23 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2021 alle 12:53:22

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Ambiente, quei metalli davvero… pesanti

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Capodogli spiaggiati sul Gargano

Dopo una parentesi, riprendiamo il discorso sull’inquinamento occupandoci di metalli pesanti. Forse non lo sappiamo ma i metalli pesanti sono sostanze con cui conviviamo quotidianamente, perché rientrano nella composizione del nostro corpo. Molti di essi, però, sono potenzialmente tossici, per cui se penetrano nell’ambiente e, successivamente, nel nostro organismo in dosi superiori a quelle tollerabili, comportano gravi conseguenze per la salute. Quando si parla di inquinamento ambientale da metalli pesanti, ci si riferisce principalmente a mercurio (Hg), piombo (Pb), cadmio (Cd), cromo (Cr) e arsenico (As). L’attività tossica all’interno degli organismi biologici deriva dalla loro affinità con lo zolfo presente in molti enzimi (cioè, nelle proteine che regolano la velocità dei processi biologici). Gli enzimi, una volta legatisi ai metalli, modificano la loro struttura e non riescono più ad effettuare il loro compito biologico.

Un’altra caratteristica che aumenta fortemente la tossicità dei metalli pesanti è la capacità di attraversare sia la membrana emato-encefalica (che protegge il tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue), causando così seri danni al sistema nervoso centrale, sia la barriera placentare determinando malformazioni e/o problemi di sviluppo nei nascituri. Il mercurio è l’unico metallo liquido a temperatura ambiente (ricordate quello nei termometri?) ed è molto volatile. Le immissioni nell’ambiente a opera dell’uomo derivano dalla combustione del carbone e dell’olio combustibile, dagli inceneritori e da prodotti industriali contenenti mercurio, come le batterie, soprattutto quelle a ‘bottone’. Il mercurio è ancora usato nell’estrazione dell’oro in molti paesi ed è quindi fonte di inquinamento di falde acquifere, fiumi e mari.

Attualmente, la concentrazione di mercurio nell’atmosfera supera quella naturale del 500 %, mentre la concentrazioni negli oceani supera quella naturale di circa il 200 %. Ma cosa succede al mercurio una volta in mare? Il mercurio nei sedimenti fangosi di mari e laghi, sedimenti generalmente molto poveri di ossigeno, viene trasformato dai batteri in metilmercurio. Questo dal fondo passa nelle acque ed entra nella catena alimentare il cui ultimo anello è quasi sempre l’uomo. Come? E’ presto detto. Il mercurio, come tutti gli altri inquinanti, si accumula in quantità variabili in tutti gli organismi, a cominciare da quelli microscopici; pensiamo alle microalghe che vivono nella colonna d’acqua (il cosiddetto fitoplancton) e che rappresentano l’alimento di piccoli animali anch’essi viventi in sospensione (il cui insieme è detto zooplancton), i quali, a loro volta, sono ingeriti da pesci di piccole dimensioni, quali le sarde. Se una ricciola, specie predatrice, mangia un certo numero di sarde, “ingerirà” con esse del mercurio. Pensiamo ora che un tonno, ultimo predatore della catena alimentare in mare, nella sua vita può nutrirsi di grandi quantità di sarde e di ricciole; in questo modo, la concentrazione di mercurio presente nel suo corpo sarà molto maggiore di quella presente in ciascuna sarda o ricciola da lui predata.

L’uomo può essere considerato, alla stessa stregua del tonno, tra i più grandi predatori e, mangiando tantissimi tonni, “accumula” grandissime quantità di mercurio. E’ il fenomeno della “magnificazione biologica” o “biomagnificazione”, come viene definito in ecologia, il quale si verifica per qualunque inquinante che entri nelle reti trofiche. Negli anni ’50 del secolo scorso a Minamata in Giappone, l’industria chimica Chisso Corporation, per la produzione di cloruro di polivinile (PVC) usava il mercurio e ne scaricò grandi quantità nella baia della città dal 1932 al 1968. Il metilmercurio formatosi nei sedimenti della baia raggiunse nelle acque concentrazioni 200 volte superiori al valore fissato come limite di sicurezza e si accumulò nei molluschi, nei crostacei e nei pesci della baia, principale fonte di alimentazione delle popolazioni rivierasche. I primi sintomi di avvelenamento furono osservati nei gatti che si cibavano soprattutto di pesci; a causa di disturbi del sistema nervoso, facevano salti anomali e si gettavano in acqua annegando. Nell’uomo, i sintomi da avvelenamento furono tardivi ma i danni al sistema nervoso centrale furono gravissimi: perdita di vista e udito, paresi, perdita di coordinazione motoria, disordine mentale, paralisi, coma e morte. Anche i feti furono seriamente colpiti. Nel 2001 furono riconosciuti 2256 intossicati, di cui 1784 erano deceduti; più di 10000 persone furono risarcite dalla Chisso.

L’intossicazione da mercurio è anche nota come “sindrome del cappellaio matto” (si, proprio quello di “Alice nel paese delle meraviglie”) poiché, nel XVII e XVIII secolo, il mercurio entrò nella manifattura dei cappelli dell’epoca, le “tube”, determinando l’avvelenamento dei cappellai che li confezionavano. Ricordate lo spiaggiamento di sette capodogli avvenuto lungo le coste del Gargano nel dicembre del 2009? Fece molto scalpore poiché morì un intero branco di giovani maschi. Le analisi effettuate dagli istituti veterinari mostrarono nei tessuti dei cetacei concentrazioni altissime di mercurio e di altre sostanze estremamente tossiche che hanno un’azione sinergica col mercurio. I capodogli morirono probabilmente perché il mercurio aveva causato loro gravi disturbi del sistema nervoso tanto che essi avevano “perso la rotta” e si erano spiaggiati! Nel 2017 è entrata in vigore la convenzione di Minamata, primo accordo globale per affrontare il problema del mercurio, ratificata da 98 paesi. E il nostro ruolo? Manipoliamo e smaltiamo in modo corretto gli oggetti che contengono mercurio affinché esso possa essere recuperato in condizioni di sicurezza e non si disperda nell’ambiente.

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Istituto Talassografico Taranto

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