21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Giugno 2021 alle 16:41:48

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Elena Pulcini, studiosa di passioni e filosofa della cura

foto di Elena Pulcini
Elena Pulcini

Il Covid si è portato via un’altra vittima illustre. Dopo poche settimane di sofferenza, a 71 anni è scomparsa Elena Pulcini, la filosofa della cura, docente dell’università di Firenze e rappresentante prestigiosa della Società Filosofica Italiana. La Pulcini è stata una figura di spicco nella filosofia contemporanea, studiosa delle passioni e delle patologie della modernità. Il suo Ateneo la ricorda come “un’intellettuale colta e raffinata, che è stata protagonista intelligente e sensibile anche della vita culturale del nostro paese”, certamente una delle personalità più attive e produttive dell’odierno panorama nazionale.

Il suo ultimo volume, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, ha ricevuto lo scorso anno il Premio “Viaggio a Siracusa”, uno dei riconoscimenti più prestigiosi d’Italia. I temi che la Pulcini ha affrontato nella sua ricerca hanno influenzato il dibattito pubblico degli ultimi anni, spaziando dal rapporto tra individualismo e comunità, tra violenza e vulnerabilità, sino al ruolo dei conflitti e delle passioni nelle relazioni interpersonali e sociali. In passato, la filosofa si era dedicata a lungo al pensiero femminista e al valore delle differenze; più di recente, aveva conquistato un posto di rilievo con la proposta di un’etica della cura per l’età globale. Originale il suo punto di vista sulla vulnerabilità, parola che comprende l’idea del vulnus, della ferita. “ E’ vulnerabile” – ella ha sostenuto nella lectio magistralis tenuta all’ultimo Festival della Filosofia di Modena nel 2019 – “chi è esposto a una ferita, a un danno, a un fallimento, ma la vulnerabilità può diventare una risorsa. La forma prevalente della modernità è un soggetto sovrano, che si compiace della sua forza”.

L’Io cartesiano e Kantiano è fiero di aver acquistato una serie di attributi che sono la libertà, l’autonomia, la razionalità. “Pensando al trittico moderno di libertà, uguaglianza, fraternità, quest’ultima è stata dimenticata” – commenta la Pulcini. L’uomo moderno si è costruito essenzialmente come homo oeconomicus, che progetta la sua vita per ottenere un utile. In ciò non c’è niente di male, se non che questo soggetto ha amputato una parte di sé, rinunciando al pathos che è la radice stessa delle passioni. Spinto da una motivazione di tipo egoistico, l’Io autonomo e indipendente ha sacrificato l’empatia, la capacità di mettersi nei panni dell’altro e di partecipare alle sue emozioni. Questa rimozione, sostiene la Pulcini, “trova un’origine profonda nella vulnerabilità” che è stata rifiutata dal logos, il principio razionale costitutivo della coscienza, attento a evitare le passioni per non indebolirsi. La modernità ha marginalizzato la dimensione emotiva, che è fragile e disordinata, affidandola alle donne. Storicamente la donna è stata depositaria di una dimensione dell’affettività che, purtroppo, ne ha decretato la sua subordinazione e la sua separazione dalla sfera pubblica. Nel mondo moderno, alla dicotomia pubblico/privato, di antica radice greca, si è aggiunta l’antitesi ragione/ sentimento, che ancora una volta ha sancito l’allontanamento delle donne dalla sfera dell’influenza e del potere.

LA MASCHERA DELLA DISUGUAGLIANZA
Alle donne è stato assegnato un unico, esclusivo potere, quello dell’amore che, secondo la Pulcini, è diventato una “maschera della disuguaglianza” perché ha confermato la rappresentazione di un femminile debole e sentimentale. Ma queste qualità passionali, come la fragilità e la dipendenza, perdute dall’Io razionale e confinate nel femminile, devono essere reintegrate nell’umano. L’individuo contemporaneo deve comprendere che il potere dell’amore è il potere della relazione, dunque dell’apertura e dell’incontro con l’altro. “Noi non siamo indipendenti e la nostra libertà non è assoluta, ma presuppone la responsabilità di un soggetto che si pensa in relazione, che non è dunque autosufficiente, ma è imperfetto e bisognoso di cure” – sostiene la filosofa. La vulnerabilità diventa così una risorsa che ci consente di stare al mondo in modo relazionale, ampliando i confini della relazione stessa. L’apertura verso il mondo e verso gli altri, infatti, non è da intendersi soltanto come prossimità con l’altro ma anche come prossimità all’ambiente e alla natura.

Oggi viviamo in un mondo estremamente vulnerabile, segnato dalla crisi ecologica e da virus letali. Siamo presi dalla paura che ci getta nell’angoscia, ma che può diventare nello stesso tempo un’opportunità per cambiare rotta. Il recupero della vulnerabilità può innestare un nuovo inizio. E la nuova etica comincia nel momento in cui il nostro orizzonte si allarga oltre l’Io e noi stessi diventiamo consapevoli di essere esposti alla perdita del mondo e del futuro. “L’era dell’ Antropocene” – ci ricorda la Pulcini – nella quale tutto è prodotto dall’uomo ed è come se non ci fosse nulla al di fuori di noi, “ci espone al rischio della follia narcisistica. L’ecologia è trovare un equilibrio tra le nostre azioni e quello che è altro dalle nostre azioni, che va rispettato e di cui dobbiamo prenderci cura”. L’individualismo, patologia narcisistica della globalizzazione, ci fa vivere come se il mondo fosse il teatro delle volontà del nostro Io. Per reazione stiamo assistendo all’insorgere di una “comunità della paura”, fondata sul principio di esclusione, che alimenta ulteriormente la paura trasmessa dall’immagine del diverso e dell’altro. Anche su questo punto il pensiero della Pulcini opera un ribaltamento. Ella infatti tenta di comprendere la paura, liberandola dalla sua connotazione dispregiativa e spiegando come una “paura positiva” sia essenziale per mutare le modalità del nostro “abitare il mondo”. In passato, già Thomas Hobbes era convinto che l’uomo avesse deciso di costituire dei gruppi sociali e politici proprio per sfuggire alla paura nei confronti della natura.

Nella modernità, le soluzioni adottate per sconfiggere la paura e fronteggiare i pericoli naturali sono state essenzialmente due: la tecnica e la politica. Oggi assistiamo a un paradosso: la tecnica ha rimosso la paura dalla quale è sorta e domina il mondo a tal punto da renderci assolutamente indifferenti verso le sue sorti. Nel contempo la stessa tecnica, nata per arginare la paura del mondo naturale, è diventata fonte di nuove paure, come ad esempio. il nucleare, l’inquinamento, le catastrofi ambientali, le armi chimiche, ecc.. Oggi, ci spiega la Pulcini, abbiamo la necessità di “riattivare la paura” perché preoccuparci delle nostre azioni coincide con l’”avere cura” delle sorti del mondo. Le sue conclusioni sono affini al pensiero di H. Jonas, uno dei primi pensatori del Novecento che ha invocato il principio di responsabilità verso il mondo che abitiamo. La minaccia che gli esseri umani esercitano contro il pianeta ci riguarda tutti e induce a un “riconoscimento solidale”, grazie al quale l’uomo può ritrovare un limite al proprio egoismo. Avere “cura del mondo”, conclude Elena Pulcini, significa ripensare l’intima natura relazionale di ciascuno di noi, assumendosi la responsabilità, e il rischio, nei confronti dell’avvenire perché il futuro è “già presente” nel nostro agire. La nostra azione nel mondo deve trovare un fondamento nella consapevolezza che ciò che ci circonda “ci riguarda”. Non bisogna solo “preoccuparsi” del mondo – è il monito che ci lascia Elena Pulcini – ma “occuparsene”, avendo cura “per lui”, prendendolo in cura “come fa una mamma con il suo bambino”.

L’ETICA DELLA CURA
L’etica della cura si configura così come la risposta più adeguata ai pericoli del mondo globalizzato e si intreccia con la riflessione sul femminile. La dimensione del pathos, della passione e del sentimento, viene reintegrata attraverso il concetto di passione per l’altro, che consente di vedere in una luce nuova le nostre idee sul dono e sul legame che ci unisce al mondo. La Pulcini, dunque, delinea la figura di un nuovo soggetto in relazione, capace di superare la dicotomia Io/altro, maschile/femminile e di coniugare insieme la fedeltà a se stessi e l’apertura all’altro, l’autonomia e il riconoscimento della dipendenza, il desiderio e la cura. Tra le numerose eredità che la sua vasta dottrina di filosofa sociale ci ha consegnato, certamente la più suggestiva è quella di un pensiero che ha “il potere di unire”.

Ida Russo
Presidente Società Filosofica Italiana sezione di Taranto

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