione, voluta da Dio, di entrambi i personaggi. Episodi e spunti della letteratura odeporica e soprattutto di quella visionaria erano largamente diffusi nella predicazione ecclesiastica, che in un’epoca di imperante analfabetismo aveva notevole importanza nell’acculturazione delle masse: un ruolo paragonabile a quello della Biblia pauperum, ossia la rappresentazione figurativa (pitture, bassorilievi, sculture) di episodi della Storia sacra sui muri e sui portali delle chiese. Le prediche erano narrazioni in parte estemporanee, materiali che i predicatori proponevano all’uditorio in forma spesso ingenua e talora addirittura buffonesca, in cui il meraviglioso dell’oltremondo era elemento di grande attrattiva. La vasta diffusione di quel patrimonio narrativo ne rende ben plausibile la conoscenza da parte di Dante. E nel Poema se ne sente l’eco.

Naturalmente le odierne tecniche di analisi dei testi, non di rado suffragate dal confronto con fonti archivistiche, consentono di distinguere tra la creazione del genio e le narrazioni talora informi tipiche della cultura popolare. Le differenze risaltano. Ad esempio mentre, soprattutto nel filone visionistico, i luoghi erano avvolti nell’indeterminatezza, Dante disegna rigorosamente una topografia del mondo ultraterreno, collegandolo con la cosmologia tolemaico-aristotelica: pone infatti l’Inferno nell’emisfero boreale, nelle viscere della Terra, il Purgatorio su una montagna che si erge altissima e solitaria sulle acque che coprono l’emisfero australe, il Paradiso nei nove Cieli cristallini che ruotano intorno alla Terra. Inoltre i personaggi non sono umbrae, masse senza nome e senza volto come le anime della tradizione visionistica o astrazioni intellettuali come nella letteratura di viaggi, ma individualità ben rilevate, che conservano il loro sentire e dialogano con Dante rivivendo in modo più o meno intenso, più o meno sfumato, le passioni terrene: anche quella politica. Suggestivi effetti Dante trae anche dalla sua corporeità, ponendo in rilievo lo stupore delle anime di fronte all’eccezionalità del suo destino e sottolineando la guerra sì del cammino e sì della pietade (If., II, 5) , ossia le difficoltà del cammino e la problematicità delle sue reazioni psicologiche, che sono molto varie: nell’Inferno vanno dalla pietà allo sdegno, dallo stupore allo spirito di vendetta, mentre negli altri due Regni saranno più uniformi, improntate ad ammirazione e devozione. Tuttavia alla fine del viaggio Dante sarà solo il pellegrino che asceso dal fondo del baratro infernale alla pura luce dell’Empireo chiederà umilmente di ottenere la visione di Dio.

In ordine alle coincidenze tra i generi del viaggio allegorico e visionistico e la Commedia, oltre alle poche menzionate e a quelle che il lettore avrà rilevate da sé, aggiungiamo che anche Dante si avvale di più guide (Virgilio, Stazio, Beatrice, San Bernardo) ; che il viaggio dantesco comincia alla stessa ora di quello di Eynsham e che il passaggio dall’Inferno al Purgatorio avviene alla stessa ora del risveglio del monaco (J. Leclercq, Enciclopedia dantesca) . La dantesca contiguità tra Purgatorio e Paradiso terrestre è già in Alberico da Montecassino e nel Purgatorio di San Patrizio, mentre il Purgatorio è collocato su una montagna altissima scandita in sette balze già in Matilde di Hackenborn, che probabilmente è da riconoscere nella figura dantesca di Matelda. Coincidenze. Suggestive. Non possiamo affermare con certezza che le opere degli Autori citati e di altri non citati siano tra le fonti del Poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra (Par. , XXV, 1-2) , in mancanza di notizie sulla biblioteca del Poeta, che certo non dovette essere ricca. Sicuramente però siccome quelle opere, come si è mostrato, erano patrimonio vivo della cultura del suo tempo, Dante potrà averne avuto conoscenza indirettamente o direttamente, per esempio nella Biblioteca del Convento di Santa Croce in Firenze, da lui frequentata, oppure nelle biblioteche dei Signori che ospitavano lui, Exul immeritus, nel suo peregrinare per l’Italia.

Bibliografia minima Alessandro D’Ancona, I precursori di Dante, Forni Ed. , Sala bolognese, 1989. Ristampa, anche su www Google. it Jean Lecercq, Visio Eynsham in Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1978 Dante Alighieri, La Divina commedia, Inferno, a cura di T. Di Salvo, Zanichelli, Bologna, 1998.

Egidia La Neve
Società Dante Alighieri Sezione di Taranto

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