12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 07:11:00

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La valorizzazione archeologica di Taranto

foto di I giardini dell’ospedale militare
I giardini dell’ospedale militare

Ferve il dibattito sulla valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Taranto. Non c’è solo l’Anfiteatro salito alla ribalta delle cronache con la speranza dei finanziamenti. C’è molto di più. Molto seguito su questo tema l’incontro recente sulla piattaforma Zoom organizzato dall’Associazione “La Città che vogliamo” (Presidente Gianni Liviano) con gruppo di whatsApp Città e Cultura per il percorso Dialoghi di Archeologia. Affidata l’introduzione alla scrivente.

Quali gli scenari e le prospettive della valorizzazione archeologica tarantina?
Si tratta, almeno per Taranto, di attività ancora troppo disarticolata, proprio come la bambola d’argilla nella locandina. Ancora non raggiunti i veri scopi della tutela del patrimonio archeologico: valorizzazione e fruizione ai sensi del Codice Urbani, Convenzione di Faro, Convenzione della Valletta. Le leggi ci sono. Bisogna attuarle. Deludente dal punto di vista visivo urbano il panorama che non ha lasciato ahimè testimonianze antiche a vista rispetto alla secolare attività di scavi; ma oggi la sensibilità dei Tarantini è cambiata. Oggi mai e poi mai accetterebbero l’abbattimento di ventimila ulivi, di masserie e di cappelle e tombe dei nostri avi per far posto all’industria pesante che ha colonizzato il territorio. È più di un secolo che Taranto vede il suo patrimonio archeologico come un fantasma del passato: invisibile, anche se inserito nel tessuto urbano sotto piazze, strade, marciapiedi e palazzi.

Lo scenario di Scoglio del Tonno è drammatico: annientato il promontorio prima della legge di tutela 1080 del 1939, nonostante gli sforzi di Quintino Quagliati ad impedire che il nuovo progetto della ferrovia a Bellavista distruggesse tutta la stratigrafia del sito miceneo. Pochi reperti sono esposti nel Museo di Taranto. Ma è di pochi anni orsono la vicenda di come sia stata danneggiata a Belvedere- Masseria Ruggero la “coda” di quel promontorio traboccante di storia, rivelata con l’archeologia preventiva, per creare da parte del Comune un parcheggio di interscambio per auto e bus nella zona Tamburi-Croce; il sito archeologico straordinario, purtroppo, non era vincolato e con una “opportuna”, si fa per dire, variante il progetto è proseguito ma col sacrificio di importanti testimonianze!

Lo scenario della Città Vecchia ci mostra invece nel Chiostro della Soprintendenza un significativo ricordo del tempio magnogreco sotto la chiesa di San Domenico, ben valorizzato, ma da conoscere meglio; è ancora in corso di seconda valorizzazione, dopo il vandalismo subito, al punto che il Comune ne dovette murare l’accesso, l’ipogeo di Largo San Martino, un libro da sfogliare strato dopo strato. Il circuito delle mura di V secolo a.C. in Città Vecchia sarebbe da ricostruire nel suo percorso a spizzichi ed a morsichi; ancora non fruibile il sito archeologico di Palazzo Delli Ponti.

Il tratto della via Appia è sparito sotto l’asfalto di via Duomo; eppure la via Appia tarantina è una risorsa inestimabile che in altre province sta diventando un brand! Tutta la colmata bizantina non ha ancora visto scavi programmati; l’area santuariale intorno alle colonne doriche invece si presenta come un attrattore protagonista, ben valorizzato, anche con accesso per i diversamente abili (perché questa è la finalità primaria della tutela/ valorizzazione/fruizione: far accedere tutti i pubblici ma soprattutto chi è in difficoltà) mentre l’area prospiciente le colonne doriche è stata… obliterata da un giardino. Meglio seppellire che fare scavi in balia dei vandali: era la filosofia del compianto Soprintendente Giuseppe Andreassi quando si mise le mani nei capelli a vedere che l’area intorno alle Colonne Doriche era ridotta ad un immondezzaio e decise di recintarla dopo le proteste verbali e scritte della scrivente ed altri cittadini. Un gioiello di valorizzazione e fruizione è il Castello Aragonese. La sua visita soddisfa la memoria e le…tasche perché in totale gratuità. Ma a questo punto si dovrebbe aprire un bel dibattito con una domanda retorica: il patrimonio archeologico serve si o no a contribuire allo sviluppo anche economico, oltre che civico, sociale, culturale, del territorio in cui è inserito? Certo che sì.

E il turismo cosa è?
Invadere con pullman la città senza lasciarle neanche un euro? Mordere e fuggire con gli occhi pieni di meraviglia per la bellissima Taranto e le tasche pure piene? Vi sembrerà un discorso terra terra ma la valorizzazione significa fruizione e questa attività porta al turismo che si definisce come tale solo se è previsto dai visitatori, fruitori che dir si voglia, almeno un pernotto nel territorio da visitare ed esborso per biglietti d’ingresso ai monumenti, per le guide turistiche che sono figure professionali abilitate. Altrimenti le guide turistiche che ci stanno a fare? Si girano i pollici? Sulla fruizione del Castello apribile un bel dibattito con richiesta alla Marina Militare di una fruizione non gratuita, il cui ricavato potrebbe finanziare nuovi progetti culturali. In Città Vecchia, chiamata chissà perché Isola Madre, quando invece, prima della nascita del canale col taglio del Fosso, è stata Acropoli istmica della Taranto spartana, non si respira la magno grecità se non una volta l’anno quando si vedono gli studiosi della Magna Grecia convergere nell’ex Caserma Rossarol, oggi sede dell’Università, per i convegni di studio organizzati dall’Isamg. Per ridare alla Città Vecchia la sua scenografia magnogreca, non bastano gli sforzi naife di cittadini che dipingono immagini ispirate al mondo antico anche sui muri intoccabili. Nell’isola che oggi c’è ma una volta non c’era, nella diacronia di un palinsesto che parte dal neolitico e arriva su su fino all’età moderna, la greca Taras non è valorizzata abbastanza.

E le tracce del Neolitico?
Della civiltà del Bronzo? Della Satyrion iapigia? Taras è sorta infatti “solida sopra Satyrion” come disse la Pizia di Delfi ed ebbe a scrivere la fonte Diodoro Siculo e come è confermato dalle recenti ricerche. Della Taranto greca ci manca l’ubicazione di antichi edifici come il Pritaneo, di altri templi ma soprattutto la valorizzazione dell’arte scultorea perché i tarantini magnogreci furono prestigiosi committenti di straordinarie sculture ad Agelada di Argo ed a Lisippo. Valorizzare significa ridare memoria e identità alla comunità civica, anche con l’aiuto dell’arte.

Il Comune ha aperto di recente un tavolo sulla storia di Taranto. Buon segno, ma vi devono partecipare tutti gli interessati, i cosiddetti stakeholder, comprese le associazioni e gli studiosi competenti, perché sulla storia l’interesse non può e non deve essere solo lucrativo per ditte e cooperative consolidate col Comune. Anzi! A buon intenditor poche parole! Il Borgo Nuovo al di qua del Ponte Girevole si presenta con un attrattore principe della valorizzazione: il museo MarTA, il cui criterio espositivo mostra insiemi, cioè i contesti funerari, affogati nelle vetrine e scelti soprattutto con un taglio di esaltazione municipale, per risaltare la Tarentum romana più della Taras spartana. Troppo spazio è stato dato infatti ai mosaici delle domus romane, che si sono presi molte sale e sono in parte esposti anche al Museo di Egnazia. Perché non pensare ad un contenitore solo per loro, riprendendosi indietro i mosaici che fan bella mostra di sé in una città che non è di loro appartenenza?

Quanto alle oreficerie sono sparpagliate nei corridoi e senza più il respiro e la luce che meritano come quando la Sala degli Ori di Degrassi era un’attrazione fatale per i turisti che ancora la cercano, invano. Nel Museo MarTA la sezione preistorica che era un altro vanto a livello regionale è ridotta a pochi esemplari. Ottima la digitalizzazione in corso dei 40.000 pezzi antichi del MarTA. C’è il problema dei depositi, divisi tra Museo MarTA e Soprintendenza (nell’ex convento S. Antonio). A nulla sono valsi i tentativi di trovare l’agorà nell’attuale piazza Garibaldi, fatti dal compianto Soprintendente Felice Gino Lo Porto, di cui la scrivente è stata collaboratrice scientifica, inventariando e catalogando centinaia di reperti, molti dei quali attualmente esposti nel MarTA (rilievi coroplastici come antefisse, pinakes dei Dioscuri, ex voto del cosidetto Apollo Giacinto, delle offerenti del culto di Kore, defunti recumbenti etc. etc.). Continuando il volo sulla città cercando testimonianze archeologiche da valorizzare restano a Levante tratti della cinta muraria della polis. Andrebbero messi in luce altri segmenti per ricostruire tutto il circuito delle mura classiche. Imponente il tratto nel Parco Archeologico di Collepasso, un gioiello di valorizzazione, dove è stata avviata la fruizione costante, interrotta dal covid, con l’Associazione di Promozione Sociale Kerameion (email kerameion. onlus@libero.it) per incrementare l’integrazione attraverso i Beni Culturali, in raccordo con Soprintendenza e la funzionaria tarantina dott.ssa Laura Masiello.

Occorre insistere con ricerche programmate proprio per rispondere alle tante domande rimaste senza risposta: dov’era l’Agorà dei tarantini? Dove il luogo delle Muse o Museion? Dove i due teatri il grande detto maius ed il piccolo? Dove il tafos, un monumento sepolcrale in memoria di Apollo Giacinto, semidio dei fondatori Parteni di Sparta?

L’area dell’Ospedale Militare rivela buone prospettive, mentre quella comunale di via Anfiteatro è stata ricoperta da un parcheggio e si chiede a gran voce dagli archeologi di liberarlo e farne un polo attrattore. A Taranto la vita è andata avanti in povertà, ricchezza nel boom industriale, ed oggi regresso economico. Ecco perché il patrimonio archeologico deve essere valorizzato nella Taranto di oggi: per ridare identità, speranza, lavoro a chi è archeologo competente. I cittadini camminano per la città ignorando la storia che c’è sotto i loro piedi. I palazzi hanno sconvolto le tombe, le terme, le domus. Sono già state valorizzate la Necropoli di via Marche, le tombe a camera, la Cripta del Redentore, ma tanti sforzi e denaro non hanno ancora inserito questo patrimonio in un sistema turistico perché si deve garantire la fruizione quotidiana, anche mettendo insieme affidatari lucrativi (cooperative) e non lucrativi (associazioni). Numerosi altri scenari di valorizzazione andata a farsi benedire sono da ricordare: il grandioso Parco Archeologico Wuilleumier, vandalizzato, abbandonato al suo destino culturale se non fosse per un concertone annuale. Anche la chora antica tarantina ha molto da valorizzare; basti pensare agli Acquedotti antichi; quello dalle sorgenti di Satyrion portava l’acqua fino alle cisterne di via Umbria e poi alle Terme sul Mar Grande. Ferve il dibattito sull’Anfiteatro sul quale ritorneremo prossimamente.

Giovanna Bonivento Pupino
Archeologa, giornalista, guida turistica abilitata
rappresentante per la Regione Puglia dell’ANA, Associazione Nazionale Archeologi

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