24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

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La celebrazione della Pasqua cristiana e della Pesach ebraica

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La festa di Pesach ebraica

Qest’anno la celebrazione della Pasqua cristiana, domani, domenica, 4 aprile, coincide con la fine di Pesach, la Pasqua ebraica, che dura una settimana. Anche se praticamente omofone, attraverso la mediazione dell’Aramaico, in cui Pesach divenne Pascha, le due festività sono molto differenti, pur se il significato originale del “passare oltre” della Pasqua ebraica (collegato all’angelo della morte che prima dell’Esodo uccise i primogeniti degli Egiziani ma passò oltre le case degli Ebrei, che avevano contrassegnato gli stipiti della porta spruzzandovi il sangue dell’agnello sacrificale) in qualche modo rimane nella Pasqua cristiana, la maggiore festa cristiana, fondatrice della nuova religione attraverso la passione, morte e resurrezione del Cristo.

Come in tutte le feste fortemente radicate, Pasqua e Pesach hanno tradizioni gastronomiche forti (quelle di Pesach sono tassative, come tassativo è nell’Ebraismo il rispetto delle norme della “kasherut”, l’adeguatezza dei cibi). Nelle tradizioni alimentari della Pasqua cristiana (e della settimana che la precede) ha un ruolo di primo piano – ereditato da Pesach – l’uovo, il simbolo della rigenerazione (anche se oggi degradato a paradigma del consumismo con le uova di Pasqua, con “sorprese” di differente valore, spesso addirittura dichiarate in etichetta, e con un vertiginoso sovrapprezzo applicato al cioccolato con cui sono confezionate).

Uova sode, come piatto a sé stante, ma anche inglobate, con tutto il guscio, nelle “scarcelle”, i dolci pasquali poveri della nostra tradizione, grandi biscotti a forma di canestrino (o di essere umano, soprattutto di genere femminile, o anche di colomba). L’altro cibo tradizionale delle festività pasquali è, nella rituale costernazione, a volte persino aggressiva, di vegetariani e vegani, l’agnello: per valori simbolici (l’agnello di Dio che richiama il sacrificio di Gesù Cristo; ma come primizia da sacrificare, l’agnello – che è appunto legato al ciclo delle stagioni – era già in voga presso gli Ebrei); per il suo piacevole sapore; per l’essere anch’esso simbolo di rinascita e prosperità. Agnello in teglia, brodettato, alla griglia; costolette d’agnello a scottadito fritte; le varianti sono praticamente infinite. E talvolta l’agnello è sostituito dal capretto.

E poi c’è il “marro”, popolarescamente detto anche “cazz’marr” (variamente declinato nei vari dialetti), una sorta di enorme involtino di interiora di agnello avvolto nella rete e legato da budella dello stesso animale, cotto al forno o alla brace, ripieno di pecorino aromatizzato con aglio e prezzemolo. Quello al forno viene preparato con patate e “lampascioni”, gli amarissimi bulbi di una sorta di cipollotto selvatico (Muscari comosum) che si consuma quasi esclusivamente in Puglia, ed ha ottenuto l’inserimento nell’elenco dei Pat, Prodotti agricoli tradizionali.

Il “marro” è la versione gigante e ripiena degli “gnumeridd” (gomitolini) o “turcinieddhi”, in foggiano, chiamati anche riduttivamente fegatini, cotti al fornello e tipici della cucina murgiana. A metà strada fra il consumismo e la tenerezza d’animo, anche il sacrificio dell’agnello è stato però traslato (secondo una tradizione antichissima, che sostituiva ai sacrifici animali l’offerta rituale agli dei di pani modellati a forma dell’animale da sacrificare) nella confezione e consumo di agnelli… di pasta di mandorle, semplici o elaboratamente ripieni (specialità delle monache di svariati conventi di clausura) di creme, confetture (tipica la perata, una confettura di pere), faldacchera (una crema di tuorli d’uovo, zucchero ed eventualmente rosoli).

Nella Pasqua ebraica il giorno di chiusura è meno importante di quello di apertura, ma vi si celebra egualmente un banchetto rituale, nel quale, come per tutta la settimana, sono rigorosamente banditi i cibi lievitati (dal pane alla birra). Prima di Pesach, che in Israele dura sette giorni, e fuori di Israele otto, si effettua in ogni casa una radicale eliminazione di ogni traccia di cibo lievitato: il che obbliga le donne ad una rigorosa e minuziosa pulizia (da quei l’espressione “pulizie di Pasqua”). Eseguita a fondo la pulizia, con l’aiuto dei bambini che si dedicano ad una istruttiva “caccia alle briciole” (che poi vengono ritualmente bruciate) si introduce nelle case il pane azzimo (non lievitato), che in Ebraico si chiama “matzah” (come la “maza” dei Greci, una sorta di piadina di farina d’orzo non lievitata che ha preceduto il pane, più costoso e raffinato, a base di frumento).

E per tutta la settimana, anche pentole e stoviglie devono essere esenti da contaminazione coi lieviti: quelle usate nel corso dell’anno vengono addirittura “vendute” simbolicamente a non Ebrei, e poi riacquistate al termine della festività. Ba’àl Shem Tov, fondatore del Chassidismo, introdusse l’usanza di un pasto speciale nell’ultimo giorno di Pesach, la Seudàt Mashiach (il Pasto di Mashiach), nel corso del quale si bevono quattro bicchieri di vino e si mangiano 30 grammi di pane azzimo.

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