13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 06:53:50

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I Goliardi che tentarono l’impresa a San Marino

foto di San Marino
San Marino

Probabilmente la più celebre di tutte le burle ordite dai Goliardi è la tentata invasione di San Marino che, mentre l’Italia da Monarchia diventava Repubblica, doveva trasformare la plurisecolare Repubblica del Monte Titano in un Regno.

E per la prima volta, oltretutto, in netto anticipo su Grace Kelly, una attrice sarebbe salita al trono: e come monarca, non come consorte del regnante. Nell’estate 1947 i goliardi bolognesi progettano di invadere la Repubblica del Titano, deporre i Capitani Reggenti, trasformare la Repubblica in Regno ed affidare la corona a Vittorio Emanuele Orlando, anche se altri avrebbero preferito incoronare regina di San Marino la prosperosa attrice Silvana Pampanini… La data del golpe – che forse ispirò nel 1970 Junio Valerio Borghese… – fu fissata per il Ferragosto. Sergio Busi, assunte le vesti e la qualifica di Napoleone, arruolò oltre duecento goliardi, che furono dotati di divise più o meno napoleoniche ed innocui simil-fuciloni. Ma c’era anche un distaccamento di legionari romani, agli ordini nientemeno che di Giulio Cesare… Le squadre, emule di quelle del ’22, dovevano adunarsi al palazzo del Turismo di Riccione, per poi marciare sul Monte Titano. L’ora x del D-Day era fissata per le 7 del mattino del 15 agosto. Primo Ministro designato del governo monarchico era Massimo Rendina, giornalista e goliarda… e soprattutto (ricorda malevolo quarant’anni dopo tal Bergonzini, che nel governo monarchico doveva assumere l’incarico di ministro della Propaganda) figlio del questore di Bologna.

Ministro “degli Interni” designato era Sergio Busi, l’altro goliarda giornalista, Lamberto Sechi (futuro, storico direttore di Panorama), sarebbe stato ministro della Stampa, mentre ministro del Tesoro era stato nominato Sergio Stanzani, uno dei protagonisti politici dell’Ugi a Bologna, futuro deputato e leader radicale. Era previsto persino un ministro della Marina (a San Marino!), c’erano addirittura due ministri dei Pubblici divertimenti e mancava un ministro della Pubblica istruzione, anticipando così in qualche modo la Gelmini… Ma qualcuno aveva parlato troppo, mettendo in allarme – e dati i tempi c’era poco da ridere all’idea di colpi di mano e di Stato… – le autorità sanmarinesi. Il governo di San Marino – all’epoca espressione di una maggioranza socialcomunista, e in forte contrasto con l’Italia – inviò al ministero degli Esteri italiano una nota di protesta, per metterlo “di fronte alle proprie responsabilità” nel caso di un incidente di frontiera.

Anche il governo di Roma prese la cosa sul serio, e d’ordine del ministero dell’Interno una duplice cintura di Carabinieri, con camionette e cingolati, circondò San Marino. Ai reparti della Grande Armée ed ai legionari romani che si stavano adunando a Riccione giunse allora la mattina del 15 agosto un messo che notificava che la marcia su San Marino doveva essere rinviata “a causa di complicazioni internazionali”. Napoleone – Sergio Busi si appellò allora alle truppe: “Volete rinunciare voi?”. “Giammai!” risposero i veterani dell’Armée.

E così le truppe napoleoniche e le legioni romane partirono verso il fatidico Monte Titano. Recavano con sé anche manifesti recanti un proclama di Napoleone annunciante in nome dell’Ordine del Fittone, sovrano sulla Goliardia bolognese, il cambio di regime: ”San Marino da oggi ha cessato di esistere come Repubblica e comincia ad essere un Regno”. “Ma quando l’automobile che trasportava Napoleone e gli altri del Governo provvisorio raggiunse il confine – come riporta Franco Cristofori in “Bacco Tabacco e Venere” – il dispositivo di difesa scattò inesorabile. « Vi stavamo aspettando da nove ore », sbuffò un carabiniere. Massimo Dursi, che seguì la vicenda in veste di giornalista, riferì che i tentativi per passare come pacifici turisti in visita furono inutili. I soldati dovettero cedere alle forze superiori. Dopo un estremo slancio, troncato dai mitra spianati, Napoleone accondiscese a ripiegare su Rimini”. Peggio che a Sant’Elena, Napoleone fu qui invitato ad accomodarsi nella caserma dei Carabineri, ma rifiutò sprezzante, restando sulla soglia, corrucciato, la mano destra infilata nel gesto abituale nel panciotto, facendo aspri commenti sulle divise delle sentinelle. Finalmente giunse il maresciallo dei Carabinieri, che scusandosi del ritardo espose le ragioni per le quali Napoleone avrebbe dovuto smobilitare la Grande Armée. Dopo lunghe trattative, Sergio Busi accondiscese a pronunciare il fatidico “rompete le righe!”.

Dovette così rinunciare al suo sogno di gloria, e neppure poté pronunciare al popolo Sanmarinese il suo discorso programmatico improntato ad una interpretazione oltremodo evolutiva della giustizia sociale: “Dobbiamo andare incontro al popolo. Perciò vi diciamo che se è giusto dare la terra ai contadini è giusto anche dare la posta ai postini”. Busi e Cristofori, gli ideatori, se la cavarono egregiamente, anche se per un certo periodo fu ventilata contro di loro una denuncia. In fondo, un minimo di senso dell’umorismo, sia pure in quei tempi certo difficili, mostrarono di averlo anche le istituzioni della neo-Repubblica Italiana. Ma anche i membri del governo (repubblicano) sanmarinese non erano tutti così arcigni, tetragoni e determinati come fa credere la nota di protesta inviata al governo italiano. A quanto pare, il Segretario di Stato agli Affari Esteri del Titano avrebbe addirittura pronunciato un memorabile motto quando fu informato da una quinta colonna locale del progetto insurrezionale: “Insomma, che cosa volete fare?”, chiese. “Trasformare la Repubblica in Regno”, rispose il goliarda troppo chiacchierone. “Sta bene, purché non c’entri la politica”. Fabula acta est? Neanche per sogno. Qualche tempo dopo la fallita marcia sul Titano, il ministero degli Esteri italiano ricevette dall’Onu una richiesta di informazioni su un presunto Governo di San Marino in esilio, con sede a Bologna.

Il governo di Roma chiese lumi alla prefettura bolognese, questa incaricò la questura di investigare, e il questore dell’epoca, Rendina, padre del Massimo Rendina goliarda giovane cronista e mancato Premier di San Marino, non ci mise molto a svelare l’arcano: il Governo in esilio era l’ennesima trovata dei goliardi, che avevano inviato alle Nazioni Unite, naturalmente su carta intestata, una doglianza sul loro essere il legittimo Governo di San Marino, deposto con la forza ed espropriato dei propri legittimi diritti. Peraltro, dieci anni dopo, nell’autunno del 1957, il governo in esilio di San Marino fu costituito davvero: la scissione socialista era arrivata anche a San Marino, e il governo socialcomunista non aveva più la maggioranza in parlamento, ma non voleva mollare la presa; i Capitani Reggenti uscenti si autoprorogarono oltre la scadenza del mandato, e a quel punto la Democrazia cristiana sanmarinese costituì un governo in esilio, insieme con socialdemocratici ed ex socialisti. Da Rimini (Italia) il governo in esilio si trasferì, in territorio di San Marino, sul confine con l’Italia, e si dichiarò governo provvisorio, subito riconosciuto dagli Usa, dall’Italia e dalle altre potenze occidentali. Si rischiò la guerra civile, ma alla fine la non più maggioranza socialcomunista cedette, e nelle successive elezioni si affermò la maggioranza centrista. Ma con questi golpe e governi in esilio i goliardi, una volta tanto, non c’entravano…

Giuseppe Mazzarino

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