11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Maggio 2021 alle 21:25:15

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Dante tra umano e divino: Piccarda Donati

foto di Dante tra umano e divino
Dante tra umano e divino

Celebrare Dante quest’anno significa soprattutto accompagnarlo con amore, trasporto e riconoscenza nel suo percorso di pellegrino umile e generoso alla ricerca della salvezza, della grazia, di se stesso,pronti a rivivere con lui le sue stesse emozioni, facendole nostre.

Il viaggio, come è noto a tutti, si pregia di descrizioni, di suggestioni, di invenzioni che continuano a meravigliarci, ad incantarci a distanza di secoli: il divino poeta non ha scritto solo per sé, ha scritto per tutta l’umanità, lasciandoci un retaggio prezioso. Non per niente volle scegliere il volgare e non il latino per il suo capolavoro; Auerbach sostiene che la Divina Commedia non poteva essere scritta in latino, perché Dante non racconta” le vicende, seppure coinvolgenti, degli uomini di un passato lontano… Dante racconta gli aspetti fondamentali della realtà terrena a lui contemporanea che è sotto gli occhi di tutti e che deve essere compresa da tutti”. Nel Convivio egli stesso ebbe ad affermare:”Non avrebbe il latino servito a molti”. È sempre Auerbach a sostenere:”Dante si creò un pubblico, ma non lo creò solo per sé, creò anche il pubblico per i successori.

Egli formò come possibili lettori del suo poema un mondo di uomini che non esisteva ancora quando scriveva e che si costituì lentamente grazie al suo poema e ai poeti che vennero dopo di lui”. Dante diventa con la sua opera un exemplum, rappresentante dell’umano e del divino; con la forza trascinante dei contenuti e dello stile si è guadagnato un pubblico ad aeternum. Noi oggi ne siamo i rappresentanti, mostriamoci all’altezza onorandolo come avrebbe voluto. Nei suoi versi c’è l’uomo con le sue miserie, le sue colpe, le sue prove continue, ma la spinta che riceviamo accostandoci al suo mondo e condividendone la stratosferica varietas è la volontà di riscatto, la certezza della vittoria sul male, il superamento della sconfitta in vista della conquista del bene eterno, della conquista del Paradiso.

D’ANNUNZIO SU DANTE
Di grandissimo spessore la testimonianza di un altro grande della letteratura italiana, Gabriele D’Annunzio che così si esprime: ”Imaginate l’Alighieri, pieno già della sua visione, su le vie dell’esilio, pellegrino, implacabile, cacciato dalla sua passione e dalla sua miseria di terra in terra, di rifugio in rifugio, a traverso le campagne, a traverso le montagne, lungo i fiumi, lungo i mari, in ogni stagione, soffocato dalla dolcezza della primavera, percosso dall’asprezza dell’inverno, sempre vigile, attento, aperto gli occhi voraci , ansioso del travaglio interiore ond ’era per formarsi l’opera gigantesca.

Immaginate la plenitudine di quell’anima nel contrasto delle necessità comuni e delle infiammate apparizioni che gli si facevano incontro di repente allo svolto di un cammino, sopra un argine, nella cavità di una roccia, nel declivio di una collina, nel folto di una selva, in una prateria canora di allodole: Per i tramiti dei sensi la vita molteplice e uniforme gli si precipitava nello spirito trasfigurando in viventi imagini le idee astratte ond’ esso era ingombro. Ovunque, sotto il passo doloroso, scaturivano sorgenti imprevedute di poesia. Le voci le parvenze e le essenze degli elementi entravano nell’occulto lavoro e lo aumentavano di suoni, di linee, di colori, di movimenti, di misteri innumerabili. Il Fuoco, l’Aria, l’Acqua e la Terra collaboravano al poema sacro, pervadevano la somma della dottrina, la riscaldavano, l’attenuavano, la irrigavano, la coprivano di foglie e di fiori”.

Nelle splendide parole di D’Annunzio c’è veramente tutto Dante, è un tributo convinto e convincente a chi vive per sempre il premio che solo un genio può ascrivere alla sua immane impresa poetica e umana. Sarà solo seguendone le tracce che ,in modo particolare quest’anno, ci faremo artefici e attori di una celebrazione sentita e partecipe, Dante lo merita! L’iter di Dante è superlativo e lo è proprio perché le vicende e il modus narrandi parlano la nostra lingua ieri come oggi.

CHI È STATO DANTE?
Chi è stato Dante? Un uomo come tanti chiamato a vivere tempi difficili, a subire sopraffazioni ed offese ,ha sempre trovato la forza di rialzarsi pur vivendo cocenti umiliazioni. Riesce quest’uomo forte ad uscire fuori dal pelago, a voltarsi indietro e a “guatare” le acque perigliose dell’eterna vicenda umana: in lui nasce il bisogno di una vis sovramondana che lo aiuti a superare la condanna di vivere, perché spesso la vita è una condanna. Ma se ci accompagnano i sentimenti di ripulsa per il male e il bene si staglia ai nostri occhi come un fascio di luce raggiungibile, tutto diventa possibile. Da questo humus di umano e divino nascono i versi di un’opera inestimabile che ci ammalia e ci sostiene perché Dante è con noi, Dante è in noi. Certo l’Inferno ci coinvolge con le urla, le bassezze, gli strepiti, “fa più spettacolo”. Il Purgatorio col suo “dolce color d’oriental zaffiro” ci conforta con la sua spes tesa al recupero di una integrità interiore persa in una vita spesso disdicevole: l’acme del percorso si raggiunge in un mondo di gioia pura anche se inesprimibile. Non a caso nel I canto del Paradiso l’autore, pienamente convinto della sua inadeguatezza ad una descrizione a pieno rispondente all’esperienza vissuta, dichiara: “Trasumanar significar per verba non si poria…”

Mi piace Marco Berisso quando ha il coraggio di affermare: “La Commedia è un poema difficile: Ma non è difficile solo per noi: lo era già da subito, per i primi lettori che l’hanno affrontata. Anzi per loro era un oggetto ancora più alieno”. In primis perché scritto in un metro che nessuno aveva mai visto, non solo in Italia ma in tutta Europa, cioè la terzina. Poi perché non si riusciva a collocarlo,nella divisione dei generi, così importante all’epoca, né tra i poemi allegorici. né tra gli epici. E inoltre accoglieva personaggi letterari e storici, episodi, racconti e trame che potevano portare allo smarrimento. Il tutto in una lingua che pur avendo per base il fiorentino, prevedeva intrusioni a vasto raggio, con l’aggiunta di neologismi, molteplici e stupefacenti per la freschezza e la profondità della intuizione.

In questo asse portante della letteratura delle letterature la più difficile delle cantiche è senza dubbio il Paradiso da sempre ritenuto ostico, difficile da interpretare, lontano dalla sublime aggressività dell’Inferno,la cantica da sempre preferita, e dal Purgatorio, quella più stemperata ,più tesa a quell’umanità che, pur peccatrice, anela al riscatto e alla grazia.

IL PARADISO
Il Paradiso, dunque, banco di prova per Dante, che pur proponendosi di trattare temi così lontani dalla vita terrena riesce ad inserire, da par suo, la terreneità creando una mirabile mistione tra umano e divino. La poesia della terza cantica nasce e prolifera proprio grazie a questa unione tra esperienze vissute, personaggi noti, partecipi della sua vita reale e l’atmosfera irreale, ideale, tutta da scoprire di un mondo in cui aleggia il divino fin dalle prime battute. Francesco De Sanctis sostiene peraltro che “Il paradiso, appunto perché è paradiso, non puoi determinarlo troppo e descriverlo senza impiccolirlo” e aggiunge” che il vero significato lirico del paradiso è nell’inno di Dante a Beatrice e nell’inno di S. Bernardo alla Vergine né quali è il paradiso guardato dalla terra con sentimenti e impressioni di uomo”… Nel Paradiso: “ lo spirito s’india;le differenze qualitative si risolvono e tutte le forme svaporano nella semplicità della luce, nella incolorata melodia musicale, nel puro pensiero. Quel regno della pace che tutti cercavano, quel regno di Dio, quel regno della filosofia, quel “ di là”, tormento e amore di tanti spiriti ,è qui realizzato”. Eppure Dante uomo reclama i suoi diritti, ha davanti a sé ben saldo l’impegno della sua missione che tanto più spessore acquisisce nel momento in cui l’umano si sublima nel divino.

PICCARDA DONATI
È il caso di uno degli episodi cardine del Paradiso, quello di Piccarda Donati: siamo nel cielo della Luna ove l’atmosfera dubbiosa e concettosa, le difficoltà e le elucubrazioni vivono e si affiancano ad una storia, una storia medievale fatta di trame oscure, di amici e nemici, di violenza e sopraffazione ai danni di una giovinetta bellissima e devota costretta da un destino infame a non adempiere a quei voti che aveva scelto con la passione di un cuore immacolato. Piccarda si distingue tra le anime che Dante definisce postille perchè desiderosa di parlare, è “pronta e con occhi ridenti”; informa il suo interlocutore di essere stata nel mondo “vergine sorella” e lo invita a ricondurre il suo aspetto esaltato dal paradiso ad una conoscenza terrena:”se la mente tua ben sé riguarda,/ non mi ti celerà l’esser più bella,/ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda”. Stiamo parlando di una fanciulla appartenente a una famiglia di antica nobiltà, i Donati, nota per la sua presenza costante sia nella vita della città che in quella di Dante al quale esplicita la sua condizione “ in la spera più tarda”.

Alle scuse del poeta per non averla subito riconosciuta, trasfigurata com’è, segue un momento dottrinale, ma delicato in cui Piccarda risponde a Dante desideroso di conoscere se le anime che sono in questo cielo siano o meno soddisfatte della loro collocazione. Piccarda dirà che i loro desideri combaciano con la volontà di Dio uniti dalla carità in cui si riflette la sua gloria. In questo continuo rimando colloquiale giungiamo alla terzina chiave che chiarisce ogni dubbio:”E’n la sua volontade è nostra pace:/ ell’è quel mare al qual tutto si move/ ciò ch’ella cria e che natura face”. Siamo al momento della memoria, una memoria che si diluisce e si esalta nella beatitudine, non c’è rabbia nelle parole di Piccarda, solo tristezza, malinconia, rimpianto per non essere riuscita a trarre: “infino a co la spola”.

LA NARRAZIONE
La narrazione si snoda in quattro terzine: con tono distaccato ma solenne Piccarda riferisce di aver scelto liberamente e volontariamente di seguire la regola di santa Chiara “chiudendosi” nel suo abito. Piccarda, giovinetta entra nell’ordine delle Clarisse per fuggire il mondo, si sente in questi passaggi la nobiltà di una scelta voluta e cercata per ritrovarsi,protetta, tra le mura di ”una prigione dorata” baluardo sicuro per una giovane che rifiuta il contatto con un mondo violento e peccaminoso. Ma il destino aveva voluto altro percorso. Ancora una volta il tono smorza la durezza del racconto e il destino si compie. “Uomini poi, mal più ch’a bene usi,/ fuor mi rapiron de la dolce chiostra:/ Iddio si sa qual poi mia vita fusi”.

Qui Dante è veramente incomparabile: in tre versi trova modo di esprimere la delusione per il genere umano, criminale e feroce, da parte di una innocente vittima che nella sua evanescenza richiama le anime del purgatorio. Piccarda usa i toni smorzati della rassegnazione, dell’abbandono nelle braccia di Cristo a consolazione di un delitto ancora più truce perché perpetrato da suo fratello, Corso Donati che si macchia di tanta infamia per consegnarla ad un malvivente par suo, Rossellino della Tosa a cui era stata promessa in passato. È doveroso dare qualche notizia su questo fratello snaturato, capo dei Neri, nemico di Dante, rifacendoci a un significativo ritratto disegnato da Dino Compagni: “Uno cavaliere della somiglianza di Catilina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, adorno di belli costumi, sottile di ingegno, con l’animo sempre intento a mal fare…molte arsioni e molte ruberie fece fare…molto avere guadagnò e in grande altezza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato “il barone”, e quando passava per la terra molti gridavano:_Viva il barone!_ E parea la terra sua.

La vanagloria il guidava e molti servigi facea”. L’abilità descrittiva dell’autore di questo ritratto ci colpisce, sembra quasi di vederlo a cavallo, tronfio, questo paladino del male che non ha avuto pietà neanche della dolcissima sorella. Senza scrupoli, dunque, protervo e crudele il capo dei Neri; Dante inventa per lui un passaggio del XXIV del Purgatorio in cui Forese Donati, fratello di Piccarda e Corso e amico di Dante pronuncia una efficace profezia post eventum.. Forese riconosce le responsabilità di suo fratello nella rovina di Firenze e descrive con efficacia e freddezza la fine di Corso rappresentato nell’atto di subire la pena destinata ai traditori: trascinato da un cavallo verso la valle muta alla redenzione. In un crescendo apocalittico, il corpo straziato, il capo dei Neri subisce il castigo inventato da Dante per il suo nemico acerrimo.

Gran parte delle vicissitudini di Dante nascono dai contrasti con i Neri, con Corso,che caldeggiò la venuta a Firenze di Carlo di Valois promotore dell’esilio dei Bianchi, tra cui Dante. Ecco che tra le pagine del Purgatorio e del Paradiso riaffiorano con la prepotenza di un passato che ritorna eventi e personaggi di una vita intera con le loro luci e le loro ombre. Dopo aver speso parole di comprensione per il destino, direi analogo, di Costanza, madre di Federico II, volta a compatire chi come lei,non fu padrona della sua vita, ma succube, vittima di un sistema infame, giungiamo alla conclusione di questo episodio. Piccarda svanisce cantando Ave Maria in un ideale ricongiungimento con la protezione di una visione religiosa ben lontana dal mondo crudele e ostile il cui male ha ricordato con i toni dolci, delicati e dolenti di una delle eroine di Dante, eroine della poesia, eroine di Dio. Attraverso Piccarda, dunque, Dante si sublima, scopre il fine dell’uomo che si riconosce solo ed esclusivamente nella carità, nella fede, nel trionfo della gloria., quella stessa gloria alla quale avrà guardato speranzoso e fidente la notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 intraprendendo il suo ultimo viaggio verso “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

 

Stefania Danese
Componente del direttivo del comitato di Taranto
della Società Dante Alighieri

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