24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

foto di Roberto Benigni
Roberto Benigni

Il Dantedì è stato onorato e direi anche esaltato da due manifestazioni televisive: la prima difronte al Capo dello Stato ed autorità ministeriali e governative, la seconda difronte ad un pubblico numeroso ed anche attento. Le due manifestazioni su Radiouno e Radiotre sono state tenute da Roberto Benigni che, a mio avviso e sentimento, è stato uno e due.

E mi spiego. La prima lettura dantesca riguardava il canto XXV del Paradiso, canto non facile, non solo perché in collegamento con il precedente relativo alla Fede, ma perché, nel sospiro di Dante alla patria, a “quel bello ovile ov’io dormei agnello / nemico ai lupi che li danno guerra”, c’è ormai la certezza di quella corona poetica che il poeta prenderà per meriti della sua poesia. Qui Dante si consacra da solo poeta; è lontano dal suo bel San Giovanni in Firenze. Ma ora è in Paradiso e ben sa che quel simbolo di grandezza poetica gli spetta. Non lo consacrano i fiorentini, si auto consacra. Il canto XXV è il canto di San Jacopo ed è proprio quel Santo ad esaminarlo sulla speranza. A tal punto Benigni è stato preciso, sobrio e, in alcuni momenti, veramente partecipe e culturalmente preparato. Con animo pacato e sincero ha svolto una valida “lectio” sul concetto della speranza, che è, nella dottrina cristiana, con la fede (San Pietro) e la carità (San Giovanni) costituisce un elemento spirituale e morale della Chiesa me ditante. Benigni è andato subito al centro del concetto con le stesse parole dantesche: “speme”, dissi io, “è un attender certo / della gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente metto”. In una terzina Dante ha significato, in maniera veramente mirabile, il pensiero di San Tommaso e di Piero Lombardo, che santifica la speranza, come la realizzazione di precedenti meriti di virtù e di onesti pensieri, che non possono non produrre “grazia divina”.

Benigni, ripeto, è stato sobrio nel parlare di quel canto a Dio, che filosoficamente si definisce “Teodia”. Sollecitato da Beatrice, comincia il colloquio tra Dante e Jacopo e non c’è dubbio che, avverso all’aristotelismo, il poeta è con San Tommaso e non tanto distante da San Bonaventura che parlava di “visione” e parole dai fioretti francescani. Quello di Dante è un teorema tomistico, una proposizione di fede perché laddove c’è la fede c’è la speranza che è l’ultima grande dote spirituale dei mortali. Le parole di Cristo sulla speranza (sono rivolte a Dio, luce che illumina tutti i beni). “La chiesa militante alcun figliuolo / non ha con più speranza, com’è scritto / nel Sol che raggia tutto nostro stuolo” (versi 51- 54). Benigni ha ripetuto assai bene, ripeto con appassionata voce, anche artistica, l’esame sulla speranza che domina il canto.

Che poi, con meravigliosa memoria, ha pronunciato con viva ammirazione degli illustri presenti. Ma tattavia di fronte al canto V dell’Inferno, che è il canto di Paolo e Francesca, Benigni, in altro ambiente, di fronte, ripeto, ad un pubblico eterogeneo e spesso plaudente, si è trasformato, si è esaltato, si è trasfigurato, non più nel lettore solenne e pensoso di un canto dantesco di per sé solenne ed austero, ma nel Benigni attore, direi, comico, bravo attore del dire eloquentemente quello che voleva dire su argomenti, che, per pur nella stesura del canto, andava per suo conto verso altri lidi, tenuti insieme da un eloquio fluviale, direi torrentizio, che toccava punti ben lontani dal pensiero dantesco. Un altro Benigni, forse il vero Benigni, l’attore, maestro della “Vita è bella” e del più recente “Pinocchio”. Un Benigni, sollecitato dalle sue stesse parole, scaturite da una inesauribile fantasia, arguta e dispiegata che spesso andava oltre la stessa misura artistica di vivente nel doloroso canto. Siamo nel secondo cerchio dell’Inferno, siamo di fronte ad un demone: Minosse, siamo fra i lussuriosi che hanno sottomesso la ragione al “talento”, cioè alla passione dei sensi.

Un canto, amato dal Foscolo, dal De Sanctis, dal D’Ovidio, dallo stesso Croce e da non pochi illustri commentatori moderni quali Fubini e Bosco. Il canto, che prima di essere quello di Francesca e Paolo è il ritratto soprattutto di celebri donne, imperatrici o meno, che hanno commesso reato di lussuria e di adulterio, da Semiramide a Cleopatra, da Elena a Tristano. Un canto celebrato soprattutto nel romanticismo. Canto della “pietà” che Francesca riceve da Dante e che vorrebbe, ma non può, ricambiare con lo stesso sentimento perché è lontana da quel Dio che è giustizia. Pietà come affettuosa partecipazione di un’anima ad altra anima, colpevole che sia. Ma nel triplice riferimento all’ “amore” (100- 107) c’è tutta la rinata concezione stilnovista della quale Dante fu seguace e maestro. C’è tutta la dottrina non solo trovadorica, non solo guicciardiniana, ma soprattutto quella tomistica laicizzata. L’amore, quello di Paolo per Francesca nasce dalla bellezza di Francesca e viceversa; ma è un amore voluttuoso, ma ricco di sentimenti puri, anche se impietosi. Francesca è una donna che ama, non è né un eroina né una peccatrice: non può dire io amo perché è un peccato.

Questi concetti stilnovisti sono stati ignorati da Benigni, che ha parlato di altro e non di quell’amore che ancora, anche di fronte alla bufera infernale del vento impetuoso, la unisce a Paolo, la vince e il modo ancor l’offende. L’avvince e la soggioga. Un canto, ripeto, grandissimo nella poesia che non ha termine di paragone: un canto solenne, triste, doloroso, che si conclude con quel verso che ha ben quattro voci con la gutturale fortemente dura “E caddi come corpo morto, cade” (142). Ben quattro bisillabi! Dante sviene e sarà la prima ed ultima volta. Benigni ha poi, con felice memoria, pronunciato il canto. E alla fine si è commosso. Ma la struttura metrica con i suoi cadenzati endecasillabi aveva bisogno delle sue pause, delle sue attese, dei suoi risvolti estetici. E questo non gli è stato possibile. Doveva leggerlo, quel canto, non memorizzarlo.

Paolo De Stefano

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