09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 08:03:03

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Studenti tornano a scuola

La Scuola nell’ordine dell’insegnamento superiore riapre in quasi tutta l’Italia; per ora la Puglia è esclusa. Riapre con le quotidiane lezioni tenute da docenti nel vivo di una classe di un istituto e non a distanza di luogo fra un anonimo bianco televisore e un altro casalingo. A distanza dal calore di una parola espressa dalla voce di un docente nella sua umana e vitale struttura fra i banchi di una classe omogenea. Siamo ben chiari: la Scuola, come fu detto, è la “metafora della vita”. Perché? Perché nei giovani le ore scolastiche sono il vivente reale, momentaneo, ma nel futuro esistenziale sono in futura trasformazione, metafora di quello che gli stessi giovani, vorranno, e sapranno conquistare. La Scuola nel presente è il loro avvenire nonché la speranza degli stessi genitori tesi al futuro dei loro figli: l’avvenire è con loro. Duemila anni or sono Seneca in una sua epistola (106 del libro secondo) scrisse che i docenti sono ben lieti di insegnare, che i discenti, essi saranno ben lieti di apprendere. E un altro grande pedagogista latino, Quintiliano, scriveva che ogni docente è un “poeta” della sua disciplina, fosse umanistica o scientifica.

Scoprire Virgilio o Dante è poesia, scoprire l’universo stellare è poesia. A distanza di duemila anni il nostro Pascoli nella prefazione ai suoi “Primi poemetti” (1902), ammoniva il lettore: “Così io son lieto di aver unito alla divina poesia l’esercizio umano che più con la poesia umana, s’accorda: la Scuola”. Ecco un’altra metafora. Poesia non solo come studio diretto, ma come “civiltà” della vita nel suo progresso umano e scientifico. Ecco perché l’istituzione scolastica, prima di essere la colonna vertebrale di una Nazione nel presente e nel futuro, è sempre una realtà dell’esistere che si prepara dagli anni giovanili. La scuola se non è un tempio, non è mai un teatro, scriveva De Sanctis, primo ministro della Pubblica Istruzione dell’Italia unita. Alla Scuola, ai loro compagni, alle ore di lezione e al volto e alle parole dei docenti si torna sempre fino all’ultimo della vita. Ricordo un’immagine scritta nell’Annuario del liceo classico “Archita” (1963-’64) del preside Giovanni Battista Massafra. “Io non posso dimenticare di essere un uomo di scuola, nelle mie orecchie è ancora il ronzio di quegli alveari che sono le aule scolastiche onde anche la funzione amministrativa non potrà che essere vista da me in una prospettiva di umani problemi, esattamente come nella vita della scuola”. Anche qui poesia, metafora della vita; e, al tempo stesso, realtà dell’essere. Di qui il punto nodale del nostro intervento: i mali inflitti alla scuola saranno i mali della società. Mi preoccupa, oggi più che mai, la disoccupazione intellettuale. Sarà il danno inesorabile del futuro di una nazione. La scuola, già da tempo, distrutta dall’inconcludente sessantotto, retta da politici non sempre idonei e formati intellettualmente per governare un’istituzione scolastica, improvvisatori di riforme deformanti la stessa struttura culturale, oggi è quella, al di là della mortifera epidemia, che noi vediamo: priva di una sua qualificata personalità: umiliata nei suoi più alti valori di vita, dequalificata della stessa condizione sociale dei suoi docenti, che sono i primi veri costruttori, con la famiglia, di una futura nazione.

La scuola è la nazione, è la patria, dell’oggi e del domani. Non è un partito, non è un capo di partito o di governo, essa è l’espressione prima e primaria di una terra nella quale siamo nati e viviamo, e dove sono sepolti i nostri eterni cari genitori. Una scuola o è democraticamente liberale o è una espressione gonfia e ripetitiva di un partito; e non è più scuola. E i docenti si sentano liberali e democratici per una cultura mai asservita, che sia, nel segno di una equilibrata programmazione umanistica e scientifica, espressione di una verità assoluta: la libertà del vero storico ed umano. Eterno simbolo di una Nazione, di una Patria, di un popolo unito; mai cittadini di un poco ortografico “paese”. I giovani sono la società del domani; entrano nella scuola per avere una molteplice e valida preparazione onde risolvere i futuri problemi della vita. Ma non basta il valore e il lavoro di un docente; “a correre migliori acque” occorre una società riveduta e rifatta. Noi oggi siamo divisi dalle vanità e dalle volgarità dell’esistere. Per essere popolo bisogna essere uniti nello spirito, nella coscienza, negli ideali, e l’esempio migliore è nei politici, in quella “polis” che Aristotele chiedeva alla sua gente nell’università delle genti.

Paolo De Stefano

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