16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

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Settimana Santa, le prime processioni dopo la guerra

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Settimana Santa, le prime processioni dopo la guerra

Sporco, scarmigliato, con la barba lunga, le scarpe quasi sfondate e una vistosa fasciatura alla gamba. L’uomo avanza per la strada e si guarda attorno stranito. E’ la sua città ma quasi non la riconosce. “Scusi, mi saprebbe dire dov’è via Principe Amedeo?”, chiede a un passante il quale, dopo avergli fornito l’informazione, gli domanda se fosse un reduce.

E al cenno di assenso, eccolo destinatario di mille gentilezze. Qualcuno lo invita al bar, un altro gli porge una vecchia giacca per ripararlo dal freddo. C’è chi contatta l’Associazione Combattenti per gli adempimenti del caso. Infine, l’abbraccio con i suoi cari che disperavano di rivederlo. Ma tante altre attese non avrebbero avuto il medesimo felice epilogo. Nel 1945, mentre al Nord i combattimenti infuriavano ancora, a Taranto si registrava il lento ritorno alla normalità. Si faceva la fila per acquistare le uova pasquali, realizzate artigianalmente (nulla a che vedere con le confezioni sfarzose dei nostri tempi); facevano affari anche i venditori ambulanti di cozze e quelli di tabacco sfuso, ricavato dalle cicche di sigarette raccolte per strada.

Ma che la guerra fosse definitivamente alle spalle doveva essere decretato dalla ripresa della “nostra” Settimana Santa. Così raccontava Nicola Caputo, autore di diverse pubblicazioni sui Riti nonché priore dal ’96 al ‘99 della confraternita del Carmine, scomparso nel 2012: “Il permesso del Comando Alleato per le processioni giunse appena un paio di settimane prima del loro svolgimento. Nelle confraternite fu intenso il lavoro per rimettere in sesto simboli e arredi, così da essere pronti per l’uscita. In città non si faceva altro che parlare di coloro che sarebbero stati i protagonisti delle ‘gare’, quali, ad esempio, i D’Alba, i Papalia, gli Sferra, i Melucci: proprio come prima della guerra. Il Giovedì Santo la folla affluì in via D’Aquino, desiderosa di vedere i ‘perdune’.

Ma non si fece il pellegrinaggio come lo intendiamo oggi. Le coppie uscivano dalla sagrestia del Carmine per poi rientrare in chiesa, dopo un breve giro, dal portone principale. D’altronde sarebbe stato pericoloso per i ‘perdune’ allungare il tragitto, a causa delle camionette dei militari che sfrecciavano per le strade e che potevano investirli”. La processione della notte del Giovedì Santo… “L’Addolorata – rammentò lo scrittore, allora quindicenne -si affacciò dal portone di San Domenico alle nove di sera, invece che a mezzanotte, per consentire il rientro alle prime ore del Venerdì Santo a causa di problemi legati all’apertura quotidiana del ponte girevole.

La processione giunse anche al Borgo. Vi assistetti dalla casa di mia zia, in via Anfiteatro, nelle vicinanze di via Duca degli Abruzzi. Nelle orecchie ho ancora le musiche di Ventrelli e di Bastia. Guardavo il bellissimo simulacro della Madre ed era tanta la mia commozione da far svanire il ricordo degli orrori della guerra”. Al seguito c’era una sola banda, la “Santa Cecilia (che poi suonò anche ai Misteri) formata per l’occasione e rinforzata da una quindicina di elementi della fanfara della Marina, con il futuro direttore della Banda Centrale Vittorio Manente al flicorno tenore. La dirigeva il maestro Luigi Rizzola, che eseguì per la prima volta “Christus”, da lui composta in previsione della ripresa dei Riti. L’uscita dei Misteri… “Mentre in piazza Carmine osservavo il lento incedere del ‘troccolante’- raccontò Nicola Caputo – la mia attenzione fu attirata dalle finestre del Palazzo degli Uffici, occupato dall’esercito alleato. Alcuni militari, incuriositi, si affacciarono per guardare per scomparire e riapparire immediatamente in compagnia degli altri commilitoni.

In breve le finestre si colorarono delle divise di soldati di tante nazionalità, quasi un simbolo dell’unione e della pace tra i popoli. Lo spettacolo degli incappucciati dovette sembrar loro davvero unico, dato che non cessavano un attimo di immortalarlo con le macchine fotografiche, appollaiandosi come tanti pappagalli sui davanzali delle finestre con il pericolo di cadere giù”. Sui marciapiedi la folla appariva commossa. Non mancavano commenti malevoli sulla cifra spesa dai confratelli per aggiudicarsi i simboli, che sembrava uno schiaffo alla miseria di quel periodo. “In effetti – evidenziò lo scrittore – furono sborsate somme a quell’epoca davvero esorbitanti. Tanto per fare un esempio, all’Addolorata per le ‘sdanghe’ furono offerte 630.000 lire mentre Gesù Morto fu aggiudicato da alcuni commercianti di vini per 500.000 lire. Era un’enormità, se consideriamo che prima della guerra i medesimi simboli furono aggiudicati rispettivamente per appena 2.200 lire e 3.000 lire, seppur non tenendo conto dell’inflazione”. Sulle colonne del periodico ‘Rinascita’, un articolista con lo pseudonimo di ‘Ariel’ attaccò fortemente quello che veniva definito un vero spreco di soldi. Ma non sempre si trattava di fanatismo.

“Molti confratelli – concludeva Caputo – sopportarono quell’esborso considerevole per sciogliere un voto, in ringraziamento della morte scampata o del ritorno insperato di un familiare dal campo di concentramento. In ogni modo ritengo che nessuno debba arrogarsi il diritto di giudicare il cuore dell’uomo. E poi, chi non è tarantino non potrà mai capire cos’è per noi la Settimana Santa”.

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