22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

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“Memorie del sottosuolo”, di Fëdor Dostoevskij

foto di Fëdor Dostoevskij
Fëdor Dostoevskij

“Memorie del sottosuolo” è stato pubblicato nel 1864, ma ancora attualissimo. “Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; beh, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono.) Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Beh, io invece lo capisco. […] E tuttavia, se non mi curo, è per cattiveria. Il fegato mi fa male, e allora avanti, che faccia ancor più male!”.

Incipit intrigante. Il protagonista, un ex impiegato dello Stato, che decide di vomitare tutto il veleno che ha in corpo, impersona tutte le contraddizioni e i conflitti dell’uomo moderno. Il sottosuolo, quello che in seguito Freud chiamerà subconscio, è l’anima irrazionale, e le memorie sono un flusso di parole silenziose che il protagonista sputa fuori in un monologo interiore, triste e velenoso. Vien fuori tutta la piccolezza, la mortificazione, il livore, il risentimento della fierezza umiliata dell’uomo. Non c’è ragione che tenga, non c’è calcolo, politica, scienza, religione, che potrà mai portare alla crescita diffusa perché ci piace infliggerci il male, e se non esiste lo inventiamo. Siamo capaci di ridurre a brandelli la nostra autostima pur di nasconderci e proteggere la nostra volontà di inerzia dietro a un dolore. Altro che Fratelli d’Italia o del mondo.

Ci piace commiserarci e considerarci fratelli di figli unici. “Ma ecco, proprio in questa fredda, disgustosa mezza disperazione e mezza fede, in questo cosciente seppellirsi vivo per il dolore, nel sottosuolo per quarant’anni, in questa situazione senza via d’uscita, forzatamente costruita e tuttavia in parte sospetta, in tutto questo veleno di desideri frustrati, interiorizzati, in tutta questa febbre di tentennamenti, di decisioni prese per l’eternità e di pentimenti che sopravvengono un attimo dopo – qui si racchiude il succo di quello strano piacere di cui ho parlato”. Il piacere di essere cattivi con se stessi. Il libro manifesta tutta la vena esistenziale ed esistenzialista di Dostoevskij. L’anima che emerge dal sottosuolo è irrazionale, sa che non c’è distinzione tra torto e offesa, tra male e bene, regola ed eccezione, tra indipendenza e limitazione, quanto meno i confini non sono netti, ma spesso si sovrappongono e si confondono. “In fondo all’anima non riesco a credere di soffrire, si ridesta lo scherno, e tuttavia soffro, e oltretutto in modo vero, autentico; sono geloso, perdo la testa… E tutto per noia, signori, tutto per noia; l’inerzia mi soffocava. Infatti il frutto diretto, legittimo, naturale della coscienza è l’inerzia, cioè un cosciente star con le mani in mano”. Il protagonista, l’antieroe per eccellenza, è consapevole della propria impotenza di fronte all’esistenza e per questo è un incompiuto.

“Nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto. E ora vegeto nel mio cantuccio, punzecchiandomi con la maligna e perfettamente vana consolazione che l’uomo intelligente non può diventare seriamente qualcosa, ma diven ta qualcosa soltanto lo sciocco. Sissignori, l’uomo intelligente del diciannovesimo secolo deve ed è moralmente obbligato a essere una creatura essenzialmente priva di carattere; mentre l’uomo di carattere, l’uomo d’azione, dev’essere una creatura essenzialmente limitata”. Il periodo di forzata reclusione che stiamo vivendo merita una lettura di questo tipo perché ci porta a riflettere, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto sia bastarda la solitudine, a quale nefaste conseguenze folli ci spinge. Mai come oggi risulta vera la socialità per eccellenza dell’uomo descritta da Aristotele. “La comunità viene prima di ogni cosa: prima dei singoli, prima delle famiglie. E l’uomo è per natura un “animale comunitario”, un “animale politico”. Chi si illude di poter vivere al di fuori di una comunità o è al di sopra o è al di sotto dell’uomo: o è una bestia, o è un dio”. Un monito per chi sostiene che l’individuo viene prima di tutto. Ma gli schemi soffocano.

È bello poter pensare di poterli rompere o quanto meno forzarli. Il nostro impiegato del sottosuolo sente di essere infelice in un secolo infelice. “La civiltà elabora nell’uomo solo una multiformità di sensazioni e … decisamente nient’altro. Anzi, attraverso lo sviluppo di questa multiformità l’uomo forse arriverà al punto di trovare piacere nel sangue”. In questo tutto organizzato, preordinato, meglio il libero arbitrio. “Eh, signori, che libertà sarà mai, quando si arriverà alla tabella e all’aritmetica, quando avrà corso soltanto il due più due quattro? Due più due farà quattro anche senza la mia libertà. Esiste mai una libertà del genere?”. È bene ogni tanto pensare che due più due, a volte, può fare anche cinque. Il nostro antieroe nel corso dei suoi quarant’anni ha cercato la socialità. Prima di ereditare una misera fortuna, era un impiegato presso gli uffici pubblici del suo paese. Solitario e complessato in cerca, invano, del riscatto sociale. Scorbutico e triste è l’incontro con la prostituta Liza alla quale promette un aiuto che si rileverà invece un’elemosina ostile, volgare e superba.

La fuga dignitosa di Liza evidenzierà la meschinità profonda del protagonista. “Liza, offesa e schiacciata da me, aveva capito molto più di quanto immaginassi. Aveva capito, di tutto, ciò che una donna capisce sempre prima di ogni altra cosa, se ama veramente, e cioè che ero infelice”. Neanche l’amore ha redento il nostro protagonista, vittima di se stesso e della sua complessa piccolezza. Forse la scrittura è un momento di elevazione? “Ci è di peso perfino essere uomini – uomini con un corpo e sangue vero, nostro; ce ne vergogniamo, lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali. Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’idea. Ma basta; non voglio più scrivere “dal Sottosuolo” … Del resto, non si concludono qui le “memorie” di questo amante dei paradossi. Egli non ha resistito e ha continuato. Ma anche a noi sembra che ci si possa fermare qui”.

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