04 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Dicembre 2021 alle 08:15:01

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San Cataldo, fra leggende e riscontri storici

foto di San Cataldo
San Cataldo

Si parla di San Cataldo per la prima volta nel ‘Sermo de inventione corporis Sancti Kataldi’, trascritto in un codice del 1174 del monastero di san Severino a Napoli. Si narra che nel secolo XI un monaco longobardo, Atenulfus, rinvenne in una chiesa rurale fuori le mura di Taranto le reliquie del corpo di un santo definito patrono di Taranto. Il monaco longobardo portò le reliquie, per sottrarle ai Normanni ormai alle porte di Taranto (conquistata nel 1063), prima nella chiesa di S.Biagio e poi, non nella cattedrale altomedievale di Santa Maria – come proponeva il vescovo -, ma in quella fatta costruire successivamente in onore del Santo.

Questo ‘sermo’ ci fa intuire che il culto è nato a Taranto in ambiente rurale e in epoca longobarda. Preesisteva quindi all’avvento dei Normanni. Il domenicano Pietro Calo di Chioggia raccolse nel 1330 una seconda versione sul ritrovamento delle reliquie. Egli riferisce che al tempo dell’arcivescovo tarantino normanno Drogone, durante lavori alla cattedrale fu trovato un sarcofago con ossa umane e una crocetta con inciso il nome ‘Cataldus’. La crocetta è una caratteristica della cultura longobarda. Un altro arcivescovo, Giraldus, – riferisce ancora Pietro Calo – fece traslare le ossa in una cassetta d’argento il 10 maggio 1051.

Queste informazioni, che nulla ci dicono sul luogo, la data di nascita e la provenienza di S.Cataldo, sono state poi riprese, ampliate, dilatate nel corso dei secoli. Sono state arricchite con storie di viaggi, naufragi, miracoli in vita e ‘post mortem’, riflettendo particolari momenti e bisogni religiosi e storici. In quegli anni sono presenti nelle nostre zone Longobardi e Bizantini, Normanni e Musulmani, clero romano e clero bizantino. I Normanni, dopo aver conquistato l’Italia meridionale (1076), si allinearono alle esigenze del Papato favorendo il culto di San Cataldo tra le popolazioni rurali, perché avevano mantenuto tradizioni longobarde.

E queste tradizioni erano così sentite che nel Tarantino e nel Brindisino ci si sposò con rito longobardo, come riferisce il Vacca, fino ai primi decenni dell’Ottocento. Il culto si diffuse in tutta la penisola e anche all’estero (Malta, Betlemme. Costantinopoli…). Molte di queste chiese sono documentate anche da bolle papali (Oria 1173, Modena 1181…). Nel XVI secolo si decise, forse per “dare maggiore consistenza – come dice Febbraro – all’ipotesi di santità del corpo le cui reliquie si veneravano”, di farlo nascere e operare nell’’Insula Sanctorum’ (Isola dei santi), l’Irlanda, a ‘Rachau’ Ma la diocesi di Rachau non è mai stata individuata. Nel 1913 l’arcivescovo tarantino Giuseppe Cecchini fece scrivere al vescovo di Waterford e Lismore, mons. Sheehan, chiedendo informazioni su Cataldo. Il vescovo Sheehan rispose agli 8 quesiti formulati, affermando che non avevano trovato in Irlanda nessuna notizia su Cataldo e che quel poco che sapevano, era di fonte italiana. I Longobardi fra il 674 e il 678,conquistarono Taranto e Brindisi e vi restarono circa 200 anni anche se non con continuità.

La ‘Langobardia Minor’ sopravvisse fino al 1076. Per V. Farella risalgono al periodo di conversione dei Longobardi le antiche chiese tarantine di S.Eufemia, ubicata nel pittagio di Torre Penna, di S.Angelo di fronte al Castello Aragonese, di S. Salvatore nel pittagio ‘de balio’ , tra via Paisiello e Piazza S.Teresa e di S.Martino, ubicata nel pittagio di S.Pietro. Sicuramente al periodo longobardo risale una chiesetta costruita ‘extra moenia’, quella di S.Valentino che padre Benedetto, diacono longobardo, concesse nell’anno 822 all’abate Apollinare di Montecassino. Come testimoniano i pochi documenti pervenutici, furono frequenti i contatti di Taranto longobarda con questa abbazia.

E longobardi erano due vescovi, Aufredus, che nel 743 firmò gli atti del Concilio Romano I, e Cataldo. ‘Cataldo’ è un nome di sicura origine longobarda. Proviene da long.’Gaidoald’ < germ. *’gaido’ ‘lancia’ + *’waldaz’‘potente’: -ai- > -a- dal sec.VIII nei prestiti italiani; -d- > -t- nel Salento; -ld- resta immutato e g- > k- dopo la metà del sec. IX. Improponibile filologicamente il tentativo di collegare il nome ‘Cataldo’ con gli antroponimi celtici ‘Cahal’ e ‘Cathal’. Che un nome sia di origine longobarda, non significa che colui che portava tale nome fosse longobardo. Però, dal momento che le fonti più antiche nulla ci dicono della provenienza, non si può escludere che Cataldo fosse un vescovo locale e longobardo. Concludiamo con le parole di M.G.Arcamone che così riassume e conclude la ‘vexata quaestio’: “ Tale agionimo presenta le tipiche trasformazioni dialettali italiane meridionali da un longobardo ‘Gaidoald’ ; si è anche visto che le reliquie di un individuo di tale nome furono traslate entro Taranto (forse era veramente un precedente vescovo) all’arrivo dei Normanni [….]. Si è, infine, potuto accertare che questo agionimo , che nel frattempo si era diffuso in tutta l’Italia per il grande successo ottenuto dal culto di ‘San Cataldo’, […] , nel sec. XVI era stato arbitrariamente collegato, come in tanti altri casi, con l’Irlanda ‘isola dei santi’, perché non si sapeva dove meglio collocarlo. L’etimologia dell’agionimo ‘Cataldo’ ha permesso quindi di superare i giusti dubbi avanzati dagli studiosi sulla provenienza di questo santo vescovo. Sulla base di questo esempio […] si potrebbe aggiungere l’etimologia degli angionimi come […] coordinata […] essenziale per ricostruire l’identità dei santi troppo romanzati”.

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