21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 09:30:12

Cronaca News

La Dad “affligge” anche l’Università

foto di L’Università di Taranto
L’Università di Taranto

Quando si parla dell’acronimo DAD (didattica a distanza) si suole pensare alle scuole medie superiori o inferiori ma questa nuova modalità di didattica, che prevede l’uso di strumenti informatici e l’ausilio di una linea stabile internet, interessa anche gli studenti universitari della nostra città. Lo studente universitario, per età e per conocenze acquisite dovrebbe essere quello che meglio sopporta e si adatta a questa distanza obbligata dalla pandemia che stiamo vivendo. Per verificare sul campo l’assunto abbiamo sentito a tal proposito Giacomo Festa, Consigliere di Dipartimento del Dipartimento Jonico, prossimo alla candidatura al Senato Accademico.

Come vive un universitario il tempo del Covid?
“E’ trascorso un anno da quando ricordo di aver visto fisicamente tutti i miei compagni di corso. Ricordo quella lezione in aula che non sapeva affatto di un ultimo saluto e di tutto ciò che di lì a poco sarebbe successo. Era normale, tutto straordinariamente normale”.

Perchè gli studenti al momento riscontrano questo senso di vuoto, cosa gli manca?

“Quello che manca sono gli spazi di aggregazione tradizionalmente rivolti all’orientamento, spazi che per le matricole sono essenziali per una corretta impostazione della propria vita accademica. In questo senso sarebbe auspicabile la nascita di piazze virtuali, anche con il coinvolgimento dello stesso Dipartimento, in cui potersi ritrovare per continuare a svolgere quelle attività che erano complementari all’attività didattica in senso stretto”.

Quindi la didattica non è tutto?
“Assolutamente no, dietro una classe di corso universitària ci sono storie di ragazzi che ritagliano del tempo per sfuggire alla strada. Ci sono storie di persone che trovano rifugio da una quotidianità strumentalizzata, ci sono persone che corrono via da spazi che non sempre possono farci sentire al sicuro. Avete presente quando vostro nonno vi raccontava di ‘aver tolto dalla strada’ un figlio? Be è proprio questo. Qui non si tratta più di formazione. Non solo. Si tratta di aggregazione e comunità. Di stimoli e incentivi. Della paura prima dell’esame davanti alla commissione più esigente. Della pausa caffè dopo ore in biblioteca. Del nodo alla cravatta prima di un convegno. Del timore dal parlare in pubblico durante l’evento. Del sorridere a un compagno che ti spinge a smettere di studiare nonostante la sessione. Del sorridere a un collega che ti invoglia a dar vita a una sana competizione. Di ‘squadre di persone’ che ti accompagnano in un nuovo percorso. Del rappresentante che ti spinge a buttarti in un mondo nuovo. Di un clima a cui non basta una didattica a distanza. Di un mondo che non merita di essere lasciato in fondo alla catena delle priorità”.

Cosa ti preoccupa di più per il futuro?
“Sono uno studente di giurisprudenza al quinto anno di corso, lo studente ‘in dirittura d’arrivo’, come si dice spesso.. Ma io non sono preoccupato per quelli come me, ma per chi quest’anno e lo scorso avrebbe potuto salvarsi e inglobarsi in un sistema che non è solo contenitore strutturale e di informazione ma contenitore di vita”.

Possiamo dire che le nostre università stanno funzionando in tempo di pandemia?
“In un articolo sul web pochi giorni fa ho letto: ‘Le Università italiane non hanno mai smesso di funzionare’. Io penso l’esatto contrario perchè dalla crescita del tessuto socio-culturale ne deriva sempre una crescita in termini di opportunità. Noi, oggi, siamo lasciati ad una didattica a distanza che ci rende parte di un progetto chiamato “sequel della scuola” che dobbiamo cercare di massimizzare, con l’aiuto e il coinvolgimento delle stesse università. Non sapremmo come agire altrimenti in merito alla partecipazione passiva degli studenti, al contrasto all’assenteismo e la superficilità di preparazione, al necessario aiuto agli studenti con disabilità o di quelli che economicamente non possono permettersi un apparecchio idoneo. Evidentemente nessuno ha mai pensato al netto divario tra chi è semplicemente il più bravo e chi necessita di uno spazio ad hoc per poter rendere”.

Cosa auspichi per l’immediato futuro?
“Al netto di ciò che accade oggi, augurerei alle università di poter uscire fuori dalle mura che la circoscrivono e di predisporre un incessante lavoro finalizzato all’orientamento. Di riprendere le redini di un mondo che altro non è che il metro grazie al quale si formerà la società del domani. Ricordo che fare orientamento non significa solo offrire la possibilità di creare giuste competenze spendibili sul mercato, perchè come disse un ragazzo che mi accolse sulla soglia della porta dell’Uniba in primo anno: “Questo è il programma di studi del corso, ma prima.. prendiamoci un caffè che è molto più importante”.

Daniele Lo Cascio

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