12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 17:00:38

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Il 25 aprile: un pensiero avvertito e commosso per una solidarietà aperta

foto di La celebre foto di Robert Capa che immortala un soldato americano che si acconcia accanto ad un vecchio contadino siciliano dopo lo sbarco del 10 luglio del 1943
La celebre foto di Robert Capa che immortala un soldato americano che si acconcia accanto ad un vecchio contadino siciliano dopo lo sbarco del 10 luglio del 1943

Dal 1943 al 1945 ci furono molte Italie. Ce le ha raccontate Roberto Rossellini che, con Paisà (1946), schizzò con la cinepresa l’avanzata degli eserciti angloamericani dal Sud al Nord. Straordinario resoconto, per tratti emblematici ed episodi mai scontati, del cammino di liberazione dell’Italia a opera degli Alleati, dalla Sicilia al delta del Po.

Quello che i 160.000 Alleati incontrarono in Sicilia, dopo lo sbarco del 10 luglio 1943 fu un’Italia contadina, povera e malnutrita: le campagne del Sud reagiranno alla presenza degli “invasori” con quel senso di estraneità che affiora nella celebre foto di Robert Capa: l’altissimo soldato americano che si acconcia accanto ad un vecchio contadino siciliano, piccolo e rugoso, vestito solo di cenci. Giunsero poi a Napoli, che con le famose “Quattro giornate”, 27-30 settembre1943, si era liberata da sola, ma che non li guardava come “invasori” ma come “ soccorritori”: una Napoli senza acqua, senza pane e senza luce. Il popolo napoletano però si strinse in una sorta di scambio reciproco con i nuovi arrivati. Poi, il 22 gennaio 1944, sbarcarono ad Anzio e avanzarono verso Roma, che, liberata, il 4 giugno, li accolse come “liberatori” dove già si respirava aria di festa specie nei vecchi palazzi patrizi e nei grandi alberghi. Un’aria soprattutto di libertà dei partigiani che veniva incontro ai sogni e ai progetti dei giovani intellettuali. Gli Alleati si diressero quindi a Firenze (liberata nell’agosto del 1944) e alle grandi città del Nord, raggiunte dall’aprile del 1945 (a Torino il 3 maggio ). Il 25 aprile il Comitato di liberazione nazionale-alta Italia proclama l’insurrezione generale nelle principali città e assume i pieni poteri. Alle dieci di sera l’emittente milanese della Repubblica Sociale Italiana tramette questo messaggio: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani. Invitiamo i fratelli di Italia libera a volerci comunicare a mezzo della Radio Vaticana, della Radio di Firenze, di Radio Roma, di Radio Sardegna e Radio Londra se le nostre trasmissioni sono ricevute».

Alle undici di sera viene trasmesso che anche Genova era stata liberata. Tutta la Val d’Ossola, La Val Sesia e la zona del lago Maggiore. Eppoi una città dopo l’altra: Novara, Varese. E tante altre . Il 25 aprile diventerà il simbolo della Liberazione. In queste città gli Alleati sperimentarono una relazione nuova: quella di un confronto aperto con la realtà politica, sociale e culturale più compatta e con una identità definitasi nel corso di una lotta di Resistenza in grado di azzerare il senso di colpa che tradizionalmente attanagliavano i vinti. Un quadro policromatico che spiega, se pure in parte, il significato che ancora assume il 25 aprile in un Paese non in grado di avere fugato tutti i dubbi (di una storia) di una guerra comunque assurda. Un significato storico che, certo, designa la Liberazione, premessa fondamentale per stabilire in Italia le condizioni di un libero dibattito tra parti diverse, avversarie ma non più nemiche. L’esito di questo dibattito ha generato la Costituzione repubblicana, consentendo al nostro Paese di far parte delle nazioni civili e avviando un processo di democratizzazione che viviamo tuttora. Un significato che non può, però, non comprendere il sentimento di compassione, nel senso forte che l’etimo sollecita, come “patire insieme”, di fronte al dolore inestinguibile dei familiari e degli amici per i caduti: non soltanto italiani, né solo angloamericani, ma anche francesi, canadesi, nepalesi, australiani, polacchi, irlandesi, marocchini, tedeschi, neozelandesi e tanti altri ancora. E, dunque, una riflessione. Serena e critica.

Volta a ritrovare una memoria che abbia al centro il concetto di libertà degli italiani a patto di non cadere nella retorica della memoria celebrativa. Fatta di enfasi sulla data o peggio di discorsi ripetitivi, di solito di parte e soprattutto miopi e ottusi. Una memoria riautenticata che sia sorretta piuttosto dall’onestà intellettuale, da un’umana pietà per tutte le vittime della guerra, e sincero spirito costruttivo, teso a profilare un avvenire futurizzato per il nostro Paese ma anche per tutti gli altri Paesi della Terra, attraversati dalle guerre che ancora sono in atto nel nostro Pianeta. Vista l’esperienza, questa sì globale, che ci è capitata di vivere in questo 25 aprile 2021, occorre che maturi in ciascuno e in ciascuna di noi e promuovere in ogni altro e in ogni altra ormai una coscienza solidale, se non proprio pietosa, almeno di sincero riconoscimento e di profondo rispetto per tutti gli esseri umani con i quali abbiamo la fortuna di esistere.

Cosimo Laneve

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