11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Maggio 2021 alle 21:25:15

Cultura News

Quei poetici regali di nozze… dei secoli andati

foto di Lo sposalizio della Vergine (Raffaello, particolare)
Lo sposalizio della Vergine (Raffaello, particolare)

Nel passato solitamente dopo la solenne celebrazione della Pasqua iniziavano, sin dal Lunedì dell’ Angelo le celebrazioni nuziali che si protraevano per il resto dell’ anno sino all’ inizio del periodo d’ Avvento, quando si interrompevano in attesa del Natale. Si rispettava con questa scansione il quinto dei Precetti generali della Chiesa, imparati nella forma lapidaria del catechismo di San Pio X, che vietava di celebrare le nozze nei tempi proibiti, l’ Avvento e la Quaresima, periodi di riflessione, preghiera, penitenza e digiuno, in preparazione al Natale e alla Pasqua.

A tal riguardo ricordiamo la celebre scena di don Abbondio che, snocciolando, nel suo latinorum, gli esamentri imparati al seminario, cercava di spiegare a Renzo “gli impedimenti dirimenti” alle sue nozze, con la promessa di risolvere in breve tempo i problemi. In realtà cercava di giungere a san Martino, festa che introduceva, nel calendario ambrosiano, al tempo di Avvento, ovvero al tempo proibito per le nozze ed aver in tal modo l’ opportunità di trovare una più rassicurante soluzione. Quel divieto oggi non compare più tra i Precetti generali e al n.5 si legge l’esortazione a sovvenire alle necessita materiali della Chiesa, secondo le proprie possibilità. Tuttavia è anche spiegato che gli sposi, se legittime esigenze possono spingere ad accelerare le nozze, possono celebrarle anche in periodi un tempo proibiti, astenendosi da forme di solennità e mantenendo uno stile sobrio e discreto. In questi ultimi due anni però la pandemia, che non distingue tempi leciti da tempi proibiti, ha bloccato i riti nuziali provocando sospensioni e rinvii, con comprensibile delusione e amarezza di quelle coppie che avevano già fissato la data del matrimonio, predisposto il ricevimento, preparato la lista dei regali di nozze e perfino scelto la meta del viaggio.

Ed in alcuni casi dei lutti familiari hanno mutato la gioia dell’ attesa in profonda tristezza. In attesa e nella speranza che tutto torni alla normalità consideriamo quante opere d’ arte sono fiorite intorno a questo rito. Sin dall’ antichità le nozze hanno ispirato la poesia, la musica e le arti figurative. Quanta commozione all’ascolto della Marcia nuziale di F. Mendelssohn, o dell’ Aria sulla quarta corda di Bach, o del Canon di Pachelbel o dell ‘Ave Maria di Schubert. Quante scene di nozze sacre e profane immortalate su tele da celebri pittori. Ricordiamo, solo per esempio, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, le Nozze di Cana del Veronese, i Coniugi Arnolfini di Jean Van Eych. Ma soprattutto quanti componimenti poetici hanno celebrato in varie forme le nozze. Dagli antichi canti imenei, scaturiti da invocazioni religiose, agli epitalami cantati presso la camera degli sposi. “Ettore con i suoi reca da Tebe sacra,/ da Placia viva d’ acque una raggiante sposa,/ navigando sul mare salso: è la squisita/ Andromaca…”, splendida apertura dell’epitalamio in cui Saffo cantò le nozze dell’ eroe troiano. E ricordiamo ancora l’epitalamio LXI di Valerio Catullo per le nozze di Manlio Torquato con Vinia Aurunculeia.

Questo carme Imeneo risente delle eleganze ellenistiche non ignote all’ autore e per il nitore e la delicatezza delle immagini, la levigatezza delle forme e l’ equilibrio delle parti, da alcuni è ritenuto l’epitalamio più bello a noi pervenuto. Dopo il Medioevo, questo genere celebrativo rifiorì nella stagione del Rinascimento. Una copiosa, quasi sempre occasionale, produzione di madrigali, sonetti e canzoni legate al motivo nuziale riscontriamo nelle Rime del Tasso, del Marino e in seguito del Savioli e del Parini. Del Tasso in particolare ricordiamo l’ audacissimo epitalamio per le nozze di Alfonsino e donna Marfisa d’ Este. Il tema, sempre connesso alla ritualità sacra delle nozze, a partire dalla fine dell’ Ottocento e sino ad oggi si è arrichito di liriche che, con strutture metriche più libere, celebrano anche le nozze civili. Ricordiamo, le appassionate liriche di Neruda, E. Cummings, Erri De Luca, Prevert . Emerge anche l’ originalità di una lirica nuova, non più distaccata e convenzionale, ma più intensa, più intima che non nasce occasionalmente per celebrare i destinatari, ma è un’ occasione per il poeta di cogliere la pudica bellezza e la tacita vitalità del proprio amore, nel ricordo della vita trascorsa accanto alla propria donna, il cui valore ancora più si scopre nella sua assenza.

Eugenio Montale, in Xenia n. 5 in forma non più ermetica ma dimessa e intima ricorda e rivive nei piccoli gesti della vita quotidiana il rapporto con Drusilla Tanzi, la moglie ormai morta, che pur sorretta dal suo braccio era stata in realtà la sua guida, i suoi occhi. “……..Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio/ non già perché con quattr’ occhi si vede di più./ Con te le ho scese perché sapevo che di noi due/ le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/ erano le tue.” Quando l’ augurio nuziale scaturisce da un cuore che ha sperimentato la tenebra, ma conosce il balsamo della luce, allora la poesia s’ innalza al sublime. Quanta dolcezza e quanta levità e luminosità di immagini, in un intarsio di motivi classici e biblici, contornano l’ epitalamio di Alda Merini dedicato “A Flavia (sua figlia) e Gianfranco nel giorno delle loro nozze”. (Poesia inedita del 1981 e pubblicata su “L’ eco del Chisone” il 14 giugno 2017.) A volte alcuni poetici doni di nozze, trascendendo l’occasionalità del motivo ispiratore, hanno rivelato un più alto e autonomo valore inserendosi in modo funzionale nel contesto dello sviluppo artistico dell’ autore. Il conte Monaldo Leopardi aveva annunciato al cognato Carlo Antici, con una lettera del 16 aprile 1821, le nozze imminenti della figlia Paolina con il sig. Pietro Peroli, di nobile famiglia di Sant’ Angelo di Vado in terra d’ Urbino.

Era vedovo con una bambina di un anno, ma di ottima morale e una cospicua rendita. Anche il poeta Giacomo, scrivendo all’ amico Pietro Giordani il 13 luglio del medesimo anno, diede conferma del matrimonio: “La mia Paolina questo Gennaio sarà sposa in una città dell’ Urbinate, non grande, non bella, ma con persona comoda, liberissima e umana”. Ancorché sembrassero certe, quelle nozze fallirono (In verità fu il primo di una serie di fallimenti e Paolina morì nubile a Pisa). Sempre Giacomo ne spiegò i motivi al Giordani in una lettera inviata da Roma il 1 febbraio 1823: “Paolina non fu più sposa. Voleva, e ciò (lo confesso) per consiglio mio e di Carlo, fare un matrimonio alla moda, cioè d’interesse, pigliando quel signore ch’era bruttissimo e di niuno spirito, ma di natura pieghevolissima e stimato ricco. S’è poi veduto che quest’ultima qualità gli era male attribuita, e il trattato ch’era già conchiuso, è stato rotto”. Tuttavia il poeta ispirato e motivato dall’ occasione delle nozze aveva già composto tra ottobre e novembre del 1821 la canzone “Nelle nozze della sorella Paolina”, collocandola accanto all’ altra canzone, terminata anch’essa alla fine di novembre del medesimo anno e dedicata “A un vincitore nel pallone”. Le due canzoni, magistralmente analizzate in un saggio di W.Binni, non furono occasionali celebrazioni di un rito nuziale e di una vittoria sportiva. In esse il Leopardi sperimentò un registro poetico patriottico- educativo, rivolgendosi a una futura madre e ad un campione sportivo, per affidare loro un compito altamente educativo, di “ timbro marcatamente laico- profano, in contrasto rispetto all’ educazione cristiano cattolica con la sua lezione di passività, di accettazione e ascetismo”.

Il 21 luglio 1901 per la prima volta fu pubblicata la poesia “Il gelsomino notturno”, nell’ opuscolo nuziale per le nozze di Gabriele Briganti, bibliotecario di Lucca e carissimo amico di Giovanni Pascoli. Questo componimento, dal “ vellutato simbolismo del mistero e dall’ attenta sillabazione espressiva”, come scrisse il Petrocchi , è stato giudicato unanimemente dalla critica uno dei risultati più nuovi e in-novativi del simbolismo pascoliano. Non essendo questa la sede per un commento al testo, è opportuno però, per cogliere il significato del testo, almeno leggere la lettera dedicatoria, scritta dal Pascoli ed una sua successiva nota aggiunta nella ripubblicazione del 1903. “Gabriele! Due amici che sono tra loro uniti dal proposito di lavorare pensando virginibus puerisque, ti offrono questi pochi versi, che ti debbono, peraltro portare molti auguri e significare molto affetto. La gentile sposina (alla quale non occorre che tu legga subito la poesia: domani se mai!) ci perdoni i pochi minuti in cui i tuoi occhi hanno lasciato i suoi per fissarli su questa carta. Tuoi affez.mi Giovanni Pascoli- Alfredo Caselli”. Ancor più interessante la successiva nota che contribuisce ad una migliore comprensione del testo: “E a me pensi Gabriele Briganti risentendo l’ odor del fiore che olezza nell’ ombra e nel silenzio: l’odore del Gelsomino notturno. In quelle ore sbocciò un fiorellino che unisce (secondo l’intenzione sua), al nome di un dio e di un angelo, quello di un povero uomo: voglio dire gli nacque il suo Dante Gabriele Giovanni”.

Il componimento è un epitalamio, ma non gioioso come gli imenei classici, e il termine “ pover uomo”, con riferimento a se stesso, offre la chiave di lettura del testo poetico. Al mistero della vita che si coglie nel passaggio dai momenti di intimità nuziale agli allusivi riferimenti dell’ atto fecondativo, simbolicamente espressi dall’ aprirsi e chiudersi del fiore del gelsomino, si oppone il mistero della morte, che è la sfera entro cui si collocano gli affetti del poeta. Nell’ora in cui si aprono i fiori, egli pensa ai suoi cari e in conclusione il grembo materno in cui quella notte è sbocciata una vita, l’assimila ad un urna in cui è nata non sa quale felicità. Ricordiamo infine il Carducci che donò un’Edizione di 30 esemplari numerati, della canzone di Dante, “Tre donne intorno al cor mi son venute”, con il Commento, a Luisa Zanichelli per le sue nozze con il dottor. Francesco Mazzoni. ( XXI Agosto MDCCCCIV). Premise al dono una lettera dedicatoria indirizzata al padre Cesare Zanichelli, suo caro amico ed editore. I sentimenti di sincera e colta amicizia, gli accenti augurali all’ indirizzo della sposa, di cui aveva visto negli anni il fiorire della giovinezza, il sentore, quasi la consape-volezza che con tale opera si sarebbe conclusa la sua missione di critico e di scrittore, rendono questa dedicatoria un’esemplare pagina di prosa e una testimonianza di calda e commossa umanità. “Sono oggimai quarant’anni, o Cesare, ch’io co’l discorso delle “Rime” di Dante posi il piè fermo nel campo dello scrivere italiano;….da lui cominciai, con lui finisco. Quanti pensieri, quante speranze, quanti propositi……in questo non lungo spazio della vita umana che sono quarant’ anni. ..Speranza e pensiero, e ora dolce proposito di vita, a te la figliuola primogenita tua: con la quale mi è caro ricordare che nacque e crebbe e fiorì in atto la divisata stampa delle così dette opere mie di letteratura. Crescevano i volumi della stampa, crescevano gli anni della Luisa: quelli già esuberanti del rigoglio giovanile accennano ora a posare e a declinare; questi di florida maturità si rallegrano e prosperano.

E così duri ella e séguiti fiorendo lunga stagione in compagnia dell’ uomo degno, dottor Francesco Mazzoni, a cui tu hai commesso la sua gioventù. E a te in lei e da lei sia dato raccogliere i premi della modesta operosa bene spesa tua vita: dalla quale io come ebbi molte prove d’ amicizia così ti voglio lasciare un segno di gratitudine in queste carte, che dal soggetto almeno tengono un abito gentile, che te le farà, spero, esser care.” Due anni dopo, 1906, il Carducci, primo degli italiani, ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.

Antonio Liuzzi
Membro del direttivo Comitato di Taranto Società Dante Alighieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche