19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 07:17:57

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Settimana Santa, i Riti dopo la guerra. L’ansia di partecipare subito alle processioni

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Settimana Santa, i Riti dopo la guerra

Fra i partecipanti alla Settimana Santa tarantina all’indomani della guerra, merita di essere ricordato Modesto Basile che, per l’ansia di tornare a indossare l’abito di rito dopo la lunga pausa, fu il protagonista delle “gare” sia al Carmine sia a San Domenico. Fra lo stupore di tutti, infatti si aggiudicò addirittura una “posta” al pellegrinaggio del Giovedì Santo, una all’Addolorata, il Gonfalone e la statua della Cascata ai Misteri.

Ne trattò specificatamente Nicola Caputo in “Settimana Santa nascosta” (Sedi edizioni), narrando le sue peripezie per questa partecipazione così… intensa, non sempre andata buon fine. Il confratello cui cedette il Gonfalone, infatti, in via Garibaldi, lungo il ritorno, dovette abbandonare per un malore. Qualche giorno dopo morì. Tanto, a far comprendere a cosa può spingere la passione per le nostre tradizioni, che si tramanda da generazioni fino ad arrivare ai giorni nostri, coinvolgendo anche i giovanissimi. “Papà era una persona umile e pieno di amore per la famiglia: eravamo undici figli, ai quali provvedeva con il suo stipendio di operaio a Buffoluto – racconta il figlio, Vincenzo, scultore e ceramista, con i personaggi dei Riti, ovviamente, fra i soggetti preferiti – Abitavamo in via Duomo, di fronte alla macelleria “Polacco”. Ho bei ricordi di quegli anni, dell’armonia in famiglia e dell’atmosfera particolare che si viveva nel periodo natalizio e della Settimana Santa. In casa avevamo anche una miniprocessione che papà ogni tanto arricchiva con un simbolo acquistato da Mazzarano”. Il balconcino di casa costituiva una postazione d’eccezione per assistere ai Riti.

“Il Venerdì Santo mattina – continua – attendevamo tutti il ritorno dell’Addolorata, ma ancor più l’arrivo dei Misteri, che in quegli anni giungevano in Città vecchia”. Gli resta impresso il lento incedere di quelle statue lungo l‘antica Via Maggiore, dove lo strazio di Cristo nel suo sacrificio per amor nostro, nei vari momenti della Passione, acquistava ulteriore tragicità. Nel silenzio della notte, le note delle marce giungevano nitide all’ascolto sin da lontano. Da piccolo aveva imparato a riconoscerne il titolo. “Gravame” era quella che riusciva a emozionarlo di più. “Dopo il periodo del dopoguerra papà non partecipò più attivamente ai Riti – dice Vincenzo – All’Addolorata, però, era impegnato nella raccolta delle offerte lungo il tragitto, distribuendo le immaginette. Dall’età di sette anni la mattina del Venerdì Santo presi l’abitudine di raggiungerlo all’uscita dalla chiesa di San Francesco, dove la processione effettuava la sosta, per accompagnarlo fino a San Domenico. Ero orgoglioso di essere al suo fianco e condividere quei momenti così toccanti delle nostre tradizioni.

Al rientro non mancavo di salire con lui in oratorio ad ascoltare i commenti dei confratelli dopo la processione. Sarei diventato anche io uno di loro, come desiderava fortemente mio padre per ognuno dei suoi figli”. Vincenzo è iscritto al Carmine solo da qualche anno e diverse volte ha partecipato al pellegrinaggio in Città vecchia in coppia con il figlio Modesto (come il nonno) che è confratello anche all’Addolorata, come il fratello Marco. Grande gioia gli procura anche il fatto che sono iscritti alle due congreghe anche i nipoti, Luigi e Davide, che vivono in prima persona i Riti. “E poi – conclude – c’è l’altro, Vincenzo, come me, che, sin da piccolo, appassionato alle marce funebri, suona nella banda di Montemesola”. Anche lui porta avanti, a suo modo, il nome dei Basile nella storia della Settimana Santa tarantina.

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