10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

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Gli ottant’anni del Maestro Riccardo Muti

foto di Riccardo Muti
Riccardo Muti

Riccardo Muti compirà a breve ottant’anni. È il più grande direttore d’orchestra, a mio e non solo mio commento, al suo magnifico “iter” di lavoro fra le orchestre del mondo e al suo integro e solenne sentimento di vera italianità, che Lui rivede riflessa in Giuseppe Verdi, l’italiano. Voglio augurarmi e con me, voce modesta, tantissimi altri italiani che il Presidente Mattarella, quale Capo dello Stato, voglia nominarlo Senatore a vita della Repubblica per aver illustrato la Patria con le sue esemplari doti di artista, di artefice della musica nella interpretazione di quei tesori musicali che da sempre hanno reso la vita degli uomini degna del massimo Artefice, che è Dio.

La musica già dall’epoca degli antichi dei era dono divino. Aristotele esaltava la musica come l’unico “mezzo” per raggiungere l’estasi, ovvero la forza estrema dello spirito al di là di sopra di ogni barriera. Muti è stato l’ambasciatore di italianità in tutto il mondo e ha diffuso un grande messaggio di unità nazionale. Ecco perché, oggi, è il solo degno, fra gli italiani viventi di poter (dico dover) avere il laticlavio a vita; come Verdi, Manzoni, Carducci, Marconi. Confesso di non essere un musicista e di non conoscere la grande vitalità creativa delle note, ma confesso di essere un tenace assertore dell’educazione musicale che, specie nelle scuole italiane, scarseggia o è assente. Quando da Preside del “Vittorino da Feltre” volli creare il Coro dell’istituto con il maestro Abatematteo fu per tre anni, tra genitori, allievi e cittadini un felice risultato di amore alla musica. Poi, andato via dall’istituto per il liceo “Quinto Ennio”, il Coro scomparve.

Ma torniamo al Maestro Muti: proprio in Italia, madre non solo del melodramma, ma operatrice nel mondo dell’arte musicale con i suoi grandi direttori d’orchestra e con i grandi cantanti e con i suoi teatri d’opera sparsi in tutto il territorio; con i suoi Conservatori e con i suoi istituti superiori. Amo la musica non solo perché ha l’universalità del linguaggio che la divina poesia non ha nella sua struttura verbale; amo la musica perché la poesia è musica (non musicalità, che è altra cosa): una musica che nasce, dalla parola che traduce l’anima dell’artista e la trasmette nell’anima del lettore, dello studioso, di coloro che hanno i validi sentimenti della vita. E dirò di più: seguendo i ritmi della musica ho meglio conosciuto i ritmi della poesia o lirica: certi poeti hanno avuto il dono unico di aver nel “cursus” della loro composizione la forza musicale della parola che creava da sé una situazione, e, al tempo stesso, contemplava un messaggio per l’umanità.

Ad esempio e, per quello che riguarda un solo poeta, in analisi strutturale, il ritmo tipicamente romantico del settenario, manzoniano in particolare, è il rispondente musicale della cabaletta ottocentesca, vuoi di Bellini o di Verdi o di altro compositore ottocentesco; comunque la musica, nel suo andar per secoli, ha sempre espresso il ritmo dell’esistenza della civiltà di un popolo nel suo alternarsi di gioia e di dolore. E quando D’Annunzio scrisse che Verdi aveva “pianto ed amato per tutti” aveva, con quelle parole, rappresentato l’animo universale dell’uomo attraverso l’universalità della musica e del canto. Muti ha dato alla musica forza della sua creatività fisiologicamente interpretando, come la parola del verso, la parola nella nota; quella parola che è l’armonia che vince il silenzio dei tempi. Tra il “Vero reale” del tempo e il “Vero artistico” creativo, musicale, c’è una tale aderenza dei parole e musica che è sintesi perfetta del concetto, direi teologico, che la realtà dell’uomo è nel costante concerto della sua vita, della nascita alla sua fine terrena. Verdi è Manzoni e Manzoni è Verdi. Vi scrissi un volumetto che inviai al Maestro Muti. Mi rispose con l’omaggio del suo libro: “Verdi, l’italiano” a cura di Armando Torno, Rizzoli, Milano, 2012. E con sua dedica firmata. Verdi aveva, come scrisse D’Annunzio “pianto ed amato per tutti”. E le sue note diedero una voce alla speranze e ai lutti. Muti ha scritto: “Verdi è il musicista della vita e certo è stato il musicista della mia vita”. Non altro.

Auguri illustre Maestro, dal cuore di tanti, tanti italiani e non solo italiani.

Paolo De Stefano

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