27 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Luglio 2021 alle 06:58:00

foto di Gabriele D’Annunzio
Gabriele D’Annunzio

Nel 1904 D’Annunzio, dopo Maia (1903) dava alle stampe il secondo volume delle Laudi: “Elettra”, che ebbe una singolare fortuna di critica per i suoi toni dichiarati extrapoetici e comunque ieratici e celebrativi. L’incipit di “Elettra” è una dedica “Alle montagne” e subito dopo, D’Annunzio celebra, in maniera che possiamo dire sacrale, il mito di Dante, il poeta che s’innalza come una montagna verso il cielo; il suo divino cielo.

Non è senza motivo che il senso ieratico dell’opera è nelle “Candide cime, grandi nel cielo forme solenni Cui le nubi notturne Stanno sommesse come la gregge al pastore, ed i Vegli Inclinati su l’urne profonde danno eterne parole, e fanno corona le stelle taciturni”. Ad inizio della seconda strofa: “o Montagne, terribili dòmi abitati da Dio” nel quale verso il lessema “domi” è nel significato latino di dimora. “Montagne, grandi, elevate al cielo, montagne madri quando l’uomo ancora non era, montagne immortali, fate che scenda dai vostri misteri, cinto di luce il Vate”. Chi? Dante! L’ode, che è, ripeto, la seconda dell’opera è la naturale sequenza, quasi un preludio, alla Laude su Dante, come si rileva dal commento al testo in “D’Annunzio, versi d’amore e di gloria” edizione diretta da Luciano Anceschi e a cura di Annamaria Andreoli e Nive Lorenzini, Mondadori editore, 1984 e terminata a “La Capponcina”, come da autografo, il 28 dicembre 1899, di giovedì, e apparsa per la prima volta nella “Nuova Antologia” del 16 gennaio 1900 il titolo “La laude a Dante”.

Poco tempo prima, e cioè l’8 gennaio 1900, D’annunzio aveva tenuto una conferenza sull’ottavo canto dell’Inferno nel quale la figura protagonista è il peccatore Filippo Argenti condannato per la sua superbia. Verso di lui Dante ebbe parole aspre e dure: Ed io a lui: “Con piangere e con lutto, spirito maladetto, ti rimani ch’i ti conosco, ancor sie lordo tutto”. (vv. 37- 39) E Virgilio, dopo queste così violente espressioni di spietato odio, non può che rallegrarsi con Dante e, al tempo stesso, benedire la madre che ha messo al mondo un tale figlio. “Baciommi il volto e disse: «Alma sdegnosa, Benedetta colei che in te s’incinse!». Ed è l’unica volta che, tramite Virgilio, Dante ricorda, anche se metaforicamente, sua madre. Ma torniamo alla Laude di Dante. Il “Leitmotiv” che opera inizialmente e poi si realizza per tutti i centoventi versi delle undici “lasse” della lirica è quella visione prometeica che Dante promuove con la sua personalità altissima e soprattutto con la sua universale poesia. La forza poetica dantesca non è solo figlia delle più alte montagne, è oceano senza rive tra due poli, il Bene e il Male, lampeggiante al di là di ogni ombra e di ogni tenebra. E Dante, tra il Bene e il Male della vita, superò i tempi e si confermò quale “Destino dei popoli”.

E proprio nella successiva “lassa” D’annunzio riprende il motivo che è tra il naturalistico e il sacerdotale, l’immagine della rupe o di un’isola montuosa che rappresenta il “Fato” del sommo Poeta che sorge da un gorgo tra il sibilo dei nembi, nel rombo delle correnti, insomma Dante è una forza della natura, opera e figlia di Dio, al quale poeta è stata data, nel mutismo delle genti, la Parola che doveva essere detta onde infiammare il mondo dell’alta pace e della sicura vendetta. Ora D’Annunzio gioca semanticamente e traccia parole onomastiche come: ululo, sibilo, rombo e la fronte del poeta è percossa dai venti e l’occhio è insonne come insonni sono il suo spirito e la sua mente. La “vendetta” di Dante sarà vicina: ma quale vendetta? Vendetta come giustizia divina per glorificare il Bene e per maledire in eterno il Male. Qui D’Annunzio vede Dante giudice con un aspetto così fiero e deciso che gli ricorda l’uomo superiore nicciano o l’uomo eroico di Carlyle che volle glorificare Dante nel suo libro de “Gli Eroi”.

E D’Annunzio nel suo scritto: “La religione di Dante”, pubblicato nella rivista “Marzocco” del gennaio 1900 così si espresse: “Nessuno o pochi dopo il Carlyle avevano veduto Dante come una forza della natura, nessuno aveva sentito nel suo poema le stesse forze che generano le selve e le montagne”. E più oltre: “Molte cose sarebbero rimaste mute se egli non avesse parlato. Non inanimate, ma prive di voce pur essendo vive”. In una lettera diretta all’amico Angelo Conti, D’Annunzio aveva scritto: “I Canti danteschi somigliano a quelle cattedrali profonde immerse nelle tenebre così che il nostro passo è incerto nel procedere verso l’altare. Ma a poco a poco, gli occhi cominciano a vedere, a distinguere; a poco a poco le colonne, le arcate, le cupole, le statue, le tavole… e con il ritmo di quella illuminazione interiore si diffonde la melodia mistica e la nostra anima è condotta dalla luce e dalla musica verso la verità occulta che si disvela in forma di gioia interna. Quindi ella si prostra, riconosce e prega”. È una pagina di altissimo sentire poetico che inquadra il profondo significato dei versi danteschi, che, a volte, sembrano, alla prima lettura, oscuri nell’interpretazione, ma poco dopo, letti nella loro vera essenza, si aprono alla precisa considerazione ove la Parola di Dante esce dall’ombra e torna alla luce del suo intimo valore poetico, etico, storico. “Allora, nei baleni e nell’ombre, lo spirito dell’uomo stette davanti a te, ignudo, senza la sua carne,

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e ti diede i suoi tuoni e i suoi raggi il tuo Dio, cui tu alzasti il canto che non ha fine” La forza creatrice dannunziana si dirige ora, attraverso una sequela di suoni onomatopeici, metaforici, solenni oltre ogni temporale spazio; e nel poema innesta la corrispondente rappresentazione della montagna, alta, unica, solitaria. Voci come fuoco, aria, acqua, terra non sono fra di loro separati, ma nel verbo dantesco sono all’unisono, insieme elementi della vita universale e dell’uomo. E Dante è il Risvegliatore, il Purificatore, l’Intercessore per la vita e per la morte. Qui il pensiero dannunziano sul Poeta fiorentino diventa sacerdotale, sacrale, come benedicente e D’Annunzio invoca il sommo poeta perché disveli agli uomini i cammini invisibili e discopri i volti nascosti dei destini. L’invocazione diventa preghiera ed oracolo e le immagini hanno l’ascendenza di una santificazione laica con il ripetersi delle invocazioni, come una antica prece medievale ove il ritmo dell’orazione a Dio ha un canto polifonico. “o tu che risusciti l’antica virtù delle contrade e tempri il medesimo ferro per la bontà delle spade e per la gioia delle falci nelle profonde biade, noi ti attendiamo;” Qui il linguaggio poetico dannunziano diventa metalinguaggio e Dante è il figlio del suo Dio, l’uomo che è sceso fra gli uomini, profeta, come colui che, oltre ad essere poeta, sarà anche un Veltro, un condottiero che scuoterà dal suo torpore “l’Italia inerme”. Nell’ultima lassa, ora, c’è un ricordo carducciano al sonetto su Dante (in Rime Nuove) nel punto in cui il poeta maremmano afferma che Chiesa e Impero sono una “ruina mesta”. E D’Annunzio: “Dove sono i pontefici e gli imperatori?

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Sono finiti. Rotti come i sermenti aridi, perduti come i fuscelli nella tempesta, diffusi come crassa cenere ai vènti”. Di fronte a tanta regale e vaticana disfatta nel tempo della Storia solo Dante rimane “alzato nel cospetto della nazione, / con la tua parola eterna… e la tua estasi e tutta la tua grandezza dura nei tempi come dura la nostra terra”. E Dante onniveggente sarà il Poeta dell’Italia bella, e la sua parola sarà rampogna per i vili, preghiera ed esaltazione per i buoni. Le ultime due lasse sono per noi tutti luce e forza di rinnovata esistenza. Egli è Rivelatore, Liberatore, Consolatore, imperiale Duce, Signore dei …., insomma fabbro d’ale. Sarà possibile camminare tutti insieme nella notte buia e profonda e poi all’alba che ancora non spunta. Siamo pronti ad invocarti. Non possiamo che invocarlo, pregarlo perché i forti non patiscano per la vergogna, anzi ogni vergogna sia distrutta come ogni menzogna. Nei versi finali che sono una verdiana preghiera, D’Annunzio rivolge a Dante l’ultimo anelito perché diventi custode alto dei fati, e unico protettore dei destini italiani.

“Noi ti attendiamo!” dice il poeta. Noi lo attendiamo per la vittoria e la gloria (siamo nel 1904) per un’Italia che deve ancora unire i suoi naturali e sacri confini al resto del suo santo suolo. Trascorreranno oltre dieci anni e D’Annunzio sarà in guerra soldato volontario, sul fronte alpino (1915-1918), marinaio nel mare di Buccari, pilota nel cielo di Vienna. E Dante sarà sua luce e sua vita; sarà il novello Prometeo, “l’insonne fabbro d’ale”. Con Dante, profeta, si compirà il fato di una Italia che finalmente si aprirà alla indipendenza e alla libertà. “Per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante, per la vittoria e per la gloria e per la gioia e per le tue sante speranze, o tu che odi e vedi e sai, custode alto dei fati, o Dante, noi ti attendiamo!”

Titina Laserra
Componente Direttivo Comitato di Taranto della Società “Dante Alighieri”

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