10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

Cronaca News

I tentacoli dei casalesi sui carburanti. Il blitz della Finanza anche nel Tarantino

foto di Clan dei casalesi, tentacoli su Taranto
Clan dei casalesi, tentacoli su Taranto - foto Francesco Manfuso

Frode sui carburanti: arrestati anche elementi di spicco della mala tarantina nel maxi blitz, condotto all’alba di ieri a Taranto e nelle province di Salerno, Napoli, Avellino, Caserta e Cosenza, dalla Guardia di Finanza di Salerno e del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Taranto, su delega delle Dda di Potenza e Lecce. Le Fiamme Gialle sono state impegnate in una indagine congiunta a carico di oltre 100 indagati. Ventisei persone sono finite in carcere, undici agli arresti domiciliari, per sei è scattato il divieto di dimora. Risultano indagati due avvocati tarantini. Per due finanzieri, invece, è scattata la sospensione per la durata di sei mesi.

Nella operazione sequestri di immobili, aziende, depositi, flotte di autoarticolati, disposti dai gip dei Tribunali di Potenza e Lecce, nei confronti di 45 indagati, indiziati a vario titolo di associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e di Iva sugli oli minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita. Le indagini hanno fatto emergere il collegamento tra organizzazioni criminali che operavano tra Taranto e la provincia jonica, nel Vallo di Diano e nel basso Salernitano, che ruotavano, talora in modo collegato e in alleanza, talora in modo conflittuale, intorno a importanti famiglie mafiose, riconducibili al clan dei casalesi ed ai clan tarantini, il cui core business era rappresentato da un contrabbando di idrocarburi che ha causato allo Stato danni economici per decine di milioni di euro.

Le indagini hanno confermato come la grande criminalità organizzata e le mafie nazionali, oramai, si finanzino se non in via esclusiva, in via assolutamente prevalente, in uno con il traffico di stupefacenti, attraverso queste attività illecite di contrabbando che hanno raggiunto proporzioni gigantesche cui mai si era arrivati nel passato. “Il meccanismo illecito sfruttando le maglie di una normativa che si è stratificata nel tempo e che, in un lodevole sforzo di liberalizzare il mercato ed incentivare la concorrenza e le attività agricole, ha paradossalmente incentivato un giro di frodi all’Iva e di evasione delle accise, che, con poco rischio, ha consentito ad una imprenditoria criminale e mafiosa di frodare lo Stato e mettere in un angolo la concorrenza onesta, accumulando in poco tempo centinaia di milioni di euro” hanno tenuto a sottolineare inquirenti e investigatori.

Il filone investigativo che ha riguardato Taranto, ha, in particolare, fatto emergere l’esistenza di un gruppo, risorto dalle ceneri di altre organizzazioni, che si è ricompattata attorno alla figura di Michele Cicala, già condannato con sentenze definitive anche per estorsione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso e associazione per delinquere. Il sodalizio, secondo l’accusa, si caratterizzava per la capacità di controllare i traffici illeciti. Avrebbe reimpiegato risorse economiche in numerose attività commerciali, alcune delle quali direttamente riconducibili all’organizzazione anche attraverso una fitta rete di prestanome, che si è caratterizzata per un uso della violenza e delle armi che venivano messe al servizio della strategia criminale volta ad acquisire il controllo di attività economiche e, in particolare, quella della distribuzione degli idrocarburi rivelatasi estremamente lucrosa.

Nel corso delle indagini è emerso come, il gruppo, utilizzando un innovativo know-how “fraudolento” nel settore del contrabbando di idrocarburi saldava la propria attività con quella di gruppi criminali che operano da tempo negli stessi settori con imprese che già avevano un loro mercato. Gli investigatori hanno accertato che l’organizzazione tarantina si era alleata con il gruppo criminale che dettava legge nel Vallo di Diano, a cavallo tra Basilicata e Campania, proprio nel settore nel contrabbando di carburanti. Venivano vendute ingentissime quantità di carburante per uso agricolo, che come è noto beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a persone che poi lo immettevano nel mercato per autotrazione, assai spesso utilizzando le cosiddette“pompe bianche”. I tarantini fornivano ai lucani periodicamente un elenco di nominativi le cui identità fiscali e i libretti Uma venivano clonati in modo che le imprese del sodalizio campanolucano potesse fatturare fittiziamente la vendita del carburante per uso agricolo a ignari, imprenditori agricoli, mentre i realtà il prodotto veniva venduto in nero a operatori economici che lo immettevano fraudolentemente nel mercato per autotrazione con guadagni di circa il 50% sul costo effettivo di ogni litro di benzina e nafta venduti. Una vera e propria miniera di oro nero.

Inoltre, i due gruppi, attraverso meccanismi informatici, ingannavano il sistema telematico dell’Agenzia delle Entrate, che non era in grado di consegnare la fattura elettronica al fittizio cliente/agricoltore apparente destinatario del carburante il quale, quindi, rimaneva inconsapevole della finta operazione di vendita effettuata utilizzando il suo nominativo.

Per quanto attiene il trasporto del prodotto, usciva dai depositi fiscali scortato da documenti falsamente attestanti il trasporto di gasolio agricolo. In caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, l’autista azionava un apposito congegno elettromagnetico che azionava una pompa che iniettava il colorante (il carburante agricolo ha una colorazione diversa da quella del carburante normalmente usato per autotrazione) allineando il prodotto ai documenti esibiti. In assenza di controllo, il camion giungeva ai depositi commerciali riconducibili agli indagati, simulava lo scarico del prodotto (sostando a favore delle telecamere di sorveglianza per un tempo compatibile a quello realmente necessario per le operazioni) simulava il carico di gasolio per uso autotrazione (con gli stessi accorgimenti) e ripartiva scortato da documenti fiscali di accompagnamento clonati rispetto alla numerazione del registro di carico e scarico attestanti il trasporto di gasolio per uso autotrazione che sarebbero stati registrati in caso di controllo. Una volta giunto al destinatario finale senza controlli, il Das clonato veniva strappato e l’operazione non registrata.

Si completava così la vendita in nero del carburante agricolo utilizzato invece e venduto (ad un prezzo quasi doppio) per normali fini di autotrazione. L’illecita attività ha fruttato rilevantissimi profitti, quantificati in circa 30.000.000 di euro ogni anno. L’attenzione è stata subito concentrata sulla posizione di una società carburanti di San Rufo, in provincia di Salerno e più in generale sulle società di carburanti di un gruppo, le quali , per la dinamica delle loro dimnsioni, struttura, relazioni e comportamenti “spia” palesavano una serie di profili di incongruità, quali l’inspiegabile aumento esponenziale dei fatturati e degli investimenti nel giro di pochi anni . E’ emerso così dalle indagini che il rilevantissimo boom economico della ditta coincideva con l’ingresso nelle altre compagini societarie, quali soci e gestori di fatto, dei componenti di una nota famiglia casertana i cui componenti avevano investito nell’impresa, in forma occulta, capitali provenienti da attività illecite, specie nel settore del traffico di rifiuti, attività di rilevantissime dimensioni Dall’inizio del 2019, sono state quindi eseguite, sia dalla Dda di Potenza che da quella di Lecce e dalle rispettive polizia giudiziarie mirate attività tecniche (oltre alle classiche intercettazioni telefoniche, è stato anche fatto ricorso a captatori informatici, dispositivi gps e microfoni ambientali) che, nel corso dei 14 mesi dell’inchiesta, supportata dalle attività svolte Nucleo di Polizia Economica Finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno, che, sulla base di autonomi input info-investigativi, aveva avviato (alla fine del 2017) una verifica fiscale ai fini delle accise e dell’Iva nei confronti delle società coinvolte. I dettagli della operazione sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa dal comandante regionale della Finanza, generale Francesco Mattana, dal comandante provinciale di Taranto, colonnello Masssimo Dell’Anna e dal comandante del Nucleo di Polizia economico- finanziaria , tenente colonnello Antonio Marco Antonucci.

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