27 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Ottobre 2021 alle 13:56:00

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Quando la frittura fa male anche all’ambiente

foto di Olio fritto
Olio fritto

Non ci pensiamo oppure lo ignoriamo ma la frittura, si, proprio quella che ci piace tanto, può far male anche all’ambiente! Infatti, l’olio usato per friggere, ma anche quello utilizzato come conservante, deve essere raccolto e smaltito adeguatamente. I danni ambientali causati dall’olio sono quasi sconosciuti e, pertanto, vengono sottovalutati.

Ogni anno in Italia vengono immessi al consumo più di 1,4 milioni di tonnellate di olio vegetale (come olio commestibile o come ingrediente presente in altri cibi) per un consumo medio pro capite di circa 25 Kg. Di questa quantità non viene utilizzato circa il 20%, che corrisponde a più di 280.000 tonnellate di olio vegetale esausto, presente in gran parte sotto forma di residuo di fritture (dati CONOE “Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali ed animali esausti” 2015). Dalle stime più recenti si evince che circa 65.000 tonnellate di olio esausto vengono prodotte dalla ristorazione (ristoranti, bar, alberghi), 45.000 tonnellate dalle attività commerciali e industriali (friggitorie, laboratori di rosticcerie, ristorazione industriale) e le restanti tonnellate, ben 170.000, da consumi domestici nelle abitazioni. L’olio non utilizzato, principalmente costituito da resti di fritture, viene definito “esausto”, cioè non più utilizzabile, a causa della perdita delle sue principali caratteristiche organolettiche; durante la cottura, infatti, l’olio subisce processi di ossidazione e assorbe le sostanze inquinanti prodotte dalla carbonizzazione dei residui dei cibi in esso fritti.

Ma quali sono i danni che l’olio esausto causa all’ambiente? L’olio non si mescola all’acqua sulla quale galleggia; pertanto, quando raggiunge i bacini idrici, come laghi, fiumi e mari, forma sulla sua superficie una pellicola che ostacola il rimescolamento delle acque, impedendone l’ossigenazione e compromettendo così la salute e la sopravvivenza di molti organismi acquatici. Stesso principio per quanto riguarda il suolo: l’olio crea una pellicola che impedisce gli scambi gassosi, soprattutto di ossigeno, e rende difficile per le piante l’assorbimento dei nutrienti dal terreno. È una fonte di inquinamento rilevante anche per le falde acquifere. Infatti, l’olio esausto rende imbevibile l’acqua proveniente da pozzi e fiumi. Causa, inoltre, il malfunzionamento degli impianti di depurazione e potabilizzazione delle acque. Di conseguenza, i costi di queste tecnologie salgono alle stelle.

Basta 1 kg di olio esausto per inquinare una superficie di 1000 metri quadrati. Gli stessi danni causano, ovviamente, gli oli minerali. Essi si trovano in natura, vengono estratti dall’uomo e usati nella produzione industriale di diversi tipi di materiali (paraffina liquida, siliconi, ecc.) o come lubrificanti per i motori. Il più famoso olio minerale è il petrolio e da esso vengono ricavati tutti gli altri. I produttori industriali di oli esausti hanno l’obbligo di raccolta, recupero e riciclaggio di questi secondo il D.lgs. 3 aprile 2006 n°152. Nelle nostre cucine, tuttavia, differenziare gli oli e i grassi e portarli nelle isole ecologiche, è una pratica poco diffusa.

Invece, come abbiamo già spiegato, nell’ottica dell’economia circolare e della green economy, l’olio così smaltito viene riciclato, divenendo nuovo prodotto da rifiuto dannoso che era. Previa decantazione dei residui alimentari eventualmente contenuti, gli oli vegetali usati possono essere recuperati in molteplici processi e applicazioni: tal quali possono essere utilizzati come sorgente di energia rinnovabile in impianti di co-generazione, cioè come combustibili; sottoposti a specifici processi chimico-fisici, possono essere trasformati in bio-lubrificanti adatti all’utilizzo in macchine agricole o nautiche, nonché a prodotti per la cosmesi, saponi industriali, inchiostri, grassi per la concia, cere per auto. Negli ultimi anni il recupero di questo rifiuto ha riguardato soprattutto l’utilizzo come materia per la produzione di biodiesel. L’Eni produce biodiesel dall’olio vegetale (il 50% degli oli esausti prodotti in Italia) negli impianti di Venezia e Gela, dove due raffinerie di petrolio tradizionale sono state convertite in bioraffinerie. Mediante 100 kg di olio usato si possono ottenere ben circa 65 kg di olio rigenerato e 20/25 grammi di gasolio e bitume.

L’Italia è la nazione europea leader nella rigenerazione degli oli usati. I risultati positivi di raccolta dipendono certamente dalla capillare organizzazione che vi sta dietro, che comprende oltre 70 aziende raccoglitrici, numerosi depositi e “isole ecologiche” e diversi impianti di rigenerazione. Tuttavia, l’altro elemento chiave per il suo successo è la presenza in Italia di una “cultura della rigenerazione”. E di questo dobbiamo andare fieri! Tuttavia, possiamo fare di più. Non rincresciamoci, dopo aver fritto, di stoccare l’olio esausto in flaconi e di conferirlo presso le isole ecologiche.

Ester Cecere
Prima Ricercatrice CNR Istituto Talassografico Taranto

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