16 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Maggio 2021 alle 15:41:06

Cronaca News

Il boss puntava sui tortellini con le cozze

foto di La caserma della Guardia di Finanza
La caserma della Guardia di Finanza

Da mitilicoltore sperava che Giovanni Rana producesse tortellini con le cozze perché potesse diventare il suo fornitore. Era il lontano 2005 quando Michele Cicala a 25 anni sognava in grande. Ma i suoi sogni sono svaniti molto presto, praticamente sul nascere, perché Rana a Taranto non venne per le famose cozze e certamente non avrebbe scelto quelle di un personaggio ritenuto un malavitoso. Il re dei tortellini fece una breve visita al capoluogo ionico e si fermò anche a Palazzo di Città. Una visita che, ovviamente, ebbe notevole risalto sui mezzi di informazione locale. Di quella vicenda è rimasta traccia nelle intercettazioni dell’inchiesta “Mediterraneo” in cui Cicala, parlando con i suoi sodali dell’epoca, faceva programmi sui quantitativi di mitili da fornire, sperando che Rana inventasse un’altra delle sue specialità.

Non solo non andò così ma Cicala finì dietro le sbarre per la prima volta, a conclusione di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, come capo di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, insieme a Corrado Sorrentino, “in una posizione defilata ma non marginale”, come il pm dell’epoca Giorgio Lino Bruno definì l’altra figura ritenuta di primo piano nel contesto criminale jonico. L’accusa di mafia cadde ma il reato associativo rimase nella sentenza di condanna e il processo “Mediterraneo”, in cui il pm Bruno fece sentire in aula un’intercettazione con l’esplosione di una bomba durante un attentato, resta ancora oggi una delle tappe importanti nella lotta della magistratura contro la criminalità tarantina e nella ricostruzione della geografia criminale. Infatti se ne trova traccia anche nell’operazione conclusa lunedì dai militari della Guardia di Finanza e dalla Dda di Lecce con 37 arresti per associazione mafiosa e frode dei carburanti che ha svela to le ultime vicende criminali consumatesi a Taranto. Il clan tarantino capeggiato, secondo gli investigatori, da Cicala rientra nel filone pugliese e lucano, che ha visto impegnate le Dda di Lecce e di Potenza, dell’operazione “Petrolmafie” conclusa alcune settimane fa dalla Procura nazionale antimafia e dalla Dda di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri.

Il traffico di idrocarburi, come ha spiegato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, ha catalizzato l’attenzione delle mafie per i cospicui profitti che assicura, paragonabili al traffico di droga ma a differenza di quest’ultimo per la malavita comporta meno rischi, perché essere presi con un carico di gasolio non è come essere fermati con un carico di droga per il quale si finisce dritti in cella. In più per le forze dell’ordine diventa più complesso ricostruire le reti dell’attività criminale. Attraverso le frodi delle accise, anche Cicala, stando a quanto emerso dalle indagini, si è procurato fiumi di denaro per il “cambio di passo” come nell’ordinanza di custodia cautelare viene definita l’ultima fase della sua ascesa economicodelinquenziale.

Il traffico illegale ha fruttato fiumi di soldi in temi anche molto brevi. Infatti, Cicala è tornato in libertà a maggio 2017 e in poco più di due anni è riuscito, secondo l’accusa, ad acquisire una dozzina di attività fra bar, pizzerie, ristoranti dal centro alle borgate di Taranto. “Un’evoluzione che ha portato Cicala Michele – si legge nell’ordinanza – a coniugare abilmente capacità imprenditoriali e delinquenziali”, ad avere rapporti con i casalesi, a diventare il capo di una organizzazione protagonista di una preoccupante recrudescenza criminale, con infiltrazioni nell’economia legale che la città sperava di aver archiviato con gli anni della guerra di mala. Inoltre, da quanto si legge in diverse pagine del provvedimento del gip, Cicala pensava di estendere la propria influenza ad alcune zone della Calabria, mostrando un interesse per i lidi attrezzati e persino in Albania. Fin qui la ricostruzione dei militari delle Fiamme Gialle di Taranto a cui gli indagati potranno replicare negli interrogatori davanti al gip del Tribunale di Lecce se sceglieranno di parlare. Questa mattina, infatti, sono in programma i primi interrogatori di garanzia degli arrestati tarantini difesi dagli avvocati Salvatore Maggio e Armando Veneto.

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