18 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 15:55:45

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Divus Cataldus, dimensione sacra e dimensione umana

foto di Una processione di San Cataldo
Una processione di San Cataldo

“San Cataldo onore e sostegno di Taranto”. Così, nel terzo libro delle sue “Deliciae tarentinae”, Tommaso Niccolò D’Aquino, il poeta tarantino (non il filosofo e santo laziale) ricorda e commemora la venuta a Taranto del Santo che sarà poi il suo protettore. “Te canerem, Catalde, Tarae decus et inclytum ed ingens”. (versi 50 e sgg). La versione completa in esametri latini il lettore o lo studioso potrà trovarla nella traduzione di tutta l’opera daquiniana a cura di Lucio Pierri. (Scorpione editrice 2013). “Te celebrerò, o Cataldo, illustre e grande decoro della città di Taranto”.

Una più organica di vita ed opera e santità cristiana di San Cataldo la si può trovare nell’opera di Ambrogio Merodio, “Historia tarantina”, a cura di Cosimo Damiano Fonseca. (Mandese editore 1995 alle pagine 202-208, capitolo VI del libro terzo). Una lettura organica, sebbene datata, sulle origini e sulla vita e sulle opere cristiane del Santo. Una festività cataldiana si può leggere nell’esemplare libretto di Vito Forleo: “Taranto dove la trovo” (Dragone editori, 1929 collana di San Cataldo a cura di Cesare Giulio Viola e Vito Forleo). È un episodio, regale, ma di risultanza popolare e piscatoria. Isabella del Balzo, regina e moglie di Federico d’Aragona, giunta Taranto un venerdì di maggio del 1497, come si evince dalle 24 ottave di un poema dal titolo “Lo Balzino” revisionato da Benedetto Croce, fu festosamente accolta dal popolo tarantino, con la presenza del vescovo di Castellaneta che portava con sé in forma benedicente, le reliquie di San Cataldo.

La regina, scesa dalla sua augusta carrozza, “tre volte alle reliquie si inchinò”. I pescatori tarantini vollero offrirle uno spettacolo di pesca con la rete. Dopo il corteo si avviò alla cattedrale “Le strade erano segnate da bei panni / di razzi e cultre molto ornate”. Non mancavano le belle signore di Taranto, ornamento delle stesse finestre e dei grandi balconi. La regina e il sovrano poi si recarono in San Cataldo e fu una eccellente e sentita cerimonia. L’aristocrazia locale, ebbe momenti di intensa mondanità. Così conclude Vito Forleo il suo piacevole racconto.

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Se da Vito Forleo passiamo al suo insigne e carismatico amico, lo scrittore Cesare Giulio Viola, e leggendo del suo “Pater” (Scorpione editore, 1986, con prefazione di Giacinto Spagnoletti), alcune pagine su Taranto e la sua cattedrale, troviamo parole assai deludenti per la città da parte del padre dello scrittore, l’archeologo Luigi Viola, che poi fu anche un sindaco di essa. “Quella era Taranto? La città di Pitagora e Archita? Una città senza vestigia di una tradizione classica architettonica (pag. 66-67). E continua: Nessuna colonna, non un capitello. Tutto disadorno, nudo, indifferente. La cattedrale di San Cataldo, con la sua settecentesca facciata, parve voler dirgli: “consolati, ci sono io!.. Fuori la cattedrale (pagine 278-79) era l‘Arcivescovado. “Stavano nell’isola il Duomo e l’Arcivescovado. Un altro pescatore, San Cataldo, era il patrono della città”.

Si racconta che a Mar grande gli fosse caduto dal dito il suo anello e lì era nato una polla d’acqua pura ed ancora oggi dà la sua acqua a contrasto con le onde marine. Il Duomo si era arroccato al centro dell’isola con il suo seminario. All’angolo della piazza seminarile. si alzava il Calvario: massi di pietra tufora e grigia; e nel mezzo una “Pietà”. Alle spalle della Madonna che reggeva sulle ginocchia una “Pietà”… e alle spalle della Madonna dominava una Croce nera, di legno; e una lanterna di ferro vegliava con la sua luce, notte e giorno, la Sacra immagine”. Quindi si racconta in “Pater” l’incontro del professore Luigi Viola con l’arcivescovo di Taranto, monsignor Iorio. E qui si chiude l’incontro. Caro direttore, come si vede dal Merodio al D’Aquino, al Forleo, allo scrittore Viola, c’è tutta una dimensione sacra e una dimensione laica. Il tutto nella ricorrenza cataldiana del 10 maggio e nelle altre manifestazioni o incontri popolari e culturali. La cattedrale di San Cataldo fu, per volontà di monsignor arcivescovo Motolese, rinnovata e storicamente rimessa a nuovo e solo sul campanile rifatto si accese qualche discussione, anche autorevole.

Ma con la Cattedrale monsignor Motolese, volle una Concattedrale, un monumento di moderna e singolare bellezza architettonica. Solo di recente riconsacrata dall’Amministrazione comunale alle sua esemplare novità artistica. L’architetto Giò Ponti, cittadino onorario della città, ma purtroppo non più lui in vita. Monsignor Motolese, riposa nella Concattedrale alla madre di Dio sacralizzata. Riposa col “nome che più dura e più onora” (Dante, Pg. XXI, 85)

 

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