09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 18:23:49

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“Dal dì che nozze e tribunali ed are”

foto di “Dei sepolcri”, il carme scritto da Foscolo
“Dei sepolcri”, il carme scritto da Foscolo

Quando a marzo dello scorso anno, a causa della pandemia provocata dal corona virus 19, fu imposto il confinamento in tutt’Italia, divieti e restrizioni alterarono e sconvolsero non solo i ritmi della normale vita quotidiana, ma provocarono in breve tempo un susseguirsi di emergenze a catena che determinarono dissesti economici per il crollo dei consumi e conseguentemente dell’occupazione, disorientamento e confusione nell’ambito della pubblica istruzione, crisi nel settore della cultura, dello spettacolo e dello sport e il crollo dei livelli di sostenibilità dell’emergenza sanitaria, sfociato in quel lungo lugubre e indimenticabile corteo di camion militari carichi di bare, impresso nella memoria di tutti.

L’emergenza purtroppo permane e mentre si emanano nuovi decreti per fronteggiare le urgenze economiche e sostenere le classi più danneggiate, nello stesso tempo si spera che con una massiccia campagna di vaccinazioni si possa in tempi brevi debellare il contagio. In questo clima, tra timori e speranze, tra i rischi di rassegnazione e i desideri di ripresa, si potrebbero fare delle riflessioni e tentare un’analisi a più ampio raggio della situazione, per cogliere in filigrana nello spettro variegato di questa pandemia se al di là degli aspetti sensibili sul piano socio – economico, ci siano istituzioni e valori morali che stiano subendo un non meno grave processo di destabilizzazione.

Forse siamo inconsapevolmente testimoni e al tempo stesso protagonisti di un mutamento epocale in cui saranno messi in discussione i valori che hanno guidato l’uomo nella sua storia millenaria. E il pensiero va a quei mirabili e scultorei versi del carme “Dei Sepolcri” del Foscolo in cui si legge “Dal dì che nozze e tribunali ed are / Dier alle umane belve esser pietose/Di se stesse e d’altrui, togliean i vivi/ All’etere maligno ed alle fere/I miserandi avanzi che natura/Con veci eterne a sensi altri destina”. In questi versi che ricapitolano con solenne pregnanza le origini dell’umano consorzio, il Foscolo, facendo suo il pensiero del Vico, esposto nei Principi della Scienza Nuova, additava le tre istituzioni basilari della civiltà dalle quali l’uomo selvaggio fu condotto al senso della dignità individuale e sociale: le nozze (i legittimi matrimoni solennemente celebrati e centro della vita affettiva; i tribunali (la giustizia superiore alle passioni umane e le leggi regolatrici del vivere civile); le are (la religione, culto del divino e fonte della pietas e dell’ amore domestico che diede origine al culto dei morti e della loro sepoltura. La crisi di queste istituzioni è alla base degli squilibri e degli smarrimenti dell’odierna società.

I valori morali sono messi in discussione o rimossi dalla coscienza collettiva o comune mentalità che dir si voglia, che tende a limitare sempre più la sfera operativa dell’uomo, destinato a essere ridotto da persona a numero in un mondo dominato da forze e potenze economiche e dipendente da congegni tecnologici. La famiglia esiste ancora ma da più parti è minacciata al punto che se ne mette in discussione addirittura la sua natura, l’identità, la funzione equilibratrice degli affetti e la vocazione educativa, snaturata dalla confusione dei ruoli. La giustizia si esercita, ma è superiore alle private passioni? Le leggi ci sono a difesa della dignità propria ed altrui, ma quanta lentezza, quanti interessi! Cicerone scriveva: “Fondamento poi della giustizia è la fede, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e dei patti”.

E aggiungeva, vorrei credere che fides (fede) sia stata chiamata così perché fit (si fa) quel che è stato promesso”(De officiis). Spesso siamo le vittime delle promesse mancate. Nella fede intesa come esperienza vissuta del proprio credo, si manifestano a volte delle crepe causate da un credere opaco, privo di slanci, cristallizzato in formule che affiorano sulle labbra ma non riscaldano il cuore. Eppure mai come in questi ultimi tempi si è parlato tanto di amore, di prossimità, di fraternità, di carità e di accoglienza. Tuttavia si avverte uno scivolamento verso un indeterminato sentimento di fede, che ci omologa e ci appiattisce. Abbiamo smarrito lo stupore e il timore di Dio, perché orfani della sua paternità. Se il credere esteriormente nella fede ereditata diventa un fatto privato, l’amore diventa egoismo o vuota esibizione. E allora anche le nozze e le sepolture perdono il senso del sacro e si riducono a semplici riti celebrativi. Da questa pandemia dovremo almeno recuperare il senso del limite non come segno di una sconfitta o di un fallimento, se ci sentiamo impediti di “bere l’aperitivo”, ma come uno sprone a vivere con discernimento in questa società evoluta e sofisticata ed economicamente manipolata, ricordandoci che l’uomo con la dignità che gli deriva dalla sua unicità non può riconvertire i suoi valori in un alfabeto digitale, in un mondo tecnologicamente perfetto, ma senz’ anima e pensiero, segno e ricchezza della sua origine.

Antonio Liuzzi
Membro del direttivo Comitato di Taranto Società Dante Alighieri

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