17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 07:03:25

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S. Cataldo sessant’anni fa, i personaggi e la cronaca del tempo

foto di Un momento della processione di San Cataldo del 1961
Un momento della processione di San Cataldo del 1961

“Ogni anno Taranto, la grande Taranto, dai problemi avveniristici più difficili e arditi, si ridimensiona, torna indietro nel tempo per riacquistare un’aria sempliciotta, paesana. Sembra che in questo periodo voglia dimenticare ogni animosità politica, ogni problema di divergenza sociale, ricoprendo le sue miserie con illusorio abito della festa. Ed io la sento come una sola, grande famiglia intorno al suo Capo Celeste, il dotto e prodigioso vescovo irlandese”. Così il Corriere del Giorno annunciava nel ’61 la festa patronale di San Cataldo, alla vigilia della grande industrializzazione che, in cambio di un benessere rivelatosi effimero, tanti danni avrebbe arrecato alla città. L’avvio della “tre giorni” fu posticipato al 9 maggio (invece della data tradizionale dell’8) per consentirne la conclusione nella solennità dell’Ascensione, domenica 11. Pur in una economia non florida (la maggior parte delle famiglie viveva grazie ai lavori del mare, dell’Arsenale e dei Cantieri Tosi), tutti contribuivano generosamente ai festeggiamenti.

L’ILLUMINAZIONE DELLE VIE E LE BANDE INGAGGIATE
Già dai primi di maggio
iniziava il montaggio delle luminarie, affidate alla ditta Faniuolo di Putignano, in via Di Palma, via Berardi, via Mignogna, via D’Aquino (al Borgo) e in via Duomo, pendio San Domenico, via Cava, via Cariati e via Garibaldi (Città vecchia). Nelle piazze Fontana e Immacolata c’erano le cassarmoniche per i concerti delle bande musicali che quell’anno furono quelle di Castellana Grotte (m. Vincenzo Alise), Acquaviva delle Fonti (m. Giuseppe Chielli), Martina Franca (m. Nicola Centofanti), Mottola (m. Michele Lufrano), Gioia del Colle (m. Paolo Falcicchio), Squinzano (m. Gioacchino Ligonzo) e la “Paisiello” di Taranto (m.Pietro Marmino). Per le processioni e i giri furono ingaggiati i complessi tarantini “Piave” (m. Giuseppe Vernaglione), “Lemma” (m. Domenico Lemma), “Casa del Fanciullo-Santa Teresa” (m. Giuseppe Miraglia) e quello martinese “Villaggio del Fanciullo-Fondazione Motolese” (m. Mario Griffi).

CORSA CICLISTICA E… GELATO PER TUTTI
Quale prologo alla festa, il 7 si svolse sul circuito di viale Magna Grecia il “1. Gran Premio San Cataldo”, corsa ciclistica per dilettanti organizzata dall’Unione Sportiva Pedale Tarantino. Nell’occasione il Caffè Centrale offrì ai concorrenti quattro confezioni di dolciumi e agli spettatori la degustazione del gelato “Diplomatico” di propria produzione.

LA CONSEGNA DELLA STATUA AL SINDACO SPALLITTA
Il 9, nel tardo pomeriggio, in cattedrale, ci fu la tradizionale consegna della statua del Santo al sindaco Salvatore Spallitta, che, dopo la lettura da parte del ten. col. Piangiolino del comando vigili urbani, firmò il verbale consegnatogli dal tesoriere del Capitolo Metropolitano, mons. Della Queva. Il francescano p. Lorenzo da Firenzuola, predicatore del mese mariano in San Pasquale, rievocò la miracolosa vita di San Cataldo. Quindi, la processione per il trasporto della statua al molo di Levante del porto mercantile, dov’era attraccato il rimorchiatore Tarantola. “Lungo il percorso (descrive il cronista) una folla di oltre diecimila persone si accalcava sui marciapiedi e nei balconi illuminati, nonché davanti all’ingresso del porto. Tutti volevano accompagnare il Santo nella processione a mare ma molti si sono dovuti accontentar di seguire con lo sguardo, a distanza, la pittoresca processione a mare.

La statua di San Cataldo è stata collocata sul tronetto, sotto un arco luminoso che faceva risplendere come in un’aureola la venerata effigie… All’entrata nel Canale Navigabile del rimorchiatore Tarantola, che di tanto in tanto veniva illuminato dai riflettori delle imbarcazioni al seguito, veniva aperto il ponte girevole e sugli spalti del Castello aragonese si accendeva una fantasmagorica fiaccolata a pioggia d’argento, che scendeva lungo i torrioni, creando aspetti fiabeschi. Poi in Mar Piccolo il vescovo impartiva la benedizione alle navi alla fonda e al mare. Quindi veniva premiata la pazienza delle migliaia di persone che avevano atteso sulla banchina di via Garibaldi, alla discesa Vasto, ove la statua di San Cataldo veniva sbarcata per essere riaccompagnata processionalmente in Cattedrale”.

LA PROCESSIONE SOTTO LA PIOGGIA
L’indomani, il 10, la processione a terra. Ecco la cronaca: “Esce o non esce? Questa domanda si sono poste più volte le migliaia e migliaia di tarantini e forestieri che attendevano in ghingheri davanti alla Cattedrale e lungo le strade della città vecchia e del Borgo la tradizionale processione del Santo Patrono, ostinatamente aspettando sotto la pioggia. D’altro canto, le autorità religiose e civili, i sacerdoti, i musicanti e quant’altri dovevano comporre il corteo, già pronti nel palazzo arcivescovile, giusto che l’irriverente pioggia non accennava a cessare, stavano per prendere la decisione di rinviare la processione. Fortunatamente, però, verso le ore 17.30 ha smesso di piovere e, nonostante che il cielo fosse ancora minaccioso, denso com’era di nubi, la processione ha potuto avviarsi fra due fitte ali di popolo. Aprivano le bande “Villaggio del Fanciullo” di Taranto e di Martina Franca; seguivano numerosi chierichetti dell’Arcidiocesi, le “voci bianche” e altri allievi del seminario arcivescovile.

Venivano quindi i parroci della diocesi, i priori delle varie congreghe, i componenti il Capitolo Metropolitano che precedevano l’amministratore apostolico mons. Motolese (ndr. faceva le veci dell’arcivescovo Bernardi e l’anno successivo s’insediò ufficialmente in diocesi ) a sua volta davanti al grande carro motorizzato, adorno di fiori e di luci, sul quale era stata collocata l’argentea statua di San Cataldo benedicente. Seguivano il sindaco Salvatore Spallitta con la giunta al completo, il ten. col. Piangiolino e il magg. Antonio Stefàno, del Comando Vigili Urbani, nonché fedeli appartenenti alle varie associazioni cattoliche. Chiudeva una banda musicale. Si percorreva via Duomo, il pendio San Domenico, piazza Fontana, dove era raccolta una folla numericamente incalcolabile di ferventi cataldiani, in gran parte pescatori con le proprie famiglie, quindi si proseguiva per via Garibaldi, via Di Mezzo, salita Vasto. A questo punto riprendeva a piovere piuttosto insistentemente, ma ormai il dado era stato tratto e non rimaneva che continuare nel percorso stabilito. I tarantini hanno atteso ugualmente protetti da ombrelli o riparati in posti di fortuna il passaggio della statua del Santo nelle strade del Borgo per il ritorno un po’spedito alla Cattedrale”. La pioggia disturbò anche il resto della serata.

LA VERA ANIMA CATALDIANA
L’indomani, 11 maggio, ultimo giorno della festa, tutto andò per il meglio. La parola al cronista: “Per conoscere in questi giorni l’anima vera della nostra città bisogna andare a piazza Fontana, ora tutta rallegrata dal verde del suo giardino. E’ là che ritroviamo ancora i cataldiani autentici che si godono la festa nei suoi particolari. Siedono le famiglie patriarcali in cerchio ai tavolini dei caffè, estesi in tutto lo spiazzo possibile, vicino al palco della musica. I figli più piccini sono sulle ginocchia dei genitori o stanno loro tra i piedi, con l’immancabile palloncino variopinto in mano. Tutti sono compresi dell’avvenimento festoso loro concesso, ed eleganti e sorridenti, tra uno sgranocchiare di frutta secca e un sorso di birra o di sorbetto, ascoltano beati la musica, tendendo attenti l’orecchio agli acuti della cornetta e agli svolazzi melodiosi del flauto. Resteranno così imperturbabili, finchè a notte fonda suonerà l’ora fatidica dei fuochi d’artificio, ed allora in quella esplosione di luci e di rumori finirà anche il loro innocente piacere che pure avrà un’onda di ricordi, soprattutto musicale, quando poche ore dopo dovranno riprendere il lavoro.

Care famiglie tarantine del nostro antico popolo, fatto soprattutto di pescatori e d artigiani in attrezzature marine, io vi ritrovo ogni anno fedeli alle tradizioni religiose, ai rituali svaghi e sempre voglio confondermi con voi per sentire il cuore della nostra città ed apprendere dalla vostra incontaminata serenità e fiducia nei valori divini, il solo segreto del vivere felice”.

Angelo Diofano

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