24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

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Tommaso Niccolò D’Aquino, l’orgoglio di Taranto. Trecento anni dopo

foto di Tommaso Niccolò D’Aquino
Tommaso Niccolò D’Aquino

Il 2 aprile del 1721 moriva a Taranto Tommaso Niccolò D’Aquino che vi era nato il 24 novembre 1665. I suoi resti mortali sono oggi nella chiesa di Sant’Agostino nella città antica in un tempietto marmoreo fatto erigere dal Comune di Taranto (sindaco Curci) su progetto del professore Francesco Boniello e per volontà di un Comitato cittadino per le onoranze al poeta. Fu posta questa epigrafe: “At mihi delicias satis est cecinisse Tarenti” (A me è già tanto aver celebrato le bellezze di Taranto).

Ancora oggi, caro Direttore, molti concittadini confondono il D’Aquino, il poeta di Taranto, e che ha dato il nome alla via principale della città, con il santo filosofo D’Aquino, non tarantino ma laziale. Il nostro D’Aquino aveva composto in quattro libri, sull’esempio delle Georgiche virgiliane, il poema “Deliciae Tarentinae”, che furono solo conosciute nel 1771, uscite a Napoli presso la stamperia Raimondiana e furono dedicate a Michele Imperiali, principe di Francavilla. La sua pubblicazione si deve all’opera costruttiva di Cataldanton Atenisio Carducci che fu poi il primo suo traduttore dal latino, in ottave, e precedute dalle Memorie con ricche annotazioni per i quattro libri del poema. Nella poetica dedicatoria Carducci presentò il contenuto dei libri: dalle origini di Taranto ai suoi luoghi più belli e fertili, dalla natura alla feconda pescagione, dai boschi fino ai grandi uomini, alle acque limpide del Galeso all’incantevole fontana nella piazza omonima, al santo protettore Cataldo e all’antica civiltà della città. Un panorama vasto e direi completo delle Delizie scritte in melodiosi esametri latini.

Nel suo “Pater” Cesare Giulio Viola parlando del padre che tornava a Taranto ebbe a scrivere: “Ma non importa dove sfoci il Galeso di Orazio; importa che quella fu la terra delle delizie e a me, stasera, mio padre sente che questa fu la terra delle delizie”. Nella “Prefazione” il Carducci non tralasciò di informarci come e da chi venne in possesso di una copia del manoscritto del D’Aquino; di una copia perché lo scritto originale non fu trovato tra le carte del poeta. Una copia, forse corretta dallo stesso D’Aquino, fu inviata a Napoli al patrizio Cataldo Marrese e il Carducci cercò quella copia ma il Marrese l’aveva smarrita. E allora tornò alla copia in suo possesso e tradusse gli esametri in ottave e, finalmente, nel 1771, con licenza di Superiori, fu data alle stampe a Napoli. Si ebbero nel tempo, oltre a quella di Carducci, altre edizioni e traduzioni che qui tralascio, ma non posso non sottolineare l’ultima traduzione completa dei quattro libri con eccellente prefazione da parte di Lucio Pierri, editrice Scorpione, Taranto, 2013.

D’Aquino scrisse anche un’egloga dal titolo “Galesus piscator, Benacus pastor” scoperta dall’avvocato Carlo D’Alessio e tradotta da Ettore Paratore e dal dottore Felice Presicci (si veda il mio studio sul D’Aquino poeta, Mandese editore, 1995). Tornando all’opera massima del D’Aquino, essa, che nasce certamente dall’approfondita lettura delle Georgiche virgiliane risente però fortemente dell’umanesimo classico napoletano, quello che fa capo al Sannazzaro, autore di Egloghe piscatorie; e D’Aquino soggiornò molti anni a Napoli e studiò altri poeti come il Pontano e il Marullo, sicché fu partecipe di tutto quel repertorio umanistico napoletano che, unito ad una certa coloratura seicentesca arcadica fece dire ad Ettore Paratore che il poema del D’Aquino era anche un poema seicentesco. Sono, in ultima analisi, della convinzione che l’opera è fondamentalmente di ispirazione classica, un mondo umanistico rivestito di una sapiente visione soprattutto virgiliana nella qualità e coloratura del verso esame tro; e tuttavia offre dei quadretti o disegni popolareschi piscatori relativi a Taranto, colti soprattutto in alcuni rilievi della pesca, dell’onomastica dei pesci, nelle festività religiose oltre ad un sapiente omaggio at Divus Cataldus.

Ma noi oggi, a trecento anni dalla morte, cosa ricordiamo di questo benemerito figlio di Taranto? Dovrebbe la sua opera, evidentemente già tradotta dal Pierri, essere, un domani, dopo codesta terribile epidemia, conosciuta a livello cittadino e scolastico perché nel riconoscere i grandi che furono si qualifica e si innalza la conoscenza e la coscienza della vera cultura e civiltà cittadina.

Paolo De Stefano

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