19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44

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Alda Merini innamorata di Taranto in un libro di Maria Grazia Calandrone

foto di Alda Merini
Alda Merini

Tra i numerosi saggi apparsi negli ultimi anni su Alda Merini, quello di Maria Grazia Calandrone, poetessa e scrittrice nota, per altro finalista al Premio Strega con il romanzo autobiografico Splendi come vita, diffuso il 30 marzo con il “Corriere della sera”, si distingue per l’efficacia e la chiarezza che finalmente restituiscono alla grande poetessa dimensioni consone e reali.

“Addentrarsi nella vita di Alda Merini e nelle versioni spesso contrastanti degli stessi episodi – leggiamo nel volume – è un’esperienza affascinante Superato il pregiudizio dovuto alle sue ultime esorbitanti comparse mediatiche, ci troviamo davanti a una persona effettiva e vera, esposta in tutte le sue umane contraddizioni e aderiamo alle parole piene di libertà della sua opera”. Già nel lungo articolo apparso su “La Lettura” del 21 marzo, Calandrone aveva cercato di spiegare perché il successo mediatico che l’ha resa popolare tra la gran parte del pubblico che pure non ha mai letto le sue poesie, ha piuttosto rischiato di compromettere la sua carica di coraggio e ironia, che invece meritano di essere capite e apprezzare nella loro portata. Il volume Alda Merini, che è il numero 39 dell’opera in 40 volumi “Grandi donne della storia” proposto dal “Corriere della sera” fa chiarezza sulla vita e sulla vocazione artistica di Alda, a partire dalla difficile adolescenza nella quale presero vita le sue difficoltà umane e psicologiche ma anche la sua vocazione poetica, denudandola dalle stesse sovrastrutture, spesso accreditate da un certo pubblico e da una certa letteratura, che appartengono a quella che l’autrice chiama opportunamente “mitopoiesi”, che è soprattutto riferita alle sue ricostruzioni degli anni trascorsi in manicomio.

Dove per mitopoiesi si intende proprio la mitizzazione degli eventi o, come direbbe la Treccani: “il processo di formazione ideologica con cui si attribuisce a fatti reali o alla narrazione di essi un valore fantastico di riferimento culturale e sociale”. Ringrazio l’autrice per aver tenuto finalmente conto, come aveva già fatto Emanuela Carniti, figlia primogenita di Alda, nel libro Alda Merini, Mia madre, edito da Manni del lavoro di ricostruzione da me svolto soprattutto negli anni di Taranto. Riferendosi al mio saggio: La storia d’amore tra Alda Merini e Michele Pierri, pubblicato nel semestrale di letteratura “Incroci” (nel n.41 del 2020), lo definisce: “documento testimoniale sul rapporto tra Alda, Michele e la famiglia di lui, nonché tra Merini e la città di Taranto”.

Scrive: “Quando Merini lascia Taranto, Trevisani è un trentaduenne redattore culturale del quotidiano tarantino “Corriere del giorno di Puglia e Lucania”, amico della coppia. Il saggio di Trevisani rettifica alcune imprecisioni rimbalzate di libro in libro, prima fra tutte il presunto internamento in un “ospedale psichiatrico” tarantino, all’epoca dei fatti inesistente”. Anche se il complemento di tempo “all’epoca dei fatti” potrebbe essere eliminato, dal momento che un manicomio non c’è “mai” stato, tra le altre imprecisioni che vengono finalmente corrette, c’è proprio il rapporto con Taranto, dove gli anni vissuti nella nostra città vengono descritti come i più felici vissuti da Alda, e poi il racconto del ritorno in treno a Milano che non avvenne certo “in vestaglia e ciabatte”, come Alda riferiva per fare effetto (mettendo però in cattiva luce i suoi ospiti). Un ritorno che invece avvenne in aereo, assieme ai figli di Michele, Mario e Piero, che l’accompagnarono fino a casa, ai Navigli. Ma anche quei racconti fanno parte della “mitopoiesi” di Alda che, come abbiamo cercato più volte di spiegare, e come anche la stessa figlia Emanuela ha ammesso, erano secondo lei la sua vita, dal momento che sosteneva spesso “di non avere ricordi”. Ma i suoi ricordi erano letterari, mutavano per effetto del suo stato d’animo e avevano funzione creativa, mai pretendendo di diventare storia. Alda sosteneva, infatti, che anche la fantasia è un lato attendibile della realtà.

Alda e Michele, scrive Maria Grazia Calandrone, aderendo alla nostra ricostruzione di quegli anni, “fanno parte di un circolo culturale che ne accoglie l’apparizione con rispetto e affetto e l’estroversione di Alda costruisce attorno alla coppia un piccolo cenacolo che lancia la cultura salentina a livello nazionale. Sono gli anni finora più felici di Alda, gli anni in cui la vita che vive le si confà, si adatta ai suoi desideri più profondi. Una vita all’altezza del suo cuore. Ma, purtroppo, il corpo di Michele, che ha vissuto novant’anni senza risparmio, lentamente si sfibra. Nelle dediche a Pierri che si trovano in Vuoto d’amore, Alda si accusa della proprio egoistica, esuberante voracità, si sente quasi la carnefice di un uomo ormai stanco, a nelle prose liriche di Delirio d’amore descrive la morte di lui come la fine del mondo, accompagnata dal desiderio invincibile di morire con lui, darsi morte per troppo dolore. Il perfetto essere amato sta sfuggendo via troppo presto”. Proprio quel dolore provocherà la rimozione da parte di Alda, più volte da lei ammessa, di quel capitolo di vita, che era stato felice ma che aveva “il torto” di essere finito e della amatissima Taranto. Un concetto che un’autrice sensibile e profonda come Maria Grazia Calandrone chiarisce, spero, definitivamente.

Silvano Trevisani

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