10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 22:30:25

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Da Salvatore Quasimodo a Eugenio Montale: poesia non poesia

Salvatore Quasimodo
Salvatore Quasimodo

Tra il concetto sulla poesia e non poesia (la crociana “struttura”) che ebbe Salvatore Quasimodo e poi Eugenio Montale c’è una frattura poco decifrabile in senso logico o razionale, molto invece avvertibile in quello estetico o primario. Quasimodo ama la poesia e cerca la poesia che abbia un senso storico e sociale notevole, la poesia simbolo della Storia come categoria della mente e dello spirito umani, Montale non ama la poesia come categoria della Storia; ama talune poesie come espressione eterna dell’umanità, rifiuta gran parte della lirica novecentesca perché impoetica, perché è narrativa o prosa e talvolta anche strutturalmente scorretta. Sull’argomento mi piace citare un lavoro critico di Alfonso Berardinelli sulla poesia non poesia, Einaudi, 2008, che riporta il famoso discorso montaliano sulla poesia pronunciato in occasione del premio Nobel a lui attribuito nel 1974.

Per Montale, dirò subito, molta così chiamata poesia novecentesca, altro non è che tessitura giornalistica o prosastica narrazione. Ogni valenza del passato, in senso estetico, è scomparsa. Ciò non toglie che taluni poeti siano poeti perché veramente poeti, come scrive Contini: Gozzano, Saba, Gatto, Penna, Pasolini con “Le ceneri di Gramsci” ma qui siamo nel dialetto del proprio paese. Capitolo a parte è Ungaretti. Ma il resto? Torniamo a Montale. Montale non amava, ripeto, la poesia. Il suo sentimento poetico poco amava, poco lo vantava. Alle sue spalle, per tutto l’Ottocento, rimaneva Leopardi. Quasimodo si sentiva poeta e poeta laureato: la poesia che solleva, quando è tale, lo spirito dell’uomo, come quella di alcuni grandi greci e latini, o quella di Dante, Petrarca, per il nostro Trecento.

La poesia era anche un messaggio sociale, necessario in taluni momenti della civiltà. Quasimodo torna anche e spesso ai miti della sua Sicilia, rivissuti attraverso le sacre memorie della famiglia. Lontano da Quasimodo, Montale, un sereno e logico pessimista, soprattutto nei riguardi della sopravvivenza della stessa poesia. A Montale non piacevano le “avanguardie”, le “poetiche”, la “poesia pura” e ogni altro intrattenimento ideologico. Nella negazione era la sua forza, meglio la sua poetica. Si distanziava da tutti. Nel suo discorso al premio Nobel afferma: “la comunicazione di massa, la radio, la televisione, hanno tentato non senza successo, il carattere effimero, una cultura di massa per il suo consumo veloce.

Montale voleva dare al suo discorso un titolo preciso: “Potrà sopravvivere la poesia nell’universo della comunicazione di massa?” Nel saggio di Berardinelli il discorso viene esaminato nel capitolo ultimo del lavoro critico: “in ogni sua dichiarazione e valutazione sulla poesia e sui poeti, Montale fu fondamentalmente avaro, scettico… per lui, come per la sua famosa “anguilla”, il poeta diventa se stesso risalendo la corrente. Troppa poesia non fa poesia, tantissimi poeti non fanno il poeta. Molti versi d’oggi sono prosa e cattiva poesia. Montale conclude: “per me essere un poeta, non è stato mai un poeta. Essere un poeta mi mette in imbarazzo”. “Poesia e non poesia” fu la sentenza critica del Croce al tempo del suo commento alla Divina Commedia “La poesia di Dante”(1921). Fu il criterio che pose in prima fila il più “inquieto scolaro” di Croce: Luigi Russo che non parlò più di poesia e non poesia, ma di “generazione lirica” invece come unità, pur nella differenza lirica tra l’immaginazione poetica e il condizionamento storicamente inteso, come l’autonoma intesa tra l’arte e la condizione sociale che regge la stessa liricità poetica. Ma tali contrasti estetici non interessavano Montale che rimase sempre se stesso nel suo solitario lavoro di poetica produttività. Senza sorriso e senza vanità di poeta. “E’ ridicolo credere che gli uomini di domani / possano essere uomini, / ridicolo pensare / che la scimmia sperasse / di camminare un giorno su due zampe./ E più che mai / suppose che qualcosa / esista / fuori dell’esistibile, / il solo che si guarda / dall’esiste. (da Satura, II).

Paolo De Stefano

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