24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

Cultura News

Il commercio degli schiavi nella Taranto seicentesca

foto dsi Il commercio degli schiavi nella Taranto seicentesca
Il commercio degli schiavi nella Taranto seicentesca

Rovistando tra vecchie carte, a proposito di schiavi, ne ha parlato su questo giornale Piero Massafra sabato scorso. A Taranto vecchia, il venti marzo del 1655, nel cuore della notte (hora quasi media in circa noctis), bussarono alla porta del notaio Giacomo Levrano. Doveva trattarsi di un affare di gran conto perché a comparire alla porta, insieme a sei testimoni, erano l’illustrissimo uomo don Aniello Sarno di Napoli, una volta regio giudice della “fedelissima città di Taranto”, e un tale non meglio specificato Manilio Alfiere, della città di Montepeloso in Lucania, probabilmente un massaro.

Accesi i lumi per riconoscere i volti (tribus luminibus accensis ad cognoscendas personas) notar Giacomo prese penna e calamaio per verbalizzare. Don Aniello l’aveva fatta veramente grossa, si era impossessato di uno schiavo di Manilio Alfiere, e lo deteneva illegalmente per suo uso ormai da due mesi. Era stato un furto incauto perché il povero schiavo, di nome Amur, di 22 anni, di razza bianca e di capelli negri, come risulta da verbalizzazione di notar Giacomo Levrano, era facilmente riconoscibile, perché gli mancava un occhio, era infatti con “una rota dentro uno occhio”. Don Aniello Sarno riconosceva il torto e si dichiarava disponibilissimo alla restituzione di Amur; la gran fretta, il presentarsi a quell’ora di notte, era dovuta al fatto che il Manilio Alfiere gli aveva intentato causa civile e criminale presso quella stessa regia corte di Taranto, dove don Aniello era onorato e conosciuto per aver svolto le funzioni di giudice.

Prima di bussare alla porta del notaio i contendenti erano andati a far visita “all’Illustrissimo et Reverendissimo Signor don Thomaso Caracciolo dignissimo Arcivescovo di Taranto”, che aveva accettato in consegna e si era fatto garante di cento ducati d’argento consegnatigli da don Aniello, che sarebbero stati versati a Manilo Alfiere quale compenso in caso di mancata restituzione dello schiavo. Ma l’Alfiere, non contento di questa garanzia, prima di recedere dalla causa, era voluto andare presso un notaio per verbalizzare che lo schiavo gli doveva essere consegnato entro quindici giorni presso il suo domicilio a Monte Peloso, e in più gli doveva essere firmata una cambiale (carta di cambio) di altri cento ducati, per tutte le spese e gli incomodi legali che sarebbero potuti derivare nel caso che don Aniello Sarno non avesse ottemperato alla restituzione. In compenso don Aniello aveva la garanzia che, una volta restituito lo schiavo nei tempi e modi pattuiti, avrebbe avuto indietro i cento ducati depositati presso Monsignor Arcivescovo e la restituzione della carta di cambio degli altri cento, in più l’Alfiere avrebbe rilasciato ampia quietanza per tutti i danni subiti e garanzia di non procedere in sede civile e penale contro lo stesso don Aniello e tutta la gente di casa sua. La richiesta di assolvere da ogni responsabilità anche la gente di casa, fa supporre che lo schiavo fosse stato rapito con la forza e non semplicemente accolto come fuggiasco o trovato vagante per la campagna.

Questo accadeva a Taranto nel 1655, ma non era un fatto insolito, perché schiavi si sono venduti e comprati legalmente a Taranto e in tutta Europa sino ai primi anni dell’ottocento. Dobbiamo alla lettura degli atti notarili la documentazione di questo commercio. Dello stesso notaio Giacomo Levrano, presso l’Archivio di Stato di Taranto, si conserva anche un atto di compravendita del 1648 di una giovane donna negra di 25 anni, venduta per la somma di cinquanta ducati. Una vera e propria svendita la si ebbe nell’aprile del 1689 per il naufragio di una nave negriera nominata Nostra Signora di Loreto (n.ra Senora de lo reto) comandata da un certo Gian Battista Maxio di Genova, che aveva comprato un carico di schiavi a Fiume. Tutti accorsero a comprare, ce n’era per tutti i gusti: schiave turche, bianche (una certa Giulia), ragazzi, madri con figli in fasce. Si mossero anche da Lecce per comprare, così don Thomaso Algarotti di Lecce potè prendersi Alì di 12 anni, Giulia fu presa dal “ magnifico Ludovico Lo Jucco, Salì brunetto di anni 8 circa potè accaparrarselo il “magnifico Phisico Domenico Cataldo d’Amatio, la parte del leone la fece il magnifico Domenico Calvo che per soli 60 ducati si ebbe una schiava bianca, Josixa, con la figlia e un figliolo “alla fascia”.

Il traffico, alimentato dalla pirateria si svolgeva a doppio senso, i “Turchi” rapivano i cristiani e li vendevano in Africa, i Cristiani ( in genere Veneziani a Cavalieri di Malta) rapivano i Turchi e li vendevano in Europa. Ma non mancavano rinnegati e pirati nostrani che facevano bottino lungo le nostre coste per vendere schiavi ai Turchi che li rivendevano ai cristiani. Questo commercio fu formalmente abolito in Europa dal Congresso di Vienna del 1815, nelle colonie britanniche perdurò sino al 1833, Francesi e Olandesi lo abolirono nel 1848, la Russia nel 1861, gli Stati Uniti nel 1863. Ma il commercio e la tratta di esseri umani non è mai cessata ed oggi prospera , in Europa e nel resto del mondo. Secondo uno studio delle Nazioni Unite ogni anno nel mondo vengono rapiti 1.200.000 bambini destinati al lavoro minorile e alla prostituzione. Alcuni anni or sono in una conferenza, ad Abuja in Nigeria, contro la tratta degli schiavi, alla quale parteciparono 26 paesi dell’Africa centro-occidentale, si stimò che in quell’area ogni anno venissero vendute da 800.000 a 2 milioni di persone.

E’ una schiavitù più dura di quella antica, quando lo schiavo era considerato un bene di proprietà del padrone, una risorsa lavoro da tutelare per sfruttarla al meglio. Ai pirati moderni che agiscono nella clandestinità possono interessare solo gli organi delle persone rapite, corpi da smembrare o da far sparire per sfuggire a possibili controlli. Anche in Europa si trovano in condizioni di schiavitù centinaia di migliaia di persone, private dei documenti e avviate alla prostituzione, o al lavoro obbligato in fabbriche clandestine , senza norme contrattuali e protezione sociale. Duecento anni fa nella maggior parte dei paesi fu abolita la schiavitù legale, oggi bisogna combattere una nuova e multiforme schiavitù illegale, più difficile da sradicare perché più invasiva e mimetizzata, con la quale conviviamo senza che ne siamo perfettamente coscienti.

Lucio Pierri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche