24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

Cronaca News

Il pentimento di Mieli, una pagina di coraggio

foto di Paolo Mieli
Paolo Mieli

Confesso di non nutrire eccessiva simpatia per la gran parte dei giornalisti italiani, in particolare per i frequentatori fissi dei talk show televisivi nei quali si accapigliano come polli in un pollaio e le loro performances a pagamento si riducono ad una sequela di banalità ripetitive e di luoghi comuni. Questa categoria di giornalisti tuttologi che passano le loro giornate saltando da un talk show all’altro ha imparato il peggio dalla politica in particolare la demagogia a buon mercato e la capacità di mentire pur di lisciare il pelo all’opinione corrente del pensiero unico.

L’altra sera invece mi sono confermato nella stima che ho per Paolo Mieli come giornalista che si occupa di storia in maniera gradevole, accessibile e divulgativa senza mai per questo scadere nel banale e nel semplicistico. Ma ho confermato il mio giudizio positivo su di lui perché è stata una delle poche volte, forse l’unica, che ho visto un giornalista fare autocritica e ammettere pubblicamente e in maniera molto chiara di avere sbagliato. La trasmissione è stata Piazza pulita di Formiglie l’occasione è stato l’arresto in Francia dei terroristi degli anni di piombo tra i quali uno degli assassini del commissario Luigi Calabresi. Molti italiani di oggi non sanno chi era il Commissario Calabresi. Queste cose ormai sono pane per storici o per coloro che amano leggere, conoscere e informarsi per capire. Solo quelli della mia generazione ricordano, per averlo appreso dai giornali dell’epoca, quell’assassinio che va collocato nel contesto storico di quegli anni cioè della fine degli anni ’60 e inizi degli anni ’70. Erano gli anni di piombo e della strategia della tensione. Bombe sul treno Italicus, strage di Piazza della Loggia a Brescia, strage di piazza Fontana a Milano. Attraverso lo stragismo terroristico si voleva creare un clima di disordine e di paura per invocare un regime autoritario.

Si temeva da un momento all’altro un colpo di stato. I fatti accaddero a Milano. Era il 12 dicembre del 1969. Una bomba collocata sotto un tavolo all’interno della Banca dell’agricoltura provocò una strage, 17 morti e 88 feriti. Alla questura di Milano le indagini furono orientate subito sulla pista anarchica. Fu fermato Giuseppe Pinelli, un militante dei gruppi anarchici milanesi, che con la strage non aveva nulla a che fare. Pinelli fu arrestato, portato in questura ma durante l’interrogatorio cadde accidentalmente o fu scaraventato da una finestra del quarto piano dell’edificio. Alla guida della squadra mobile c’era il Commissario Calabresi, un poliziotto capace, deciso, preparato, fama di duro. Calabresi seguì la pista anarchica che poi porterà all’arresto di Pietro Valpreda. Questa pista come sappiamo era sbagliata poiché gli anarchici con la strage non c’entravano nulla. Come è noto molti (troppi) anni dopo un ennesimo processo (l’ultimo?) ha asseverato la pista degli esecutori fascisti. Dopo la morte di Pinelli nel mondo della stampa italiana si scatenò una bagarre contro Luigi Calabresi che fu accusato di essere il responsabile di quella morte. Pinelli divenne il simbolo di una lotta antifascista e Calabresi il simbolo della polizia autoritaria al “servizio dei padroni”. Capofila di quella campagna particolarmente virulenta contro Calabresi furono la sinistra parlamentare del PCI e quella extraparlamentare di Lotta continua con il contorno della sinistra radical chic milanese che faceva capo al Corriere della Sera e all’Espresso.

A guidare l’esercito di questi intellettuali e giornalisti fu Camilla Cederna allora giornalista dell’Espresso ed editorialista del Corriere della Sera. E Mieli faceva parte della partita. Il 13 giugno 1971 il settimanale l’Espresso pubblicò una lettera aperta per la destituzione di Luigi Calabresi additato come il maggiore responsabile della morte dell’anarchico. Quella lettera, scritta nel linguaggio violento e accusatorio caratteristico di quegli anni di aspri e violenti scontri ideologici, fu una delle pagine più vergognose della recente storia italiana poiché alimentò un clima di odio nei confronti di Calabresi che portò il 17 maggio del 1972 al suo assassinio sotto casa da parte di un commando rosso. La lettera, inizialmente sottoscritta da dieci firmatari, Mario Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccacaro, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin e Mario Spinella a margine di un articolo di Camilla Cederna intitolato Colpi di scena e colpi di karate. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli, si ispirava all’ipotesi, emersa da alcune prime indiscrezioni sulle ferite ritrovate sul corpo di Pinelli e sostenuta da Lotta Continua e da diversi ambienti extraparlamentari, che la defenestrazione di Pinelli fosse stata causata da un colpo di karate. Nelle settimane successive la sottoscrissero centinaia di personalità del mondo politico e intellettuale italiano, fino a giungere a 757 firme tra le quali quella di Norberto Bobbio, Umberto Eco, Eugenio Scalfari, Carlo Ripa di Meana, Folco Quilici, Oliviero Toscani, Salvatore Samperi, Giulio Carlo Argan. Giampaolo Pansa, interpellato invece declinò l’invito e successivamente dirà che quella lettera rappresentava “l’avallo dell’assassinio del commissario Calabresi”. L’omicidio Calabresi fu addebitato a Lotta Continua il cui leader era Adriano Sofri. Dell’esecuzione materiale furono accusati Ovidio Bompressi e Leonardo Marino e come mandanti Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri che erano i fondatori di Lotta continua. I quattro furono mandati a processo e dopo un iter processuale particolarmente travagliato solo nel 1997 si giunse a una sentenza definitiva in Corte di Cassazione che condusse alla condanna di tutti e quattro.

La sentenza di condanna si basò sulle dichiarazioni di Leonardo Marino che era diventato nel frattempo collaboratore di giustizia. Contro la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani si schierò un ampio movimento d’opinione politicamente trasversale, anche se particolarmente attivo nella sinistra, con risonanza anche fuori dall’Italia. Si incominciò a parlare di errore giudiziario e di persecuzione politico-mediatica contro l’intero movimento della sinistra extraparlamentare degli anni di piombo. Questi i fatti. Ora dopo tanti anni Paolo Mieli, uno dei firmatari di quell’appello che chiedeva la destituzione di Calabresi dichiara pubblicamente di aver sbagliato e lo fa con una grande onestà intellettuale che certamente gli fa onore. Ma da Formigli Mieli non ha detto solo “Ho sbagliato. Non è stata una bella pagina della mia vita” ma ha anche fatto un quadro dell’atmosfera in cui quel manifesto maturò. Infatti dopo l’intervista che Formigli ha fatto a Mario Calabresi sulla morte del padre, Mieli sollecitato dal conduttore ha ricostruito il clima che portò a quell’appello de L’Espresso che lo coinvolse in prima persona: “In quegli anni pensavamo che veramente ci fosse la mano dello Stato dietro le stragi.

Che Pinelli fosse stato scaraventato giù da una finestra e che a quelle stragi ne sarebbero seguite altre. Erano gli anni di piombo, c’era un clima di tensione, credevamo di essere alla vigilia di un colpo di stato” ed ha poi aggiunto “Io mi vergogno delle cose che sto dicendo, non provo a rivendicarle, facemmo un errore. Abbiamo dato una colpa a qualcuno con una scusa. Dicevamo: ‘io so chi è stato ma non ho le prove‘. Sulla scia del celebre articolo di Pasolini. Fu un tragico errore. Beh, io mi vergogno davvero di quella cosa”. “Insomma, conclude lo storico, non è una bella pagina della mia vita”. Bene in un’epoca nella quale in televisione i giornalisti dicono tutto e il contrario di tutto, nella quale quello che si dice al mattino non vale la sera, nella quale il trasformismo, il voltagabbanismo, l’ambiguità, l’assumersi delle responsabilità per quello che si dice o si fa è merce rara questo auto da fè di Mieli è una bella pagina del giornalismo italiano ed è stato davvero uno spettacolo edificante assistere all’autocritica di un uomo di valore che, proprio perché tale, ha avuto il coraggio, la capacità e l’onestà intellettuale di dire “ho sbagliato”. Cosa che non è da poco e non è da tutti.

Mario Guadagnolo

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