05 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Agosto 2021 alle 07:15:55

Cultura News

“Resurrezioni” nascoste nelle pieghe della Storia

foto di Il ponte di Porta Napoli o “Ponte di Pietra”
Il ponte di Porta Napoli o “Ponte di Pietra”

Anche nel 1469 la Pasqua fu in Aprile, il due del mese, calda da agevolare processioni e riti, ma non quelli inaugurati dalle recenti “nobilissime confraternite”; niente Spagna; da poco regnava l’aragonese Ferrante I che sei anni prima aveva (quasi certamente) “suicidato” il Principe Giovanni Antonio del Balzo e il Principato era stato inghiottito nel regno. La Storia, la stampa e la storiografia non hanno amato questo importante personaggio: Taranto però, per un gruzzolo di secoli, era stata Capitale (bene o male) di un Principato e G. A. Del Balzo, come dice, ammirato, persino Croce, poteva muoversi dal “Capo” a Napoli da Signore-Re, attraversando solo sue terre e suoi domini.

Stava per consolidare una signoria come poi in tante parti d’Italia Questa per minimi cenni la storia di quegli anni che, dopo la liquidazione dei Del Bazo Orsini, avrà certo resi insonni tanti della ex “corte orsiniana”, viste le epurazioni “amministrative” aragonesi (che noia! Non facciamo altro che epurarci! E poi riepurarci!). Ma c’erano poi quelli che non si potevano “godere” nemmeno un’epurazione, ai quali non si poteva epurare nulla, essendo alla lanterna più di Diogene e che (sono convinto) di queste belle nobili briganterie non avvertivano il… fascino e le conseguenze: una massa di poveri, miseri, affamati e, per completare l’inventario, persino un po’ di “schiavi”. Sì schiavi! a Taranto, e anche in altri luoghi… cristiani.

Nel 1966, il padre francescano Adiuto Putignani (Nome da recuperare; storico e maestro di tanti apprendisti stregoni, tra i quali lo scrivente), rinvenne nella Biblioteca Arcivescovile un documento davvero interessante, in grado di farci “spioni” nelle case agiate del XV sec., dove, come si diceva, potevano alloggiare anche… gli schiavi, che in qualche caso (spesso in punto di morte del dominus), venivano liberati. Dunque, regnando felicemente (come si diceva) Ferdinando I di Aragona nell’anno 1469, il 20 di marzo (Lunedì) a 12 giorni dalla “Resurrezione” pasquale, in un’anima piccola e certo sofferente, il destino o la provvidenza (par condicio) dovettero voler anticipare, con una “modesta” rivelazione, la più grande Resurrezione-liberazione pasquale. Almeno così mi piace immaginare. Insomma, quel giorno di 552 anni or sono, ai confini della Settimana Santa e durante la Quaresima, il giudice Angelo Giovine, il notaio Nicola Giuncato ed altri testimoni andarono a passo svelto in casa dell’agiato don Lancillotto di Leone, chiamati con urgenza dallo stesso che intendeva far testa mento, ridotto ormai in casa dal male, ma ancora lucido.

Il nostro Lancillotto abitava nel Pittaggio Ponte, che sta ancora lì fascinosamente “medievale”, al confine con il ponte di Porta Napoli (di “pietra”). Figuriamoci la curiosità dei vicini lì davanti mar piccolo, quella mattina del 20 marzo 1469, protetti dall’infida tramontanella grazie alle mura ancora in allerta. Tutto il vicinìo si godeva il gruppetto di “burocrati” in processione. Si era sparsa subito la voce: “don Lancillotte (bel nome quattrocentesco) se ne… ste ve, pace all’anema sue”. Il documento, come tanti testamenti, inizia con queste scontate amare considerazioni: «Il detto Lancillotto, riflettendo sullo stato della natura umana, che è, e sarà sempre debole, per cui niente è più certo della morte e nulla più incerto dell’ora della stessa, volendo ordinare e disporre le sue cose, etc. etc. etc…». Seguono, quindi, in puntualissima elencazione, le proprietà (notevoli), i beni, le rendite. Il testamento, poi, si addentra nella descrizione dell’arredo domestico, del vestiario (un po’ fuori moda), cita anche un libro (il messale) e, dopo il lungo elenco, si legge quanto segue: «quindi liberò, riscattò e affrancò Maria, sua schiava e serva, ed i suoi eredi, dalla perpetua servitù ed offrì loro la piena libertà secondo l’uso e la consuetudine della città di Taranto».

A proposito di questa servitù di Maria e dei suoi eredi, nel passato, si è molto detto e molto scritto; qualcuno ha ipotizzato che, più di una vera e propria schiavitù, si dovesse trattare di un vincolo particolarmente stretto, derivante dalla probabile condizione di contadina della donna: una sorta di serva della gleba. Comunque, in pieno XV sec. (e anche dopo), a Taranto ed altrove, “fioriva” ancora la schiavitù, che rimase in vigore fino a tempi più recenti. E addirittura pare vi fossero in materia “schiavistica” regole, norme e tradizioni specifiche della… tarentinità. Non sappiamo in che data, poi, sia morto Lancillotto. Quel giorno di marzo fu però un gran giorno per l’ancilla Maria e per i suoi eredi, e magari la povera donna avrà anche baciato la mano del “buon signore” che la rendeva libera e che aveva atteso di sentirsi prossimo al giudizio di Dio per compiere un’opera di misericordia, certo non imposta dalla legge degli uomini, ma che la coscienza gli avrà più volte suggerito. Forse quell’atto fu favorito anche dall’atmosfera di pietà e resurrezione che tanto prendeva e prende la città in occasione della Pasqua, quando fare del bene può risultare… meno difficile. E ci scappò (lo giurerei) qualche lacrima, che i presenti, probabilmente, non riuscirono a stabilire se provocata dalla pietà per una vita che si spegneva o per la gioia di un’altra che… resuscitava a nuova vita. Una piccola sconosciuta “Resurrezione”, nascosta nelle pieghe della Storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche