27 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 22:44:00

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25 aprile, una data da non dimenticare: fascismo o neofascismi?

foto di Benito Mussolini
Benito Mussolini

Il 25 aprile è la Festa della Liberazione. In Italia si festeggia ogni anno il 25 aprile. In questa giornata dal 1946 si ricorda la liberazione d’Italia dal governo fascista e dall’occupazione nazista del paese. È la festa che rinnova la riconoscenza nei confronti dei partigiani, di tutti i partigiani a qualsiasi organizzazione politica appartenessero. Sono passati settantasei anni da quel lontano 1945 e il fascismo e il nazismo dovrebbero appartenere al passato come un ricordo tragico e terribile. Invece, ancora oggi spesso si sente riparlare di fascismo, atteggiamenti fascisti, rigurgiti fascisti, giovani che si ispirano al fascismo ecc. Tutto ciò non è da trascurare.

E qui è necessario fare un distinguo tra fascismo storico e fascismo eterno. Se con il primo ci rifacciamo al Ventennio è compito degli storici analizzare e interpretare quel fenomeno. Con il secondo, il fascismo eterno, il discorso è più complesso ancora perché riguarda la contemporaneità. Nelle difficoltà, nelle crisi, nei “vuoti” democratici il “fascismo eterno”, come ebbe a sostenere U. Eco nel 1995 alla Columbia University, è sempre presente perché “esso fa parte della storia dell’umanità, e ne farà sempre parte”. L’UrFascismo, Eco riprende u, cioè quel particolare prefisso della lingua tedesca che significa “originario”, traslato in fascismo eterno, può ritornare sotto le forme più diverse che riprendono slogan tipici del Ventennio: culto della tradizione, rifiuto del modernismo, l’azione per l’azione, paura della differenza, appello alle classi medie frustrate, ossessione del complotto, la vita come guerra permanente e come conquista del mondo, disprezzo per i deboli, machismo, populismi ecc.

L’analisi di Eco, però, secondo lo storico E. Gentile, potrebbe addirittura contribuire a indebolire lo stesso antifascismo che, invece, egli voleva incitare ad essere sempre più vigile. Infatti, afferma Gentile, “penso che la tesi dell’eterno ritorno del fascismo possa favorire la fascinazione del fascismo sui giovani che poco o nulla sanno del fascismo storico, ma si lasciano suggestionare da una sua visione mitica, che verrebbe ulteriormente ingigantita dalla presunta eternità del fascismo”. In effetti, la tesi di Eco mette insieme tutto e il contrario di tutto e quasi tutte le forze politiche potrebbero essere tacciate di fascismo. Bisogna, dunque, essere molto attenti quando si affrontano questioni così delicate. Il ritorno del fascismo è stato più volte ritenuto possibile nella storia repubblicana d’Italia: ancora prima dell’entrata in vigore della Costituzione, all’indomani dell’esclusione dal governo di comunisti e socialisti nel 1947, l’esponente socialista Lelio Basso, pubblicò un testo, Due totalitarismi.

Fascismo e democrazia cristiana, in cui accusava la DC di avere una deriva fascista; nel 1953 quando fu approvata la “legge truffa” (legge elettorale maggioritaria del governo Tambroni); nel 1970 con la rivolta di Reggio Calabria; dalla metà degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta con la “strategia della tensione” e il terrorismo (P2 di L. Gelli e operazione Gladio), oggi con le posizioni razziste della Lega nei confronti degli immigrati. È necessario, quindi, analizzare attentamente il significato di ritorno del fascismo. Più che di un vero “ritorno”, forse, sarebbe opportuno parlare di neofascismi che minacciano la democrazia criticando proprio le impalcature sulle quali essa si fonda: disprezzo per il parlamento, richiamo ad un uomo forte al governo, sovranismo nazionale, ostilità verso i “nemici esterni”, i migranti, utilizzo di un linguaggio brutale e rozzo.

Ma se questi sembrano appelli alle caratteristiche di un regime fascista come lo abbiamo conosciuto nella storia, perché è più corretto storiograficamente fare riferimento al neofascismo e non al ritorno del fascismo? La risposta non facile può essere rintracciata nella differenza tra dinamismo della storia e la storiografia. È quest’ultima, infatti, che si pone come realtà del suo tempo e come una dimensione logica che va oltre il proprio tempo e che pretende di ricostruire il passato secondo “oggettività” di giudizio. “Sempre lo storico muove dal presente verso il passato, anche se la sua ricostruzione storica procederà poi in senso inverso, dal passato verso il presente” (G. Galasso). Ciò vuol dire che saranno le esigenze del presente e i problemi che porta con sé, a far maturare allo storico il suo orizzonte storiografico. Allora dobbiamo porci la domanda: perché oggi si avverte l’esigenza di fissare punti fermi sul fascismo, su di un suo ritorno oppure su nuove versioni di esso? Evidentemente l’attuale società vive momenti di tale tensione, di crisi della democrazia che fa emergere il pericolo di un fascismo di ritorno o nuovo.

Come bene afferma E. Gentile ci troviamo di fronte ad un “fascismo generico” che ha addirittura assunto una sua istituzionalizzazione che favorisce il continuo richiamo all’essere fascista e ad una sua presenza costante nella storia. In questo modo si banalizza il discorso sul fascismo storico e sulla sua analisi nella quale giocano un ruolo importante visioni personali che offuscano i fatti reali. A livello educativo questo non è un problema da poco. Infatti, spiegare ai ragazzi la differenza fra il fascismo storico e i neofascismi evita poi di fare confusione quando si attribuisce l’essere fascista a qualcuno. Non è solo un aspetto formale, ma sostanziale nella formazione della coscienza storica dei giovani. Per evitare modalità educative errate e soprattutto tese a condizionare pesantemente la presa di coscienza storica, bisogna tornare alla storia, cioè alla conoscenza della storia che in questi ultimi anni purtroppo ha conosciuto notevoli défaillance.

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