16 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Maggio 2021 alle 14:20:20

Cronaca News

Michele Cicala, dal racket a boss dei ristoranti

foto di La sede della Direzione distrettuale antimafia di Lecce - foto Francesco Manfuso
La sede della Direzione distrettuale antimafia di Lecce - foto Francesco Manfuso

“Io ti dico che se c’è un’indagine della Dda come mi hanno confermato … hanno messo microspie e telecamere in ogni dove… noi a qua.. hanno iniziato a marzo e quindi significa che ci vogliono altri sette otto mesi un anno di tempo… sono contento perchè sta un altro anno di lavoro. Se permetti se so che tra un anno devo passare un guaio faccio di tutto per fare un disastro e accumulo quanti più soldi possibili”. Parlava così Michele Cicala, presunto capo dell’organizzazione mafiosa smantellata dalla Guardia di Finanza, al corrente delle indagini dell’Antimafia nei suoi confronti, potendo contare su “rapporti privilegiati con alcuni esponenti delle forze dell’ordine”.

Cicala non era preoccupato se non di affrettarsi per accumulare denaro prima di finire di nuovo in carcere. Conseguenza che metteva in conto proprio come i boss. Infatti secondo i suoi presunti complici Cicala “si è evoluto, è diventato mafioso, è diventato un boss”. Sul suo “prestigio criminale” non hanno dubbi gli investigatori secondo i quali il 40enne tarantino utilizzava i proventi illeciti, frutto delle frodi degli idrocarburi per acquisire attività lecite e infiltrarsi nel tessuto economico con attività fittiziamente intestate a terzi, ossia bar, pizzerie e ristoranti della città. Personaggio noto alle Forze dell’ordine da diversi anni, cresciuto all’ombra dello zio Lino Leone, arrestato e condannato per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di diversi reati nei processi antimafia “Mediterraneo” e “Scarface”, Cicala, da maggio 2017, quando è tornato in libertà, ha avviato “un vorticoso giro di società fittiziamente intestate a soggetti terzi”.

Il primo passo, anzi il “cambio di passo”, come viene definito nelle 544 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, inizia con la finta assunzione in una pizzeria in realtà, secondo i finanzieri, gestita da lui. Un’operazione effettuata per dare una prima parvenza lecita ai suoi guadagni. In due anni, fino a maggio 2019, ha acquisito altre undici attività fra bar, ristoranti e pizzerie. “Attività riconducibili al Cicala e gestite per interposta persona, sono innumerevoli e sono state avviate in un arco di tempo incompatibile con investimenti di carattere lecito”.

Un’evoluzione che “ha portato Cicala Michele a coniugare abilmente capacità imprenditoriali e delinquenziali”, a diventare capo indiscusso di “un’organizzazione stabile e ben articolata” e anche a tentare di allargare le sue conoscenze ad impiegati pubblici. Stando alla ricostruzione delle Fiamme Gialle, Cicala oltre ad assurgere a figura di spicco della criminalità organizzata locale era in affari con importanti famiglie della camorra riconducibili al clan dei casalesi, nella fattispecie i Diana, con un cugino “braccio destro di Zagaria” il boss Michele. “Quello mi fa uccidere da dentro al carcere”, era il timore di un campano durante un contrasto con gli uomini di Cicala. Il rispetto delle “regole” veniva imposto con minacce pesantissime come: “Ti squaglio la famiglia nell’acido”. Con i pestaggi e con le armi, metodi tipici dei sodalizi mafiosi.

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