22 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Giugno 2021 alle 09:50:51

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Napoleone di fronte a Dio. L’inno di Manzoni

foto di Napoleone Bonaparte
Napoleone Bonaparte

Duecento anni or sono moriva in esilio, nella oceanica isola di Sant’Elena, Napoleone, l’imperatore che aveva dato al secolo suo e nostro, il suo nome: “Ei si nomò: due secoli, / l’un contro l’altro armato, / sommessi a lui si volsero, / come aspettando il fato./ Ei fe’ silenzio, ed arbitro / s’assise in mezzo a lor”. Questi versi del Manzoni, come è noto a non pochi di noi che da giovani studenti lo studiammo ed imparammo a memoria, fanno parte di quell’inno “Cinque maggio” scritto in pochi giorni a Brusuglio. In seguito alla notizia della morte del grande imperatore, avvenuta mesi prima. Ed infatti: la notizia della morte di Napoleone fu pubblicata sulla “Gazzetta” di Milano il 16 luglio 1821.

Da quella “Gazzetta” Manzoni apprese la notizia e, mosso da immediato furore poetico” compose l’inno in tre giorni, che, ancora manoscritto, si diffuse rapidamente. Tuttavia solo nel 1845 Manzoni creò il suo “inno”, includendolo nelle “Opere varie”. La prima testimonianza sull’Inno riguarda, ed è necessario subito dirlo, la forma metrica usata dal poeta. Egli opera una divisione netta sul verso alessandrino, usato da poeti francesi fra i quali Victor Hugo. Manzoni lo stacca, lo divide, da far versi rapidi come fu rapida l’ascesa del generale Napoleone, poi imperatore d’Europa, così fu anche rapida la sua discesa sino al primo esilio e al secondo che ne seguì l’inesorabile fine: dalla gloria della vittoria, all’amaro della sconfitta e della e della fine terrena in una lontana abitazione oceanica. Esule in estremo, “dov’è silenzio e tenebre / la gloria che passò”.

Il verso è rapido, ripeto, e la melodia nasce dai versi sdruccioli e dai tronchi. E il sesto verso diventa la conclusione dell’intera breve strofa. Sobrietà di parola, una parola pensata, indicata come sviluppo in brevi accenti dell’intero movimento spirituale dell’Uomo, che nel momento della gloria, si sente agli altri superiore, quasi un mandato da Dio, e nel momento della penetrante solitudine dell’esilio avverte l’inesauribile velocità della stessa gloria, della stessa sua esistenza. Questo nostro Manzoni lo aveva voluto per il coro della morte di Ermenegarda nella tragedia “Adelchi”. Anche lì, la sofferenza della fanciulla sposa ad un sovrano, ripudiata per altra donna voluta, per calcolo politico, da quel sovrano, ha bisogno della rapidità dell’azione, della brevità del ritmo poetico che nulla concede alla stessa meditazione, ma fa della meditazione una immediata risonanza di memorie e di pietà. Ermengarda esce dalla scena tragica del suo destino di regina, non più regina, perché Carlo ha sposato un’altra donna. La voce di Ermengarda scomparse all’eterno sonno; si alza ora il coro delle vergini suore.

“Muore e la faccia esanime / si ricompone, in pace; / com’era allor che improvvida / d’un avvenir fallace, / lieti pensier virginei / sola pingea così”. Lo sdrucciolo del verso infine ha consegnato la sua velocità d’azione al senario finale. Il coro fruisce e termina il quarto atto della tragedia. Ma torniamo a Napoleone. È necessario partire dal primo grande critico dell’uomo manzoniano, che non può essere se non Francesco De Sanctis che non solo considerò il “Cinque maggio” fra le opere poetiche più vicine, per il ritmo e per il contenuto, più che religioso, morale, allo spirito meditativo del Manzoni, ma l’inno lo riprese nelle sue lezioni zurighesi portando nuovi contenuti esegetici alla figura terrena di Napoleone e alla sua ancor più umana ed inesorabile scomparsa. Odiato e amato, venerato e umiliato, esaltato e abbandonato. Cosa è allora Napoleone? Un uomo fatale? Uno strumento della Provvidenza? L’orma più vasta dello spirito creatore? “Del Creator suo spirito. / Più vasta orma stampa” dunque per il De Sanctis Napoleone non è più il grande immortale condottiero, colui che pur aveva il suo nome dato nome all’Europa; epoca napoleonica; ora egli è morto, solo; la sua gloria terrena è giunta al cospetto del cielo, in altra vita.

“Dov’è silenzio e tenebra / la gloria che passò”. L’uomo è finito, il generale, il duce degli eserciti è morto, il conquistatore dell’Europa è sparito: sono finite le sue grandi virtù militari. Egli è solo: ora diventa uno strumento di Dio. Per il De Sanctis l’inno non è più storico, è lirico e Manzoni volle, con il suo breve verso, renderlo lirico, vale a dire, secondo il canone romantico, popolare: cioè che tutti lo capiscano, lo comprendano; il “Cinque maggio” è il mezzo lirico con il quale il Manzoni renderà anche in prosa, liricamente, i suoi “Promessi Sposi”. Dopo De Sanctis altri studiosi procurano di dare il loro contributo critico sull’Inno fra i quali il D’Ovidio, il Galletti, il Parodi, lo stesso Croce e lo stesso Luigi Russo e a noi più vicino Francesco Ulivi. Ma mi fermo un po’ sul pensiero esegetico del Russo, mio Maestro all’Università di Pisa. Cosa è per il Russo il “Cinque maggio”? È il sesto inno sacro del Manzoni, dopo la “Pentecoste”; è l’opera che più è vicina al sentimento manzoniano della nostra morte. Ma la morte non è la fine della vita; è l’inizio di un’altra vita. Quella celeste per la quale manzonianamente scrive una strofa di sapore oratorio, ma è solamente da comprendere come il grande impulso di un cuore alla ricerca del suo Dio. “Oratoria” è anche il finale del “Principe” di Machiavelli; non per questo il “Principe” diminuisce di virtù politica esemplare. La strofa finale “Tu dalle stanche ceneri / Sperdi ogni mia parola: Il Dio che atterra e suscita, / Che affanna e che consola, / Sulla deserta coltrice / accanto a lui posò”. È una mirabile chiusa e il contenuto cristiano ne è il più vitale sentimento.

Le “ceneri stanche” di Napoleone sono la “memoria” di una vita esaltata ed umiliata al tempo stesso, ma sono anche bagnate, quelle ceneri, di cristiana pietà. Dio, il Dio è accanto al suo grande figlio che giace immoto ormai su un deserto letto. Abbandonato da tutti gli uomini, solo; non più solo. Il Dio del Manzoni non è più negli eterei, eterni sforzi dell’universo, ma è il Dio passione che non abbandona nessuno, perché quella notte è già una preghiera, quasi dantesca al Creatore del tutto: l’immagine di Napoleone scompare, o meglio si raccoglie accanto alla luce immortale del Dio che atterra, ma anche suscita e consola. E lo stesso Dio che batterà nel cuore del peccatore Innominato del grande romanzo; è lo stesso Dio della speranza, della Fede, della inesorabile vittoria celeste sulla potenza, sempre fragile, della umana creatura. Napoleone non è più leggenda. E’ morto; ormai “silenzio e tenebre / e la gloria che passò”. La poesia è diventata lirica e la “lirica” è la musica dell’anima sublimata in Dio.

Paolo De Stefano

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